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Il capitano Franz

ConfyLab

In occasione della Giornata della Memoria vi invitiamo a leggere questa storia, arrivata al nostro laboratorio di scrittura. Ecco chi è l’autrice: Mi chiamo Samantha Beatrice Brillante, la scrittura mi ha sempre appassionata, portandomi a pubblicare due libri: “Enemy tra bene e male”, un romanzo fantasy, d’amore e dark, molto avvincente, e “Anche i Gatti hanno un Cuore” dove è proprio il piccolo Apollo che racconta la sua storia, questo libro è stato letto da varie associazioni e dall’ENPA che ne ha dedicato un articolo. Il racconto del “Capitano Franz” è nato con tanto affetto e voglia di far conoscere ciò che questo incredibile uomo ha fatto per l’Italia, da anni attraverso i racconti del figlio, Mauro Cassani, ho conosciuto il Capitano Franz, con storie entusiasmanti e un coraggio unico. Queste storie del periodo di guerra del padre sono state così appassionanti che mi hanno portato a volerle condividere con voi

 Capitano Franz

È stato possibile realizzare questa storia grazie ai racconti di Mauro Cassani, figlio del Capitano Franz, che mi ha fatto vivere attraverso i suoi ricordi quei momenti

Storia vera di Franco Cassani raccolta da Samantha Beatrice Brillante

 

Mescolo l’insalata con olio, sale e aceto ventitré volte, perché solo dopo ventitré volte può essere pronta e saporita.

«Le Truppe Tedesche ci assaltarono all’improvviso e per timore ordinai ai miei uomini di nascondersi dentro le botti piene di vino» dissi alla mia famiglia mentre cenavamo.

È solito per me raccontare a ogni pranzo o cena, la mia vita vissuta in guerra, perché profonda, perché toccante, perché vera e straziante.
Mi chiamo Franco Cassani, ma per tutti sono ormai il Capitano Franz, il Capitano che dal 1937 per dieci anni passò la propria vita in guerra.

Ero solo un ragazzino di diciassette anni quando decisi con mio padre di arruolarmi nelle truppe Partigiane, con il desiderio di salvare la mia Patria dalle truppe nemiche. Ricordo ancora quel giorno: «Mi ascolti padre, io avrei deciso di arruolarmi con i Partigiani, mi date il permesso di farlo?» avevo esordito quella mattina.

«Certo figlio mio, vai a difendere la tua Patria dall’invasore» mi aveva risposto fiero mio padre.
Il Fascismo ci stava massacrando, e così nel 1937 mi arruolai, segnando per sempre la mia vita. Non passa giorno che non riviva ogni attimo di quei momenti.
Arrivato nella Resistenza ero un ragazzo pronto a combattere, desideroso di giustizia, ma ingenuo di fronte alla crudeltà della guerra.

Sotto il comando del Comandante Moscatelli inizio a combattere con le truppe Garibaldine.
I giorni sono difficili, e le ore passate a vedere sangue e crudeltà, interminabili.
Uomini, donne e bambini venivano catturati con l’accusa di essere Ebrei, portati con forza e senza nessuna umanità nei campi di concentramento nazista. Erano condannati alla sofferenza e alla morte certa.

La seconda guerra mondiale non risparmiava nessuno.
Il pensiero di tutte quelle atrocità mi infervorava l’anima, rendendomi più deciso che mai ad aiutare a porre fine a tutto questo. Era ormai la mia battaglia, lo scopo della mia vita.
E così dopo tre anni di guerra, grazie alla mia dedizione, ricevo una promozione al valore dimostrato, diventando Capitano nella Resistenza. Nasce un nuovo me stesso, battezzato come “Capitano Franz”.
I sette anni successivi sono pieni e concentrati. Mi dedico con tutto me stesso al mio obiettivo: fare si che la guerra finisca. E così guido i miei ragazzi alla liberazione di diversi Paesi del Piemonte. Questo ci mette a contatto con gli abitanti del luogo, familiarizzando con loro, e con i contadini del Monferrato, dai quali, con regolare ricevuta di pagamento, acquisto i viveri per il mio gruppo».
Mi fermo nel mio racconto, mentre continuo a mangiare la mia adorata insalata. Alzo gli occhi dal piatto e mi accorgo che tutta la famiglia mi osserva e qualche attimo dopo, come se l’incanto fosse finito, mia moglie Olga si versa un bicchiere di acqua, mentre i miei figli continuano a mangiare. «Perché specifichi che davate una ricevuta?» mi chiede mio figlio Mauro perplesso.

