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Primo giorno di scuola di Monica Spigariol

Ecco chi è la nostra autrice: Monica Spigariol, nata nel 1984, abita in un paese dall’originale nome proprio: Paese. Laureata in lettere,  amante della scrittura e della lettura, collabora con il blog di Scrittori in Corso e possiede un blog Sorsi di Vita, che usa come diario personale. Ha pubblicato un romanzo Verso Carola, con la casa editrice Lettere Animate e un libro di racconti in self publishing, A.A.A. Cercasi – racconti sul lavoro in Veneto. Lavora con bambini e ragazzi in una cooperativa, ma al momento è in maternità per la nascita della seconda figlia.

 

La sveglia suona, inutile, il mio cervello è attivo da tempo (senza contare tutte le volte che ho controllato l’ora durante la notte). È arrivato il giorno che temo da un po’: oggi mia figlia inizia la scuola dell’infanzia. Che sarà mai?, penserete voi. Per me, invece, è davvero un momento difficile. Questo settembre inizia con fatica. Anna, la mia piccola peste di tre anni, non sa bene cosa l’aspetta. Ha frequentato un nido, fino a luglio, piccolo e coccolo, con sette bambini in tutto. Adesso dovrà adattarsi in una classe di quasi trenta bambini.

Mi alzo, mi sento intontita: ho dormito davvero male. Mi serve un caffè, magari anche due. Mio marito è già in piedi, è un mattiniero, beato lui; invece io dormirei fino alle dieci di mattina, sempre. Anna lo stesso, siamo in sintonia su questo.

Faccio colazione e poi sveglio la mia piccola: è il suo turno di mangiare. Mi vesto e poi la preparo. Infine, beh, foto di rito, no? Chi non fa la foto del primo giorno di asilo, eh? Papà al cellulare e io nel ruolo di motivatrice: Anna odia le foto. Ne avremo fatte 15, a cominciare dalla prima che mi ritrae mentre cerco di farla alzare dal divano, su cui si è sdraiata in segno di protesta. Di tutte queste foto, nessun suo sorriso, ma non ci speravo nemmeno. La migliore, quella che poi ho girato agli amici su WhatsApp per farci due risate, la vede in piedi, braccia morte lungo il corpo, bocca un po’ aperta e occhi spiritati. Il ritratto della felicità!

Alla fine partiamo, in macchina e via, verso l’asilo. Il problema sono io. Cielo, quanto sono nervosa. Ne ho motivo, certo, visto che mia figlia non è esattamente una bimba socievole e ubbidiente. Odio sentirmi così, però, so che questo stato d’animo non mi aiuta ad affrontare le difficoltà, anzi, le esaspera. Non aiuta me e peggiora il mio rapporto con lei. Anna non è la classica bambina che gioca con gli altri, non cerca compagnia. Vive in una sorta di bolla personale, in cui tutte le altre persone possono non esistere. Lei basta a sé stessa. Fino ai due anni, non mi preoccupavo: pensavo che con la crescita sarebbe diventata più interessata agli altri, ma con l’avvicinarsi dei tre anni, ho capito che era una sua caratteristica, perché non cambiava nulla. Lei stava da una parte e gli altri bambini da quella opposta. Avevo chiesto alla maestra del nido cosa ne pensasse, ma mi aveva tranquillizzato, dicendo che secondo lei aveva bisogno di tempo, di crescere, che magari con l’asilo si sarebbe aperta.

Dovevo attendere. Semplice no? Certo che no! Attendere significa comunque osservare, farsi domande sempre nuove e non ottenere mai nessuna risposta. Significa sperare e preoccuparsi, in alternanza continua. Insomma, ansia. Il problema che si aggiunge è che l’ansia non la vivi mai da sola, magari. No, tu mamma, la trasmetti. La trasmetti al papà che comunque in qualche modo la gestisce e la argina, ma la trasmetti soprattutto alla tua bambina, l’ultima persona al mondo che dovrebbe assorbirla e invece, lei la sente, lei la vive e la fa sua, perché non sa difendersene.  L’apocalisse!

No, scherzo, non è così tragica la situazione, ma nemmeno il momento migliore della nostra vita di famiglia, ecco. Emano ansia e non so come placarla. Deve solo passare questa giornata! Non vedo l’ora che finisca, invece deve ancora iniziare. Le difficoltà si presentano subito: per farla entrare in classe la devo rincorrere, poi aggiungiamo un tocco di dramma nel non voler togliersi le scarpe. Ma insomma… si toglie le scarpe appena entra in un negozio qualsiasi, all’asilo no. Ovvio, quando bisogna farlo, è ovvio che lei sia contraria.

