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Consuelo sotto il sole di Mariafrancesca Murianni

ConfyLab

L’autrice si presenta: Mariafrancesca Murianni, cresciuta a Frascineto, Cosenza, per anni domiciliata a Roma, residente a Rimini. Dilettante per deformazione passionale. Tragicomica per indole.

 

Seduta a fumare una sigaretta in balcone, guardo scorrere il fiume, lento e regolare.

È una giornata calda, finalmente, mi sono lavata senza pretese e ho indossato un pantalone comodo e una maglia a maniche corte.

Sono mesi che piove senza sosta e la temperatura non sale mai sopra gli otto gradi e questo giorno mi sembra un regalo di qualcuno del passato che torna dopo anni di silenzio: inaspettato e commovente.

Scuoto leggermente l’indice sulla cicca per far cadere la cenere dentro il vaso dei gerani e ricordo che forse non è vero che questo gesto può recare beneficio alle piante o forse sì ma non indago oltre e lo faccio lo stesso.

Tiro un’altra boccata dal mio veleno preferito.

È quasi mezzogiorno e penso di aver fatto bene a svegliarmi un po’ prima del solito per poter almeno approfittare di questo calore momentaneo che so benissimo finirà molto presto.

Vedo una nuvola grigia avvicinarsi al mio terrazzo e già sento che tra qualche minuto dovrò indossare almeno una felpa e coprirmi le braccia bianche se non voglio ritornare a rinchiudermi in casa.

Ora penso solo godermi questo momento come i carcerati godono dell’ora d’aria e sorrido al pensiero di questo paragone così drastico e così poco lusinghiero.

Apro il libro da dove l’avevo lasciato a malincuore la notte prima e torno a rileggere qualche pagina già letta per rinfrescarmi la memoria e riacciuffare parole perse tra una chiusura forzata e l’altra degli occhi in dormiveglia.

Infatti, non ricordo che Andreas è rimasto fino all’alba nella camera numero ottantasette eppure il segnalibro è piantato qualche pagina più in là e non posso non averlo letto.

So di fare bene a ritornare sempre un po’ indietro sui miei passi perché spesso sono un po’ incerti e inconsapevoli. Nel leggere un libro come nel fare ogni altra azione, non fa differenza: ritorno sempre un po’ indietro e poi riparto.

I miei amici mi punzecchiano e, in casi più estremi, mi deridono: «Sei una manica del controllo, non c’è altra spiegazione. Hai sempre paura che ti sia sfuggito qualcosa».

È vero e, per qualche ragione sconosciuta, riesco anche ad ammetterlo, io che non ammetto nulla neanche di fronte all’evidenza più chiara, chiusa nel mio recinto ad annaffiare i miei fleurs du mal o a dare da mangiare a istinti viscerali.

 

Ho perso il lavoro da poco più di un mese e mi ritrovo a dover fare i conti con le giornate lunghe, gli orari liquidi e le agende, comprate da poco, completamente vuote.

Non sono affatto pronta a voler capire cosa vuol dire un’agenda vuota e, ancor di più, una piena giornata vuota, una piena settimana vuota.

Spengo la sigaretta, bevo l’ultimo sorso del caffè oramai freddo e subito ho voglia di avvelenarmi di nuovo ma non lo faccio, non per rispetto ai miei polmoni già segnati ma per una inderogabile legge scritta da qualche parte in qualche manuale di cose da non fare assolutamente, soprattutto in pubblico.

Cerco di concentrarmi sulle righe scritte, ma devo rileggere il rigo sopra per capire il rigo sotto e tornare addirittura indietro di un paragrafo per afferrare il punto e a capo.

Mentre tento di rimettermi a linea con la storia, un urlo oltrepassa il fiume e la sua eco va a sbattere sul parapetto del mio balcone: «Amoooreeeee». O almeno sono convinta di aver sentito proprio la parola Amore. È così fuori luogo in quest’istante, a quest’ora, in questo punto del quartiere densamente abitato ma scarsamente vissuto.

La voce è grossa, da uomo abituato a faticare imprecando i santi, a scolare birra calda in qualche bar fuori mano e poco illuminato.

