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L’amore non ha confini

ConfyLab

Daniela Giambrone, copywriter e giornalista freelance di Torino, ha partecipato al ConfyLab con questa storia vera

 

Storia vera di Silvia C, raccolta da Daniela Giambrone

Da quando sono single ho iniziato un gioco. Ogni giorno, sotto la doccia, mi sfioro pensando a una persona diversa. Pescata da incontri casuali, conoscenze lievi o presenze amiche da anni, vale tutto. Lo faccio per allenare la mia fantasia. Per vedere quanto l’immagine di quella persona dura nella mia testa, quanto tempo riesce a rubare alla mia attenzione. Chi resiste per cinque docce di fila si aggiudica un premio. Devo dire che finora praticamente nessuno è rimasto per più di due docce consecutive. Sorrido e penso che in effetti, da quando sono single, sono anche molto selettiva. Eppure qualcuno mi sta mettendo alla prova ultimamente. Lei, così fresca, mi ha sorpreso. Una collega nuova che incrocio alla macchinetta del caffé. I nostri incontri stanno diventando sempre meno casuali e sempre più premeditati, potrei dire attesi. Abbiamo iniziato a parlarci distrattamente, giusto per scambiarsi qualche parola di cortesia. E dopo le parole di cortesia sono arrivati gli scambi di opinioni. E dopo le opinioni sono arrivati i racconti personali. In un’escalation di curiosità sempre più fisica. Un fenomeno inusuale per me, etero convinta. Forse è proprio per amore della trasgressione che poso il pensiero su di lei sotto l’acqua delle mie docce. Funziona. È come se quel suo modo di parlare con una strana cantilena rimanesse attaccato alle mie dita, che da sole sanno dove esplorare, sanno come mescolare, stringere, accarezzare. È quasi imbarazzante. Non abbiamo mai (ancora) parlato esplicitamente di passioni o fantasie, ma quando conversiamo è come se la sua testa fosse proprio dentro la mia. E ora in doccia dalla testa parte e si irradia per tutta la colonna vertebrale, fino al mio punto più nevralgico, scuotendomi forte. Questa è la quinta doccia consecutiva che le dedico. Nonostante la sorpresa, non mi resta che rispettare le regole del mio stesso gioco e arrendermi all’evidenza. Decreto l’insospettato vincitore e stabilisco quale sarà il suo premio.

 

Stanotte il vapore mi annebbia la vista, mi anestetizza le narici. Sono appena rientrata a casa e non vorrei farla affatto la doccia. Vorrei tenermi addosso intatto l’odore.

Se ci penso non riesco ancora a crederci.

L’ho chiamata.

Del resto, il numero me l’ha dato lei… Un invito velato che ho deciso di cogliere senza troppi convenevoli. Le ho dato un appuntamento per un bicchiere dopo cena. O meglio, le ho dato una possibilità. Ho avuto la netta sensazione che volesse giocare, pertanto ho pensato perché no? Ho chiesto a un amico fidato quanto basta di venire con me. Avevo bisogno di qualcuno che partecipasse alla conversazione, che la distraesse mentre io la osservavo in silenzio. Poi, fra un ruchè e uno syrah, quando le parole si sono fatte finalmente liquide, ho trovato il coraggio di buttare l’amo. Col cuore che assomigliava a un assolo di batteria ho chiesto “Chi vuole venire in bagno con me a tenermi la porta?” Mi sono alzata senza aspettare la risposta, senza guardarmi indietro ho preso la via della toilette. Come da copione è stata lei a seguirmi. Ho sentito i suoi passi incalzarmi fino all’ingresso. Sì, mi ha tenuto ferma la porta del bagno. Con la schiena, da dentro. Si è intrufolata senza aspettare un mio invito ed è rimasta lì, a fissarmi in piedi, frugando dentro i miei occhi per trovare complicità al suo sguardo di intesa e di attesa. Saremo state in quel metro quadro non più di un quarto d’ora, quindici minuti in cui abbiamo avuto il tempo sufficiente per esplorarci. Con le mani, con le dita, con la lingua. Ho cercato tutti i suoi anfratti, nascosti tra profumo e cachemire. Li ho trovati. E scoprirli è stato un piacere condiviso da entrambe. Non ci siamo dette una parola, ma le ho lasciato in tasca il mio foulard. E le ho sussurrato all’orecchio “Perché la prossima volta voglio che sia tu a chiamarmi”.