«Perché tutti razziavano il cibo» gli rispondo «lo rubavano o se ne appropriavano, questo era il modo di fare in guerra, ma io ho sempre voluto fare le cose per bene, e pagavo per avere il cibo, lasciando ai contadini le ricevute da esibire».
«Onesto, bravo papà» interviene mia figlia Feliciana.

«E poi cosa succede?» chiede Elvana.
Mi concentro di nuovo, mentre rivedo il Capitano Franz, me stesso, in quei luoghi.
«Ci fu un momento davvero molto critico per me e i miei ragazzi, ve ne ho accennato ad inizio cena».
«Racconta papà» mi esorta Mauro, addentando un pezzo di pane.
«Eravamo tranquilli, ma in allerta come al solito, e un giorno, mentre eravamo in una fattoria, fummo circondati a tradimento. Le Truppe Naziste stavano arrivando per noi. Non avevamo tempo per scappare, eravamo circondati.
Dovevo trovare il modo di difendere i miei soldati, non potevamo morire.
E così pensai che l’unico modo per rimanere in vita, fosse nasconderci nel miglior modo possibile. Ordinai ai miei quattro soldati venuti quel giorno con me, di restare calmi e di non farsi sopraffare dalla paura, perché questo ci avrebbe portato alla morte. Li incoraggiai ed esortai a stare calmi e di seguirmi. Entrammo in una cantina dove i contadini tenevano al freddo le grandi botti di vino, e dissi loro di aprirle, immergersi all’interno e richiudere il coperchio. Mi guardarono sbalorditi, e con il terrore negli occhi».

«Fidatevi di me!» li esortai. E così ci immergemmo nel vino, l’odore era soffocante, la concentrazione di quel mosto ci portava quasi a svenire.
Mentre fermo e immobile aspettavo che tutto fosse tranquillo, grida e rumori ci raggiunsero, i soldati nazisti erano furiosi e assetati di sangue. Quando li sentimmo arrivare e occupare la cantina, i nostri cuori cominciarono a battere velocemente, così forte che temevo che potessero udirne i battiti.
Rovesciavano gli oggetti, guardavano in ogni angolo, mentre immerso totalmente nel vino attendevo.
Stavamo inalando le esalazioni del vino, ma mi pietrificai quando capii che sospettavano che fossimo all’interno. Sperai con tutto me stesso che i miei ragazzi stessero immobili e non facessero movimenti affrettati. Se uno di noi avesse ceduto, saremmo stati tutti condannati a morte.
Il momento più difficile fu quando con le punte delle lame delle baionette dei fucili, cominciarono a infilzare le botti per controllare che non fossimo nascosti all’interno. Ricordo il terrore nel sentire quella lama entrare dentro, solcare il vino e passarmi vicino.
Furono sorpresi quando videro fuoriuscire il vino, perché pensavano che noi fossimo nascosti dentro le botti vuote. E così se ne andarono.
Quel giorno fummo assistiti dal cielo, perché nessuno di noi venne infilzato e fui felice quando constatai che tutto il mio gruppo stava bene. Eravamo riusciti a scampare alla morte».
I visi scioccati della mia famiglia mi fanno pesare le parole appena dette, rivivendo quell’inferno. «Non rattristatevi, la guerra è così, è stata così» li rassicuro, e sospiro perso nei miei ricordi, mentre il sorriso mi solca le labbra pensando a qualche soddisfazione ricevuta.
«A volte riuscivamo a farla a quei nazisti sapete? Ricordo le risate che io e i miei ragazzi ci siamo fatti per avergliela fatta sotto il naso».
«Parli della storia del carretto?» chiede mia moglie.
«Si, troppo bello, quando ci riusciva di fargliela sotto il naso. In pratica avevo diversi documenti con varie identità che all’occorrenza utilizzavo, e così vestiti in borghese e non da militari, io e il mio fido soldato Otello, questo il nome che il ragazzo aveva assunto in battaglia, andavamo in giro con un calesse trainato da un cavallo, e facendo così riuscivamo a passare i controlli, portando con noi i viveri per il gruppo».
«Che furbi» sogghignò con un sorriso mia moglie.
Continuiamo a mangiare mentre i ricordi, come un turbine inondano la mia mente, facendomi nuovamente rattristare.

