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In punta di piedi di Angelica Bini

ConfyLab

Mi sono buttata nella più bella storia d’amore “nella fiaba di Cenerentola”, con l’uomo dei miei sogni… purtroppo era solo un sogno. Sono stata sposata 26 anni, ho avuto 3 figli. Quest’uomo che adoravo, piano piano ha iniziato a farmi credere che non valevo nulla che non sapevo fare nulla. Io gli credevo 

 

No, non farti ingannare dal titolo, non sono una ballerina di danza classica, anche se mi sarebbe piaciuto un sacco.  In punta di piedi è il modo in cui sento di vivere in questo mondo, cercando di non calpestarlo, cercando di non essere di peso ad alcuno.

Mi sento sempre  in difficoltà se devo chiedere, se devo far notare che qualcosa non mi piace.

Amo definirmi come una persona con un basso impatto ambientale.

Da piccola ho imparato a non chiedere, anche se chiedevo difficilmente ottenevo. Lo stretto indispensabile: cibo, vestiti… basta. Ero una femminuccia, forse vanitosa , ma ho cambiato subito direzione. Ricordo un vestito estivo, bianco, con una balza intorno alle spalle rifinita con il merletto sangallo e un mazzettino di fiori finti appoggiato sullo scollo davanti. Quella balza merlettata e quei fiori variopinti mi sono rimasti impressi nella mente. Troppo belli, ma troppo cari, ho ripiegato su un altro vestitino bianco, più semplice, carino, ma non era quello da principessa che volevo. Avrei potuto insistere, avrei potuto piangere, battere i piedi per  terra, far capire cosa desiderassi, ma non l’ho fatto.

Senza rendermi conto, crescendo ho imparato ad adattarmi e a farmi adattare le cose che non mi piacevano.

Una volta a scuola la maestra organizzò qualcosa per Natale, credo, ognuno di noi avrebbe portato un piccolo regalino e avremmo sorteggiato il nome della compagna a cui lo avremmo dato. Mia mamma non volle sapere nulla di acquistare un regalino, dovetti così arrangiarmi da sola. Andai a frugare tra le mie cose e scelsi un piccolo borsellino, lo incartai per bene e lo portai a scuola.

A me capitò un anellino, ma ricordo la faccia un po’ contrariata della compagna a cui toccò il mio borsellino che evidentemente aveva segni di usura e lei se ne era accorta.

Così sono cresciuta, timidissima, insicura. Le feste per il mio compleanno le ho iniziate a organizzare quando ho imparato a preparare una semplice torta e invitavo qualche amica a casa, anche perché  loro mi invitavano e volevo ricambiare.

Mi meravigliavo quando le amiche mi mostravano le foto dei loro compleanni di quando erano piccole, un anno, due anni. Erano feste semplici, in famiglia con fratellini e cuginetti, ma erano feste. Per me non c’erano state feste, non ho foto, non ho ricordi.

Sono piccole cose, sfumature che neanche notavo, ma era nel confronto con gli altri che mi lasciavano perplessa.

Ho dei ricordi che vanno molto indietro nel tempo forse avevo due anni, forse tre. D’estate andavamo in vacanza dalla nonna che aveva la casa vicino al mare. Nella calura estiva, dopo pranzo era d’obbligo la pennichella pomeridiana, noi bambini dovevamo dormire senza discutere. Ricordo che mi svegliavo quasi subito, scendevo dal letto e percorrevo lo scalone antico che conduceva al piano terra dove gli adulti erano riuniti a chiacchierare nel cortile all’ombra. Mi fermavo nelle scale mi sedevo e iniziavo a piangere, così, senza motivo. Il mio desiderio era essere scoperta, abbracciata e coccolata da qualcuno. Raramente ricordo che sia avvenuta questa cosa, forse una sola volta che una mia cugina più grande mi aveva trovata piangente e mi aveva chiesto cosa facessi là e mi aveva condotta da mia mamma.

Una volta adulta pensi di valere poco, anche se oggi a 50 anni passati penso di essere una persona in gamba, con un lavoro, con tante idee per la testa, creativa.

E così impari ad accontentarti… e mi sono buttata nella più bella storia d’amore “nella fiaba di Cenerentola”, con l’uomo dei miei sogni… purtroppo era solo un sogno.

Sono stata sposata 26 anni, ho avuto 3 figli. Quest’uomo che adoravo, piano piano ha iniziato a farmi credere che non valevo nulla che non sapevo fare nulla. Io gli credevo e pendevo dalle sue labbra. Qualsiasi cosa dovessi fare doveva passare dal suo giudizio. Non potevo acquistare liberamente un capo di abbigliamento, se una gonna era troppo corta erano discussioni, allora stavo attenta a non acquistare cose che potevano non piacergli. Non mi truccavo quasi mai, ma se qualche volta lo facevo dovevo dargli delle spiegazioni e così evitavo di truccarmi.

