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Martina di Manuela Leonessa

ConfyLab

Ecco chi è la nostra autrice: “Sono Manuela Leonessa, vivo e lavoro a Torino, sono una psicologa. Amo questo lavoro che mi permette di conoscere la gente a livello intimo e profondo. Amo la gente. Nelle mie storie, e nell’unico romanzo finora pubblicato, l’analisi dei personaggi è molto importante. Nessuno di noi è banale,  l’individuo più insulso può essere eccezionale anche solo nella propria mediocrità. Potrebbe essere divertente descrivere un personaggio simile, prima o poi ne invento uno”.

 

Storia vera di Martina raccolta da Manuela Leonessa 

Sono convinta di essere una persona poco interessante, nel senso participio del termine, che non sono in grado di interessare nessuno. Vedo le mie amiche, o meglio, quelle che vorrei lo fossero, ridere e scherzare, pendendo l’una dalle labbra dell’altra. Un vero gioco d’equilibrio, un alternarsi ritmico e ordinato di labbra prese e rilasciate, una lip-dance in tutto il suo turgore. Io osservo. In disparte, sola e disperata, osservo. Mi chiedo cos’abbiano di tanto interessante da dirsi, mi servirebbe saperlo per potermi ispirare e fare parte del gruppo anch’io.

Desolata, a casa piango, lamentandomi con mia madre. Provo a farle capire che la mia è una situazione disperata, che andrà sempre peggio e che alla fine dell’anno mi ritroverò relegata in un angolo della classe, ignorata peggio del mio compagno con sostegno, quel ragazzino autistico che tutti evitiamo, perché è più facile con chi è diverso e fa paura. Sì peggio di lui, perché nella scala delle emozioni sollecitate, lui è temuto, io niente. Ma lei cerca di sdrammatizzare spiegandomi concetti come difesa dei più deboli, e onestà intellettuale, mi parla di solidarietà e d’impegno. Vuole fare di me una bella persona e non capisce che mi sta trasformando in un’esclusa. Provo a farle capire anche questo, fornendole un elenco di compagne che nella mia classe non sono mai sole, ridono, scherzano, sono sempre allegre. Non parlano mai di solidarietà e impegno, ma sanno fare un sacco di cose. Sanno truccarsi, fumare una sigaretta senza sbrodolare il filtro o bere una bottiglietta di birra senza mettersi immediatamente a cantare. Fanno tutto ciò da sole e insieme ai  maschi. Dimenticavo, hanno tutte le tette.

E io, oltre a essere seria come una suora, cosa so fare? So arrampicare. E non ho le tette.

Vado in bagno a specchiarmi. Provo qualche smorfia, faccio oh con le labbra a uovo, poi  le atteggio a cuore. Sono vergognosa. Non mi scoraggio e provo a ridere  con gli occhi tondi, poi li socchiudo, mi faccio la frangia, mi tolgo la frangia, mi metto di fronte, di profilo, mi guardo da dietro, mi faccio la coda, mi tolgo la coda. Gesù che disastro, sono come una sfera: priva del  lato migliore. Eppure Alessia è più brutta di me ed è la ragazza più popolare della classe. É vero che ha due tette così, ma il culo non gli è da meno. Tuttavia le vanno tutti dietro lo stesso. I ragazzi per ovvie ragioni e le ragazze perché vanno dietro ai ragazzi che vanno dietro a lei. E io cosa dovrei fare? Comprarmi un reggiseno imbottito?

E pensare che c’è chi sta peggio di me. Prendi Camilla, per esempio, lei è grassa davvero e non ha tette, è più seria di me, ha gli occhiali ed è pure peruviana. Il Perù è una nazione come un’altra, e vanno tutte bene,  ma se sei sciapa come latte totalmente scremato, allora essere uno straniero funge da esaltatore di avversità, non chiedetemi perché, l’ho notato per caso. Lei, però, non sembra soffrirne, procede, apatica e indifferente, convinta che la musica la salverà. Non toglie mai gli auricolari, non so che musica ascolti ma non ho intenzione di chiederglielo. La sua sfiga potrebbe essere contagiosa e in quell’ambito, al momento, sono immunodepressa.