Sudo. Per fortuna mi conosco e stamattina i capelli li ho raccolti in una coda alta. Altrimenti avrei il viso in fiamme. Entriamo in classe ed ecco che si realizza la mia paura: tutti i bambini da una parte e lei in quella diametralmente opposta. Sudo sempre di più. Ringrazio Dio che almeno non ha fatto crisi isteriche, con urla e pianti. Qualche rimostranza e qualche urlo, sì, ma niente di esagerato. Almeno questo, perché per il resto ha dimostrato tutta la sua testardaggine e la sua particolarità.

 

Rimango in classe per un’ora circa, prima nel tempo di gioco libero, poi nel momento della merenda e della lettura dei libri. La situazione non migliora, lei è sempre isolata. Quando la maestra dice a noi genitori dei piccoli entranti che possiamo uscire, mi sento leggera. Ci indica una stanza in cui possiamo restare un po’, giusto per essere pronte in caso di crisi serie. Ora tutto è nelle loro mani e io posso semplicemente aspettare, senza troppi film, che mi riempivano la testa di ipotesi tetre nei giorni scorsi. Ormai è fatta, andata! Il mio contributo l’ho dato. Ci offrono del caffè e sono felice di accettare e di partecipare alle chiacchiere con le altre mamme. No, non sono una madre snaturata, anche se posso sembrarlo. Sentirmi così bene dopo essere andata via dalla classe non è da irresponsabile.

I motivi sono due. Primo: con me fuori dai piedi, Anna sarà più libera, soprattutto non percepirà più la mia ansia. Magari le provocherà un po’ di tristezza, ma quella può superarla meglio. Secondo: mi sentivo così impacciata lì, in una scuola che non è la mia, in una classe che non è la mia. Nei panni di mamma non mi ci trovo molto bene. Mi devo abituare. Ah già, meglio specificare: lavoro a scuola. Nei vari compiti che ho ricoperto, sono stata anche maestra di asilo, anni fa. So che con i genitori presenti, i bambini hanno un atteggiamento diverso, che non rivela quello che veramente sarà il loro rapporto con compagni e maestri. La maggior parte delle volte, il genitore troppo presente è una zavorra per il figlio e le maestre, che non possono iniziare davvero quella relazione esclusiva, che avranno durante l’anno. Intendiamoci: di certo non avrei voluto portarla a scuola e lasciarla sulla porta sventolando la mano. L’inserimento e la mia presenza mi sembravano indispensabili, ma non volevo esserci troppo, essere ingombrante. Per tutte queste considerazioni, ero felice di essere uscita dalla sezione.

Penso troppo? Penso troppo, lo so. Alla fine, Anna ha avuto un po’ di tristezza durante la mattinata, ma l’ha superata. Ha mangiato come un leone e l’ho recuperata dopo pranzo sorridente e vivace. Tutto bene, perciò, da gioire, yeee. Tutto bene, per lei. Per me? Per me, no. Me ne sto qui, in questo pomeriggio da primo giorno di scuola, con la terribile sensazione di svuotamento, di stress superato, che non pensavo di provare e con la produttività casalinga e lavorativa quasi azzerata. Non ci posso fare niente… Mi sento stanchissima. Se qualcuno mi avesse raccontato di un simile malessere per il primo giorno di scuola del figlio, avrei sicuramente pensato che fosse esagerato. Uh, quante storie… sarebbe stato il mio commento. Ci sono cascata anche io, invece. Nonostante tutto, nonostante il mio lavoro, mi sono fatta fregare dalla tensione. Dal pensiero che non potevo fare niente di più di ciò che ho fatto e che il mio contributo era minimo e tra l’altro fallato dell’agitazione.

Anna dovrà farcela da sola a scuola, dovrà ambientarsi, dovrà cercare di fare amicizia, dovrà superare i suoi limiti, senza di me. Io, e papà, potremo solo cercare di capirla e aiutarla a casa. Ma a scuola, sarà lei a dover maturare e migliorare. Ci aspetta un anno di cambiamenti, me lo sento che sarà dura. In fondo, la mia paura più profonda è che Anna abbia delle problematiche non risolvibili con la crescita. Magari è un comportamento patologico, magari è più grave di quanto pensi. Magari, magari… Rimugino troppo, lo so. Devo smetterla.

Respiro a fondo e un solo pensiero mi risolleva il morale: stasera, pizza? Al domani, penserò domani. Adesso me lo posso permettere.

 

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