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Il coraggio di essere fragili di Monica Quaranta

ConfyLab

Ecco chi è la nostra autrice: Sono nata il 02 aprile 1970, a Legnano (MI) ma il mio cuore, appartiene al sud, la mia terra e la mia casa, sono qui, fra la Calabria, in cui ha avuto i natali mio padre e la Puglia, in cui ha avuto i natali, mia madre.  Abito a Catanzaro Lido, in una ridente cittadina che, si affaccia su una rigogliosa pineta, che fa da cornice al mare.  Ho una figlia di 21 anni, la mia perla nera, che mi colora le giornate, con pennellate d’amore e meraviglia e poi c’è la mia adorata famiglia, da cui attingo la mia forza e tanto amore ed “Amy” – la pincher/chiwawa, della mia figliola. Nella vita, sono una contabile, mi occupo della gestione finanziaria di un’azienda commerciale del posto, ma, nella giostra dei numeri che costellano il mio lavoro quotidiano, impera lei, “la poesia, la scrittura”, quel sacro fuoco che, mi vince e mi trascina, tutte le volte in cui mi soffermo un attimo, a pensare.   Ho partecipato ad una serie di concorsi letterari, nell’ultimo anno, ottenendo diversi riconoscimenti, fra i quali: “Il Galà dell’amore” (CS) – “Bagnara è poesia” – (RC) – “Club della poesia” (CS) – Premio poemi sacri e religiosi “Hecce Homo” – (CS). Ho un profilo facebook e una pagina dove pubblico i miei scritti e sto raccogliendo le mie poesie in un volumetto, di prossima pubblicazione. 

 

Il grido stridente di un gabbiano in volo lacera il silenzio del mattino, schiudo piano le palpebre ed è luce intorno a noi. Il giorno ci ha sorpresi così, su un giaciglio di sabbia dorata, mentre i bagliori rossastri del sorgere del sole si riflettono sul tuo viso inerme. E resto immobile lì, accanto a te, e trattengo il respiro, nel timore che i palpiti incessanti del mio cuore possano destarti da quel sogno di emozioni che scorgo oltre i tuoi occhi chiusi, fra la dolce linea delle tue labbra appena increspate dal cenno di un sorriso, nel tuo caldo ansimare, che mi accarezza piano la pelle.

La fresca spuma del mare, trasportata dal soffio leggero del vento, ricopre di minuscole gocce  i nostri corpi. Chiudo gli occhi e nella mente e nel cuore ancora sento le tue mani che mi accarezzano l’anima, sfiorando gli angoli più reconditi del mio essere. Abbattono quel muro di difese, creato per schermati dai graffi che ti porti dentro, sciolgono gli intricati nodi che tenevano imbrigliate le emozioni, mettono a nudo le resistenze del passato, riscoprendo ciò che eri e raggiungendoti oggi, in ciò che sei.

Brividi caldi mi scuotono, mi attraversano, scorrono in ogni minuscola fibra, e mi sorprende, perché so che quando rivedrò i tuoi occhi e incrocerai il mio sguardo ci perderemo e ci ritroveremo, in quell’abisso senza fine, nel nostro piccolo angolo di mondo, a pochi centimetri dal cuore. E fa paura la consapevolezza che, per noi, non esisterà mai un domani, l’alba, ti porterà lontano, come sempre, come tutte le volte in cui, mi hai cercata dopo mesi e mi hai trovata, pur sapendo che ci saremo persi un’altra volta.

Ecco, questo eri tu. Questo, riuscivamo ad essere noi, insieme. Questo, ci accadeva. Noi, e il nostro piccolo universo, dipinto di suoni e di colori.

Io, single, indipendente, decisa, donna in carriera, forte delle mie sicurezze… Eppure, infinitamente piccola, inadeguata, di fronte a tutto ciò. E non si tratta di sciocco vittimismo e nemmeno di elemosinare briciole d’amore, ma è la certezza assoluta di sentirsi in perfetta simbiosi con un altro essere, il risultare ineluttabilmente affini, sotto più aspetti, la risposta alla mia domanda di sempre: ma è tutto qui, l’amore?

Perché io sapevo, che doveva esserci di più… Ecco, lui, era il di più, quello giusto, talmente giusto che non poteva essere, come in effetti non è stato.

Fu un incontro voluto il nostro, dopo esserci scritti per mesi, di tutto e di più, raccontandoci a vicenda pezzi di vita vissuta senza alcuna difficoltà, diffidenza, pudore e spesso mi domandavo come fosse mai possibile entrare in un tale stato di confidenza con una persona in fondo, per molti tratti, sconosciuta.