L’altro giorno è venuta sorridente verso di me, la cosa non giova alla mia popolarità perciò avrei dovuto  togliermi dalla sua traiettoria, ma era così felice e fiduciosa che non ho avuto cuore. E poi ero curiosa, che voleva da me? «Martina» mi ha detto. Ovviamente Martina sono io «domani in pullman ti siedi vicino a me?». Parlava della gita di classe, e in effetti il problema del posto a sedere affliggeva anche me, ma perché proprio io? Mi sono chiesta. Con quale criterio una persona emarginata sceglie il proprio interlocutore? L’ho guardata dritta negli occhi temendo di leggervi la risposta, ma lei mi guardava contenta. E fiduciosa. L’ho già detto, ma non è un caso se insisto su questo punto; mi ha intenerito. Deluderla con un rifiuto sarebbe stato troppo doloroso per me. Lo so, sono una mollacciona, noi sfigati lo siamo.

Sono le otto di mattina, il pullman è già arrivato e ci sovrasta vuoto e immobile. Pare un gigante addormentato in attesa di essere riempito e risvegliato. Camilla è accanto a me, chiacchierina, parla di un sacco di cose che non mi riguardano, e io sono già depressa all’idea che per tutta la gita starà con me.  Forse anche dopo.  Nei secoli dei secoli, già.

Alla fine partiamo. L’autista pare uno simpatico, ride e scherza con i professori che ci accompagnano, speriamo che si ricordi, ogni tanto, di guardare la strada. Sono di umore nero. Non credevo che una giornata in montagna potesse rendermi così infelice. Io adoro camminare, come pure arrampicare e sciare. La nostra meta è un paesino della Val Germanasca, una meraviglia  per me che amo la montagna. Se non fossi in compagnia della mia classe.

Gli ultimi posti sono ovviamente occupati dai più esaltati, Alessia fa la parte da leone, sono tutti intorno a lei. D’altro canto anche il sesso forte ha il suo rappresentante: Simone, uno piccolo e sveglio, un leader nato. Questo mese è stato anche il nostro capoclasse, eletto praticamente all’unanimità. Costipati come in un rifugio antiaereo, non parlano, urlano , e pare che si divertano un mondo. Antonio, il nostro compagno autistico è impaurito da tutto questo rumore, si agita, mi fa pena, ma i miei compagni non ne sembrano turbati, anzi se ne fregano, e pare che urlino ancora di più. Io allungo l’orecchio per sentire cosa dicono, Camilla si accorge che non la sto ascoltando, finalmente si cheta e si infila gli auricolari. Come fa a non essere divorata anche lei dal bisogno di contatti sociali, di approvazione, di amiche? Ah, già, lei ha me. O forse è davvero merito della sua musica, e cosa ascolterà mai, Mantra? Magari ha semplicemente trovato un modo per sniffare cocaina dalle orecchie.

Un paio di compagni hanno cominciato a fare dispetti ad Antonio, lui appare disorientato, spaventato e io non lo sopporto. Dico loro di piantarla, lo faccio recuperando tutto il mio coraggio, lo urlo per sovrastare il baccano. Solo Alessia mi risponde.

«Ma non rompere» mi dice. Lì per lì obbedisco, ho osato troppo e me ne pento, ma il senso di giustizia inculcatomi da mia madre ha il sopravvento. Mi alzo forte della convinzione di stare facendo la cosa giusta e raggiungo i professori, dico loro ciò che stanno facendo ad Antonio,  fanno finta di non sentire. Io insisto. La professoressa di italiano finalmente si interessa a me. Mi guarda severa e mi intima di tornare a posto. In un primo momento non riesco a crederci, ma alla fine mi rendo conto che dovrei ringraziarla. I miei valori sono poco convenienti e lei ha fatto bene a dimostrarmelo. Ma tornando al mio posto mi attende una sorpresa. Camilla ha infilato gli auricolari ad Antonio che adesso appare tranquillo, addirittura beato. Le sorrido con gratitudine, ma le mie convinzioni continuano a vacillare. Seduta accanto a lei mi sento come due aghi in un pagliaio.