«A cosa stai pensando papà?» Alzo gli occhi, per incrociare quelli color nocciola di mio figlio. «Avvenimenti successi Mauro, e molti non sono piacevoli purtroppo» sospiro «Sapete durante la guerra una famiglia di Crevoladossola, aveva fatto arruolare nel mio battaglione il loro figlio di appena sedici anni. Ricordo ancora quel giorno, quando quei genitori consegnarono proprio a me il loro ragazzo. Rivedo la preoccupazione, la frustrazione del momento, e non posso dimenticare la speranza nei loro occhi.

Il ragazzo venne soprannominato Crevola, ma purtroppo un giorno, in battaglia, l’esercito nazi- fascista lo uccise. Fu un duro colpo, che non sono mai riuscito a perdonarmi.
«Non è stata colpa tua Franco» cerca di consolarmi la mia adorata Nini, è così che preferisco chiamare mia moglie.

«Lo so, ma mi sono sempre sentito responsabile lo stesso»
Mi verso un bicchiere di acqua, come se l’acqua con la propria purezza potesse cancellare i duri ricordi.
«Cos’altro ci racconti della guerra papà?» chiede Feliciana.
«Basta, non voglio raccontarvi più nulla, ho già detto tanto, e non voglio rattristare ulteriormente questa cena»
«Ma sono tutte cose interessanti papà. Sapere cosa è avvenuto è importante, e poi» continua mio figlio «i libri di scuola sono pieni di racconti della seconda guerra mondiale, noi abbiamo l’opportunità di ascoltare tutto in prima persona, fatti veri, e non solo testi da studiare»
«Hai proprio ragione Mauro» affermo, non potendo non notare la saggezza dei miei figli. Poggio il bicchiere, era arrivato il momento di riferire un aneddoto di guerra.
«Vi dico questo» comincio di nuovo a raccontare immerso nei miei ricordi, dove il Capitano Franz fa un resoconto di guerra «vi racconto un passo importante e fondamentale per noi, e per la nostra città» sospiro, questa volta carico di orgoglio «Fu fondamentale per noi, e il nostro cuore si riempì di emozione e gioia, quando la Val d’Ossola divenne la prima Repubblica in Italia. Fu uno spiraglio per tutti, soprattutto perché avvenne verso il concludersi della guerra. Quel giorno il Comando nazista fu assaltato dai miei uomini, che fece prigionieri i soldati tedeschi» sorrido a quel ricordo di gloria «e come trofeo di guerra mi impossessai della bandiera nazista che era stata decorata da Hitler sul fiume Don in Russia»
«Questa sì che si chiama vittoria!» esclamano i miei figli orgogliosi.
«E poi c’è la parte dolce della storia» affermo, guardando con affetto mia moglie.
«La guerra finalmente finisce, e dopo dieci anni intensi, crudi e vivi, ritorno nel mio amato paesino sul Lago Maggiore, ed è qui che conosco la mia adorata Nini» dico, guardando con amore mia moglie, la gioia della mia vita «Era la mia vicina di casa sapete, una Svizzera in Italia. Me ne sono subito innamorato»
«E io mi sono subito innamorata di te, e del Capitano Franz, fiero, forte e orgoglioso» mi dice mia moglie, avvicinandosi e posandomi un bacio sulla fronte.
«Il nostro sogno si corona quando ci sposiamo e mettiamo al mondo il frutto del nostro amore» guardo fiero mio figlio «parlo di te Mauro» dico.

«Poi però tutto si oscura di nuovo» interviene mia moglie «ti hanno ripagato molto bene per i tuoi servigi non c’è che dire».
«Purtroppo anche dopo i dieci anni di guerra, anche dopo la fine, il tutto mi continua a perseguitare, e per i primi due anni non posso fare il genitore, perché come Capitano Partigiano, vengo ritenuto responsabile della morte di alcuni soldati invasori, e questo grazie alle testimonianze di un prete, deciso a rovinarmi l’esistenza. Per questo motivo vengo condannato a due anni di reclusione nel carcere di Novara».