Io che ero abbastanza disillusa sull’amore in tutte le sue forme, io che volevo di più, ma che in realtà, ci credevo molto poco, ormai… Ed è per questo che sono sempre stata “l’instancabile guerriera”, come mi chiamavano in famiglia e fra gli amici, piccola nelle forme, ma forte di temperamento, decisa e battagliera nella vita e a tratti forse, anche inconsapevolmente dura.

Di me, questa però, era solo una corazza eretta a guardia di un’anima di cristallina fragilità, timida, goffa e anche un pò introversa, era così che mi sentivo dentro, eppure ogni qualvolta la vita mi remava contro io ero lì, abbarbicata su uno scoglio, testarda e tenace, intenta a risalire e a non mollare, nonostante le urla, del mare in tempesta.

Molto spesso sono stata definita una persona eccessivamente austera e distaccata, ma quanta fatica mi è costata questa barriera inconsapevole, elevatasi un pò per timidezza caratteriale, ma dovuta per la maggiore alle vicende vissute alle difficoltà incontrate lungo il cammino, al passato con il suo carico di dolori, delusioni, insoddisfazioni, di progetti e sogni infranti, alla perdita di alcune persone care, che consideravo pilastri portanti, rifugio ultimo e sicuro.

Mi sono rimasti dentro i segni indelebili delle loro sofferenze, vissute un passo dietro l’altro con profonda dignità e compostezza, e tanta pazienza, nell’affrontare in silenzio, tutte le battaglie. A volte, per pochi istanti, potevi scorgere un velo di tristezza o una piccola, furtiva lacrima, fare capolino fra gli occhi, prontamente ricacciata indietro, per impedirci di leggere la consapevolezza di una verità palese.

Non è stato generoso con loro il destino quando gli ha chiesto di saldare il conto con largo anticipo. Era una grande donna, nostra madre, forte, dolce e coraggiosa… magari sbagliando e forse a modo suo ci ha amate tanto.

Pochi anni dopo la raggiunse la persona che era rimasta a testimoniare il suo passaggio fra noi e l’affetto che non siamo state in grado di mostrare a nostro padre, imbrigliato fra rabbia e risentimento verso un uomo che non ci ha sapute amare, si è fatto strada prepotentemente, anche se forse troppo tardi… perché se lui non ci ha sapute amare, noi comunque siamo state incapaci di comprendere e perdonare.

Il suo personale calvario è stato anche la sua salvezza, il suo percorso verso il Paradiso, che si è sicuramente meritato. Era un uomo semplice e con le sue debolezze e fragilità ci ha voluto bene.

Ecco, in questi frammenti di ricordi e di emozioni ci sono io perché la vita batte forte e lascia i segni e a un certo punto ti fermi al capolinea, arriva il  momento di fare un bilancio e di tirare le somme: la mia esistenza fino a oggi non è stata di certo esemplare, molte le situazioni di cui non vado fiera, tanti, gli errori commessi, forse si sbaglia per eccessiva creduloneria, per estrema fiducia nel prossimo, o forse, solo per stupidità.

Alla fine, ti ritrovi comunque in compagnia di te stessa, a raccogliere i cocci di un’esistenza che non volevi, con il tuo fardello di problemi e responsabilità, da affrontare da sola. Finisci con il collezionare una delusione dopo l’altra e graffio dopo graffio, i segni rimangono lì nell’ombra, in agguato, ti cambiano pian piano, ti spengono dentro, ti consumano lentamente, affievoliscono il tuo sguardo spontaneo, facendoti diventare la persona che non eri e che non vuoi.

Ci sono stati tempi in cui, avrei voluto mollare tutto e tutti, fuggire via, per cancellare quelle pagine sbagliate, dove nessuno ti conosce e non può leggere cosa ti porti dentro. Però io sapevo, che oltre il buio, il vuoto, oltre il tunnel, c’era la Luce, c’era l’amore di una figlia, che meritava tutte le attenzioni del mondo e sicuramente una madre migliore di me, che non ha potuto garantirle la stabilità di una famiglia, suo malgrado, e che le ha tolto a torto o a ragione la presenza di un padre.

Oggi è una donna lei, una donna in gamba, forte e tenace, buona e generosa, migliore di me,  poiché è stata in grado di accettare la mia scelta, l’unica allora possibile e inevitabile e… perdonare.

Tante volte sono caduta rovinosamente, ma altrettante volte, mi sono rialzata, e ho proseguito il cammino, insieme a lei e per lei, al fine di regalarle un’esistenza serena, come forse la mia, non è mai stata. Certamente, non posso dire di essere stata la figlia, la donna e la mamma migliore, di questo mondo, però so di essere stata semplicemente io, nelle mie debolezze, nei miei limiti e  nelle mie fragilità, ho fatto quello che ho potuto e se ho sbagliato non l’ho fatto con l’intenzione di ferire.