Alzo di scatto la testa dal libro e comincio a guardarmi intorno per capire da che parte può essere arrivata quella voce. E alla mia sinistra, qualche palazzo più in là, noto un uomo che si insapona le ascelle vicino al lavandino in balcone. A torso nudo, robusto, bruno quasi nero, sta lì a buttarsi acqua negli incavi delle braccia in una maniera così naturale che sembra sia sotto la doccia di un comune bagno con quattro pareti all’interno di una comune casa.

L’uomo si accorge del mio sguardo che indugia sul suo torace e, veloce, si rifugia in casa, ancora mezzo insaponato.

Mi sembra un animale braccato dal cacciatore mentre sta mangiando tranquillamente qualche resto di un suo simile.

L’imbarazzo nell’averlo costretto, non volendo, a questa fuga repentina, mi obbliga a girarmi dall’altra parte e mi trovo a rivedere la nuvola grigia che continua ad avvicinarsi al mio terrazzo.

E mi dimentico di colpo dell’Amore urlato dall’altra parte del fiume e dell’uomo nudo in balcone. E ripenso che tra non molto mi dovrò coprire o addirittura dovrò rientrare tra le pareti chiuse del mio bilocale.

Un «Noooooo» torna a sbattermi contro, tante o che si moltiplicano e mulinano impazzite come le palline del flipper tra la ringhiera, i gerani, il basilico e il libro sulle gambe.

Deve essere il tizio di prima che, dopo una dichiarazione esasperata, s’è arreso all’ineluttabilità di un amore ormai finito.

Ed è proprio finito sulla ringhiera del mio terrazzo.

Penso solo per pochi minuti al mio voto di clausura coatto e decido, pur di non pensarci, di aprire i trentadue messaggi arrivati su Whatsapp a destinatari multipli tra i quali ci sono anche io.

Di partecipare a una pseudo-discussione sull’eventualità remota di una pizza, in qualche luogo affollato del centro, tra qualche giorno, a un’ora da definire, non mi va.

Riabbasso la testa sul libro, mi rendo conto che mancano poche pagine per sapere che fine ha fatto Andreas e mi sforzo di concentrarmi.

Bevo un sorso d’acqua dalla bottiglia, accendo un’altra sigaretta e rimango colpita sul viso dai raggi del sole e decido allora di voler rimanere per un po’ così: a fronte alta e a occhi chiusi.

Nel riaprirli, riesco a vedere solo ombre per qualche secondo e le nuvole vicine mi sembrano mattoni di ghisa sciolti al sole.

Ho il viso caldo e le mie ascelle cominciano ad aver bisogno di una rinfrescata come quelle del mio vicino di casa, piccole gocce di sudore formano aloni sulla maglia leggera.

Ripenso a lui e vorrei andare a bussare alla sua porta per chiedergli scusa, per farmi perdonare del mio non volerlo guardare, ma lui era lì e io dall’altra parte e lo sguardo non arriva sempre lontano ma trafigge sempre. Vorrei offrirgli un caffè o farmi prestare un po’ di sale o invitarlo a cena o, al limite, amarlo per tutta la vita.

Ma bevo un altro po’ d’acqua dalla bottiglia e lavo i miei pensieri.

Non seguo più Andreas che, nel frattempo, si è di nuovo fermato in qualche osteria del 17esimo arrondissement di Parigi, chiudo il libro e comincio a scegliere mentalmente il colore della felpa e comincio a pensare al fatto che non voglio alzarmi e andare in camera da letto, aprire l’armadio e indossarla.

Voglio rimanere seduta qui ad aspettare le nuvole che si avvicinano al mio terrazzo, ma nell’aspettarle, sotto il sole caldo, già sento freddo e mi rendo conto di non aver goduto per nulla del regalo inaspettato per paura che la scatola fosse vuota.

Il nesso logico tra questa mattinata calda e la mia intera vita prende forma in tre secondi netti e non mi dà neanche il tempo di accorgermi che le nuvole sono, intanto, scomparse all’orizzonte.

 

 

Confidenze