«Ma questo non è giusto!» esclama mia figlia «tu combatti per l’Italia, per salvare la Patria e loro come ricompensa per aver fatto quello che si doveva fare, ti arrestano pure, è completamente assurdo!».
Noto sgomento sulla faccia dei miei figli, sono scioccati, eppure è ciò che è avvenuto, un Comandante condannato dalla propria nazione per averla difesa.

«Non sembrava vero nemmeno a me, nemmeno a vostra madre, ma le assurdità avvengono purtroppo».
«Ma questo non mi ha impedito di stare lontano da vostro padre» esclama fiera mia moglie.
«È vero, Mauro io a modo mio ho sempre fatto il padre, e questo grazie alla mia Nini che ogni quindici o trenta giorni ti portava da me, così che potessimo conoscerci e stare insieme»

«E brava mamma Olga» esclama Mauro regalando un sorriso a mia moglie.
«Non mi arrendo» continuo a raccontare «e attendo la fine della condanna, e così dopo due anni posso ritornare a casa, ma ciò che mi ferisce è che, anche dopo aver scontato la pena, e dopo la fine della guerra la mia condanna sembra in realtà non concludersi, perché vengo privato dei diritti civili, compreso quello del voto» sospiro «io per l’Italia non esisto, mi addolora questo, mi addolora che il mio paese a cui ho dato la mia vita adesso mi abbia ripagato così. Per un Capitano che ha sempre fatto il proprio dovere è un grave peso con cui deve convivere. Solo anni più avanti, con una grazia del Presidente Pertini mi vengono restituiti tutti i miei diritti»
Mi fermo, come a riprendere fiato, come se quei momenti in realtà non mi avessero mai lasciato. «E dopo cosa hai fatto papà?».
«Dopo cosa ho fatto? Bella domanda…» affermo, sorseggiando un po’ d’acqua «mi sono ritrovato senza nulla, dieci anni di guerra avevano distrutto tutto. Mio padre aveva un’impresa di laterizi edili prima della guerra, ma fu requisita dai nazisti, e così non avevo più nulla, dovevo inventarmi qualcosa, per poter mandare avanti la mia famiglia» dico, ripensando alla difficoltà di ritornare alla vita normale, al non essere più il Capitano Franz «Penso di andare a vendere calze di seta alla stazione centrale di Milano, e grazie a quei primi guadagni comincio a mettere qualche soldo da parte, riesco così a prendere in gestione la Drogheria Baioni, in Piazza mercato a Domodossola, e successivamente riesco a costruire la nostra azienda di materiali edili»
«È così che è nato tutto, allora» afferma con un sorriso mio figlio «sei stato forte e coraggioso Comandante, bravo!» sorride orgoglioso nel dirmi questo.
Lo guardo con affetto, guardo con amore tutta la mia famiglia.
«Ricordate una cosa importante» sussurro, passando da uno sguardo all’altro «Ricordate che siete fortunati, perché oggi voi siete liberi, liberi di scegliere il vostro futuro, questo dovete apprezzarlo più di qualunque altra cosa, perché potete fare quello che desiderate. Siete liberi di scegliere, ed è un valore grandissimo» continuo a dire «Io e gli altri ragazzi avevamo solo due scelte davanti: difendere la Patria dal nemico, o sconfiggere la Patria, alleandosi con il nemico».
«Comunque» dico loro, spostando la sedia e alzandomi «scusatemi se vi racconto sempre i miei dieci anni di guerra, scusate se rivivo con voi quegli attimi, scusate se vi assillo».

«Non scusarti papà, devi farlo, è giusto così, se tu condividi con noi le tue esperienze, potrai sconfiggere i tuoi incubi notturni, e poi è una gioia ascoltarti».
«Sono stato per dieci anni il Capitano Franz, un periodo intenso e incancellabile».
«È vero, tu sei stato il Capitano Franz, ma ricorda anche tu una cosa papà, tu sei e sarai sempre il Capitano Franz».

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