Nel silenzio irreale dei ricordi, a volte l’inferno del passato, si è affacciato beffardo, quasi a volermi risucchiare, nel suo vorticoso girotondo, ma la vita mi ha insegnato che le barriere intessute, con fili intrisi d’amore, sono le uniche in grado di combattere le sofferenze ed  è stato proprio questo mio modo di respirare la vita, che mi ha permesso di essere la donna che oggi sono e di continuare a credere all’amore, senza limiti o riserve, e seppur con i cerotti sul cuore io continuerò ad amare.

Ecco perché, quando è arrivato lui, di punto in bianco, un giorno all’improvviso, è stato tutto spontaneo, pulito, semplice, come lo avevamo immaginato, durante le nostre interminabili conversazioni, eravamo noi, con i nostri sguardi veri, che si erano cercati e subito trovati, senza bisogno di parole, noi, con le mani tese in una carezza reciproca sul viso, in un leggero sfiorarsi a fior di labbra che aveva il sapore dell’attesa.

Eri lì, in piedi, di fronte a me, con quei capelli nero corvino e gli occhi scuri, come la notte, le labbra piene, appena increspate da un timido sorriso, quella fossetta sul mento, la tua camicia bianca, appena sbottonata sul torace, i jeans che ti fasciavano le gambe, la giacca blu, con i bottoni argento, ricordo tutto, come se fosse adesso. Assurdo, ma eri davvero come avevo immaginato che fossi, eri tu e basta.

Il vento scompigliandomi i capelli mi velava lo sguardo. Non so se fosse il suo alitare a impedirmi di respirare o il tonfo accelerato del cuore che mi scuoteva il petto.

So però che qualcosa del genere doveva essere successo anche a lui perché sentimmo improvviso, il bisogno di stringerci, forse per sorreggerci a vicenda, o per scoprire se davvero, in quell’abbraccio, ci fosse il punto di arrivo, l’agognata meta.

Io ebbi la risposta quella notte, in quel preciso istante. Era una calda sera d’autunno, il mormorio del mare e il fruscio dei rami degli alberi di pino, furono silenziosi testimoni delle nostre notti complici, dei respiri confusi, delle carezze sulle labbra, del tuo caldo alitare sul mio viso, dei tuoi baci leggeri che seguivano le linee e i contorni, mentre il riflesso della luna tingeva d’argento i nostri corpi.

Ci respiravamo, in tutti quegli abbracci che profumavano di noi, mentre il mormorio delle onde, e il sibilo del vento, cullava i nostri gesti, in una danza lenta, languida ed estenuante… Ebbri e sazi dei nostri sguardi, carichi d’amore e desiderio, restavamo vicini, in silenzio, ad ascoltare i battiti del cuore.

Era tutto così reale, così tangibile, così vero, così bello, così dannatamente forte… Tutte le volte era così, sempre più intenso, toccante, in crescendo.

Io credo che, poche volte nella vita (se non addirittura una) si possa giungere a toccare le vette inesplorate, perché la magia che si sprigiona in quei momenti è unica e irripetibile. Due rette parallele che si intersecano, in un punto perfetto. Questo eravamo noi, quando stavamo insieme, in perfetto equilibrio.

Non ho mai capito, cosa ti spingesse dopo, a scivolare via, esattamente come un’onda che, repentina ti bagna e si ritrae; ormai non me lo chiedo più, ma so che sarebbe ancora così, se un giorno dovessimo incontrarci nuovamente, e se da un lato razionalmente rifuggo questa idea, dall’altro il cuore, continua in un angolo, ad anelare, a desiderare, a cercare.

Tornerà di nuovo ottobre e sarà un anno che ci conosciamo. Ricordi quando ti dicevo: «Arriverà l’inverno e poi la primavera». Siamo ad agosto adesso, sul finir dell’estate e in questi mesi, ci siamo persi e ritrovati, per la terza volta.

Non so se ci sarà per noi un’altra volta “ottobre”, non si è mai detto che la vita, ti offra su un piatto decorato, la quarta chance, sempre la stessa, quella che tu, in fondo, non hai mai saputo cogliere, o forse, si farà beffe di me, tutte le volte in cui i miei pensieri, ti cercheranno ancora, un’altra volta.

Il coraggio di essere fragile, mi ha condotto a te, per questo ti ho voluto e ho scelto di non avere più paura, delle mie paure, adesso che conosco tutte le sue stanze, adesso che ho imparato a distinguerne tutti i suoi colori. Perché ora lo so, esistono notti che durano attimi di eterno.

E, dentro ci sei tu, Gianni, per sempre.

 

 

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