 

È successo di nuovo, penso mentre l’acqua scende come una pioggia di spilli roventi. Sì, me lo sono ripetuta migliaia di volte, quasi un mantra, tantononcicasco, tantomettolemaniavanti. Sì sì. Forse sono stata l’unica a crederci davvero. O a mentirmi così bene. E adesso sono giorni che mi ritrovo assuefatta, in piena crisi di astinenza per un desiderio che non pensavo nemmeno possibile per me. Un pensiero sottile come un filo di metallo sotto una pelle trasparente. Sempre presente, incessante. Un rumore di fondo alla colonna sonora della mia routine. Il primo e l’ultimo flash, quasi un oggetto da cui non separarsi mai. Deliziosamente insistente. Ci sono anche giorni come bolle. Quelli in cui magicamente riesco a sospendere le frequenze del pensiero e mi risveglio dal torpore solo quando qualcosa, piccole inezie innocue che erroneamente sottovaluto, mi riposizionano sulla solita frequenza di rumore. L’ovatta si sfalda e insieme alle vene ritrovo il filo di metallo. Io la pelle, lei il metallo. Sono settimane che non si fa più viva, nemmeno alla macchinetta del caffé. Un giorno dopo l’altro di silenzio invisibile. Il mio foulard ha trovato una nuova casa evidentemente. Solo un orgoglio di mattoni duri mi salva dal prendere l’iniziativa e chiamarla. Per dirle che di quell’assaggio in toilette ne vorrei ancora.

Qui in doccia le mie dita non sono le sue. Il calore dell’acqua non è soffice come il suo corpo. Ma alla fine penso che mi terrò il mio gioco. Non si stanca mai di me, né io di lui. Da domani si torna ai vecchi tempi.

 

Quella telefonata arriva una sera come tante. Ho il ciclo, sono di cattivo umore e mi sto bevendo la mia tisana sotto il plaid mentre scelgo annoiata dalla lista dei film disponibili in streaming quale non ho ancora visto. Non rispondo mai ai numeri sconosciuti, ma vista l’ora tarda preferisco sentire chi è. Mi bastano pochi secondi per riconoscere la cantilena. Mi bastano pochi secondi per ritrovare l’assolo di batteria di quella sera in enoteca. “Ciao, scusa se non mi sono più fatta sentire, ma ho dovuto traslocare molto in fretta e non ho più avuto tempo per fare altro. Ora finalmente mi sono sistemata e credo di doverti restituire una cosa che ti appartiene”. Balbetto che non importa, che certo capisco e che sì, mi deve restituire qualcosa che mi appartiene. “Sì, il tuo foulard non si è perso durante il trasloco per fortuna, stai tranquilla”. Mettere su il tono da dura, accampare scuse, farmi inseguire, lasciarla in sospeso. Le reazioni che mi passano per la testa sono tante, velocissime, insidiose. “Hei, ci sei? sei ancora lì? Non ti sento più”. In un solo respiro ritorno alla toilette, al suo profumo, al suo cachemire, ai suoi anfratti. Mentre espiro le rispondo che sì, ci sono ancora. E che devo assolutamente riprendermi quel foulard, perché è molto importante per me. “È un ricordo di qualcuno che ti sta a cuore?” No, ribatto tutto d’un fiato, è il mio biglietto per un bellissimo viaggio con te. Da bambina ci ho giocato tanto, ma solo questa sera, durante questa telefonata, proprio in questo silenzio che adesso sento intenso e denso, capisco davvero cosa significa parlarsi al telefono senza fili. “Bene, allora aspettami, vengo a portartelo così partiamo subito”.

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