Agli ultimi posti Simone ha cominciato a raccontare barzellette, deve essere bravissimo, stanno ridendo tutti a crepapelle.

Anche lui ride e si guarda intorno contento. Jacopo, il ripetente della classe lo guarda con astio, una volta era lui il mattatore, ma Simone non ci bada, con le sue storie potrebbe andare avanti all’infinito. Per fortuna siamo arrivati.

Ho suddiviso la giornata in tre momenti di pena, il viaggio di andata, la permanenza, e il viaggio di ritorno. Posso quindi dire, con un minimo di sollievo, di avere finito di scontare un terzo della mia pena. Il secondo terzo scorre via veloce. In fondo siamo in montagna e questo riesce a consolarmi in parte del disagio di avere compagni che non riesco a fare miei o, per meglio dire, che non mi vogliono tra i loro. Comunque il concetto è lo stesso: io sono qua, loro sono là, e nessuno si sposta.

 

La mattinata è passata visitando la miniera di talco, ma il pomeriggio il professore di ginnastica ha intenzione di farci camminare. È uno un po’ matto e un po’ narcisista, perciò non escludo che abbia intenzione di farci morire per verificare quanto sia più in gamba di noi. Ufficialmente sarà un modo per dimostrare la nostra distanza da una forma fisica perfetta, il raggiungimento di una consapevolezza necessaria. Comunque io sono allenata e, cosa più interessante, lui non lo sa.

Abbiamo solo quattro ore per andare e tornare, in genere non sono poche ma per un branco di pecore atassiche, che è poi la condizione normale degli adolescenti cittadini,  non sono niente. Niente perlomeno per fare qualcosa di serio come, che so, raggiungere un rifugio se non addirittura una vetta. Camminiamo, quindi, verso il nulla. La comitiva è allegra, chiacchierina, e consuma un sacco di energia ridendo e rincorrendosi. Il prof non dice niente, probabilmente dentro di sé gongola per la disfatta imminente. Infatti, quando la salita diventa seria, le frasi si fanno smozzicate, l’atmosfera cambia,  lo scontento dilaga tra le truppe.

Camilla e io, intanto, proseguiamo con passo lungo e sostenuto accanto al prof. Lei si è tolta gli auricolari ma pare essere comunque in un’altra dimensione.  Il viso è rivolto alle vette e la pelle del viso sembra giovare di quell’aria tersa.  La osservo da questa prospettiva mutata, con ammirazione. Finché  il prof guarda l’ora e, arrivato a un pianoro, si ferma. «Dieci minuti. Non uno di più». Intanto osserva il panorama con le gambe larghe e le mani sui fianchi. Mi  ricorda Mussolini nel libro di storia.

La classe si accascia per terra ad occhi spalancati, paiono attoniti ed esausti ma subito cominciano le prime risatine. I ragazzi hanno ripreso a stuzzicarsi, le ragazze no, sono troppo preoccupate per il trucco che il sudore ha fatto colare. Camilla e io restiamo in piedi neanche un po’ stanche. Il prof ci guarda indispettito, probabilmente vorrebbe vedere crollare anche noi, ciò non gli impedisce di tener sotto controllo la situazione, e allo scoccar dei dieci minuti urla alla truppa di rialzarsi per riprendere la marcia.

Riprendiamo il cammino. I virgulti cittadini scoprono così i vantaggi della discesa, si rianimano e ricomincia il cicaleccio. La stanchezza però li rende dispettosi, si scambiano scherzi cretini, si spintonano e si fanno sgambetti, ma il sentiero in alcuni punti è strapiombante e non ammette fesserie. Ovviamente i fessi, non lo sanno e l’irreparabile accade.

Jacopo  non ha ancora digerito la disfatta del viaggio, e tormenta Simone, lo spintona, gli fa lo sgambetto, Simone ride e lo sfotte «Perché mi stai appiccicato, sei innamorato di me?».