Anche un programma che seguivo in televisione poteva dargli fastidio o una rivista che leggevo. Se decidevo di invitare mia cugina a casa per farmi dare una mano a preparare una torta, lui mi diceva che mi avrebbe aiutato personalmente e non c’era bisogno di chiamare  altre persone.

Ho perso i contatti con le persone che conoscevo e mi sono isolata da tutti, alla fine avevo solo lui che ha preso il dominio assoluto sulla mia vita. Un Natale gli scrissi una cartolina di auguri in cui gli dicevo che era il mio tutto: marito, figlio, fratello, padre, madre, amico. Allora mi era sembrata una bella dichiarazione d’amore, con gli anni ho capito che era una maledizione.

Un po’ alla volta ho iniziato a modificare il mio modo di vivere cercando di non dargli fastidio, cercando di non farlo arrabbiare, ho vissuto IN PUNTA DI PIEDI. Non mi rendevo conto, ma ero triste, arrabbiata e invidiosa della vita degli altri. Non so come ho cresciuto i miei figli, che mamma sono stata, che disastri ho combinato, ho cercato di fare del mio meglio, ho tenuto tutto dentro, non dicevo niente a nessuno, cercavo di fare finta che tutto andasse bene.

Non capivo perché quando usciva di casa ero sollevata, quando sentivo la chiave che girava nella porta e rientrava mi sentivo angosciata.

Dopo la nascita del terzo figlio, a quaranta anni suonati, ho deciso che volevo riprendere un po’ le redini della mia vita e ho iniziato a uscire, a fare e cose che mi piacevano: iscrivermi a una scuola di danza, andare in chiesa nei gruppi parrocchiali nei quali avevo trascorso la mia adolescenza. Iniziarono urla, insulti, offese, ma io non volevo rinunciare. Purtroppo non puoi resistere a lungo perché ti accorgi che hai iniziato una guerra senza fine e con il tempo senti che le risorse fisiche e mentali vengono meno.

Scopri con dolore che ti ha tenuta sotto controllo in tanti modi, ad esempio registrando le telefonate che facevo per poi accusarmi di aver parlato male di lui a persone che gli avevano riferito tutto. E questo non lo scopri subito, lo scopri dopo tanto tempo anche se hai dei sospetti o pensi di impazzire.

Dopo diversi anni, mettendo ordine in un mobile, ho trovato una cassetta audio che riproduceva le mie telefonate. In quelle registrazioni c’erano le voci di persone di famiglia ormai defunte, che impressione, che angoscia.

Sono passati ancora dieci anni, pensando di far crescere un po’ di più il mio terzo cucciolo. Poi un giorno dopo l’ennesima aggressione sono scappata via.

I miei figli hanno sofferto molto senza che io me ne rendessi conto. Oggi non tutti e tre hanno condiviso la mia scelta, io però so di aver fatto bene, non potevo continuare a vivere nella sofferenza e nella menzogna. Stavo morendo in uno stillicidio, goccia a goccia, giorno dopo giorno.

Sono stata scambiata per una pazza che da un momento a un altro manda all’aria un matrimonio perfetto, sì perché la recita l’avevamo fatta bene. Non voglio dare spiegazioni a nessuno, basta. Anche le amiche non hanno capito veramente cosa ho vissuto. Non so neanche io spiegarlo, le parole non bastano a rendere quello che si prova a essere manipolate, trasformate, plasmate per tanto tempo. A un certo punto senti di essere un oggetto per il tuo compagno, una cosa che se la metti in un determinato posto non deve muoversi da là; oppure pensi che anche nel cervello lui voglia trasformarti, nel senso che non accetta che tu abbia un’idea tua su una qualsiasi cosa e se non combacia con la sua, cerca di convincerti che ti stai sbagliando.

Ora è più di un anno che sono andata via. Non mi ha voluto firmare la separazione consensuale, siamo arrivati fino al tribunale e ha iniziato a sbattere le mani sul volante, mentre eravamo nel traffico, dicendo che l’avevo costretto a fare una cosa che non voleva. Sono scappata via dall’auto e sono ritornata a casa con i mezzi pubblici.

Non importa, ora vivo in un monolocale, con mio figlio più piccolo. Sto assaporando la libertà, sto ricostruendo la mia vita interiore pezzo per pezzo. Non mi sembra vero poter scegliere un quadro da appendere alla parete, un elettrodomestico acquistato senza essere contrastata, un piatto cucinato di testa mia, una giornata trascorsa sul divano senza fare nulla, invitare delle amiche, chiamare la parrucchiera a casa, prendermi cura di me come non ho mai fatto.

A volte sento il peso della solitudine, ma quello è il prezzo da pagare in cambio della libertà; per fortuna passa presto, mi metto a leggere un libro, guardo la tv, rifletto, mi riposo… sto con me stessa.

 

Confidenze