Il sole sta calando, l’aria si fa più fredda. Il sentiero si restringe, rivelando uno strapiombo pauroso. Ma Jacopo non guarda, accecato dalla rabbia si avventa contro Simone.  Noi davanti  sentiamo solo le urla, tante urla, ci voltiamo e vediamo le nostre compagne terrorizzate, Jacopo affacciato allo strapiombo, bianco come un cencio, gli altri ragazzi disorientati, che non sanno da che parte guardare. E Simone che non c’è più.

Il prof ci da uno spintone che a momenti cadiamo giù pure noi, corre verso il gruppo, disperato, non chiede cosa sia successo, è ovvio, non gli resta che mettersi le mani nei capelli. Prende il cellulare e bestemmia. Non c’è campo. Chiede ai ragazzi di trovarne uno che funzioni, ma lì la gola è stretta e non arriva nessun segnale. Vediamo Simone, piccolo, in fondo allo strapiombo, immobile.

Poi Alessia grida: «Si è mosso!».

Simone ha alzato la testa e ci guarda, alza un braccio per segnalarci la sua presenza ancora tra i vivi.

«Vieni» mi dice Camilla e si allontana dal gruppo.

«Dove?».

«Ad aiutarlo no? Scendo prima io».

Mi prende per mano e mi porta in un punto in cui la discesa sembra un po’ più praticabile. È chiaro che intenda scendere da lì, ed è anche chiaro che sa che arrampico. Gliel’ho detto io? Non so, non ricordo. La guardo perplessa e lei mi spiega.

«Mio nonno era appassionato di montagna e ha insegnato l’arrampicata pure a me. Vieni» ripete «possiamo scendere  da qua».

Comincia a calarsi tranquilla e ammetto che ha stile. Le gambe aperte, il busto aderente alla roccia, le mani che rapide trovano appigli invisibili. Scivola, lungo la parete, leggera, allora la seguo, sono brava anch’io, mi muovo liscia e tranquilla.

Il solito urlo squarcia l’aria,  la solita Alessia suona come una sirena. Quella dell’ambulanza, non dell’Odissea  «Aiuto, prof!».

Addirittura.

Il prof raggiunge la nostra partenza. Guardandolo da sotto in su appare ancora disperato, ma gli basta un’occhiata per capire che sappiamo ciò che stiamo facendo. «Forza ragazze» ci esorta «fateci sapere come sta». E raggiungiamo Simone, rapide e silenziose. Sopra di noi un pubblico di tutto rispetto, l’angoscia e l’ammirazione si contendono l’aria.

Non sta male quanto temevamo, ma stare bene è un’altra cosa. Tuttavia non ha nulla di rotto. Urliamo al prof che proviamo a portarlo su con noi. La parete non è particolarmente difficile, ma noi non abbiamo nemmeno una corda. Però il tempo vola e chiedere soccorso significa scendere fino in paese  per tornare su con i rinforzi. Arriverebbe prima il buio.

Camilla si lega una maglia alla vita e invita Simone ad aggrapparcisi come fosse una maniglia. Così uniti cominciamo a risalire. Io mi metto dietro, appiccicata a Simone peggio di un cane in calore. Pressato come un wurstel in un sacchetto lui è il più tranquillo. Camilla suda il giusto, io sono tesa come un giavellotto.

Alla fine, però, arriviamo alla meta.

Il giorno dopo a scuola tutti ci vogliono parlare, Camilla e io ci guardiamo contente.  Qualcuno propone di eleggere una di noi come nuova capoclasse, gli altri lo zittiscono con un occhiata che pare un  Adesso non esageriamo.

Che importa, mica ci tenevo a diventare capoclasse, e Camilla neppure. Ci lanciamo uno sguardo che pare un tenerci per mano, la nostra popolarità non durerà ancora a lungo, saremo sempre diverse, però non siamo più sole. Teniamoci forti amica mia.

 

 

Confidenze