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Sotto il nostro cielo di Ada Capobianco

ConfyLab

L’autrice si presenta: Mi chiamo Ada Capobianco e vivo nell’Hinterland milanese con mio marito e il mio terzo figlio. Lavoro come contabile in un’azienda di trasporti e nel tempo libero, che ahimè è sempre poco, leggo tutto quello che mi capita tra le mani. Amo la vita e credo nell’amore, che nei miei racconti trionfa sempre

 

Mi è sempre piaciuto osservare il cielo e perdermi nella sua immensità, provando un senso di appartenenza che mi dà pace e serenità. Oggi è particolarmente terso, difficile da vedere su una città come Milano, ma non impossibile. La mente mi riporta alla mia infanzia, quando alla chiusura delle scuole, io e mia sorella, andavamo a trascorrere le vacanze al paese di mio padre. Come la maggior parte dei ragazzi, figli di meridionali emigrati al nord, le estati le passavamo con i nonni, in un paese dell’entroterra campano che contava ottocento anime. Certo, altri erano più fortunati di noi perché i nonni abitavano in una località di mare, ma non importava, quel paese mi piaceva. La prima cosa che osservavo, quando arrivavo, era proprio il cielo, non so il perché, ma è rimasta impressa nella mia mente quell’immensa distesa azzurra, che un anonimo artista si era divertito a imbrattare con schizzi di schiuma bianca. Una casa senza il soffitto, ecco come lo ricordo. In quel luogo ritrovavo ogni anno la mia libertà, quella che mi veniva negata in città. Avevo un padre con una mentalità talmente retrograda da farlo apparire persino cattivo, invece era buono come il pane, solo che dava troppo peso alle opinioni altrui: «la gente parla, specialmente in un paesino come questo». Il punto era che quella frase me la ripeteva anche in città, così non mi restava che giocare sulla terrazza in compagnia di mia sorella e dei miei vicini di casa, che quanto a libertà non erano messi meglio di me.

Ero una bambina timida, ubbidiente e non trasgredivo mai le regole, almeno fino a quando non ho cominciato a vedere i ragazzi con occhi diversi. Non accettavo di vivere come una reclusa, quando avevo l’occasione di uscire non me la lasciavo scappare, anche se consapevole di quello che mi aspettava al rientro a casa. Avevo quattordici anni quando conobbi quello che diventò il mio primo ragazzo, anche lui del sud e, come tutti i meridionali dell’epoca, di mentalità ristretta. Senza ombra di dubbio attiravo a me ragazzi caratterialmente simili a mio padre: era un bel problema!

Iniziarono le vacanze e io tornai al paese come ogni estate, ma quell’anno fu memorabile, fu l’inizio della mia trasformazione.

 

La prima volta che lo vidi fu in un bar, l’unico in paese che aveva una saletta con jukebox, dove si riunivano i giovani del posto. È superfluo dire che io mi ci recavo di nascosto, consapevole che se fossi stata scoperta avrei trascorso il resto della vacanza chiusa in casa.

Ricordo ancora i suoi occhi verdi quando incrociarono i miei: «Ciao, io sono Luciano. Non ti ho mai vista, da dove vieni?». Gli risposi che arrivavo da Milano e non era la prima volta che passavo lì le vacanze, ma ci tornavo ogni estate. Iniziammo a frequentarci come amici, d’altronde io ero impegnata, ma più lo conoscevo più scoprivo cose belle di lui. Era un ragazzo di una dolcezza infinita, gentile, generoso e, il che non guastava, un bel ragazzo, davvero.

Non ci fu nulla di più dell’amicizia, quell’anno. Io tornai a Milano e continuai la mia solita vita, la storia con Pino continuava, ma sentivo che non era la persona adatta a me: era autoritario e maschilista. In quel periodo ero molto remissiva, perciò accettavo di buon grado qualsiasi rimprovero, ma qualcosa in me si stava svegliando: la mia indole ribelle. Non potevo permettere che un’altra persona scegliesse al mio posto, ne avevo già uno in casa che si arrogava questo diritto. Ero un essere pensante, con la testa sulle spalle e abbastanza intelligente da ponderare bene ogni situazione che mi si prospettava.

“Non mettere la gonna, non truccarti, non fumare, non parlare con altri ragazzi”, era tutto proibito. Che vita avrei avuto sposando una persona così? Aveva già cominciato a parlare di matrimonio e mi aveva fatto conoscere i suoi genitori. Ricordo sua madre, la prima volta che mi vide mi offrì un panino col prosciutto perché, diceva, ero troppo magra. In effetti magra lo ero, ma non deperita. Tornando a Pino, la goccia che fece traboccare il vaso fu uno schiaffo. Un pomeriggio incontrai una mia amica e le chiesi di farmi fare un giro in motorino, un semplice giro dell’isolato mi costò uno schiaffo. Da quel momento, Pino, lo cancellai dalla mia vita, ma lui non si diede per vinto, non accettava di essere lasciato. Per fortuna partii per il paese, libera da ogni vincolo e felice di rivedere Luciano.

 

C’è un posto, al paese, dal quale si può assistere a tramonti meravigliosi. Ero solita recarmi in cima alla collina per ammirare lo spettacolo che la natura mi offriva, il mio sguardo si perdeva oltre l’orizzonte e in quei momenti sentivo crescere in me la certezza di un futuro sereno: quella sensazione non mi ha più abbandonata e nei momenti di sconforto mi basta rievocare quelle immagini per sentirmi subito meglio. Fu in quel posto meraviglioso, in una sera stellata che ci demmo il primo bacio. Ero felice, c’era feeling tra noi, rispetto e fiducia, ma presto ci accorgemmo che non era semplice vivere la nostra storia, subito contrastata dalle rispettive famiglie. I suoi genitori non vedevano di buon occhio il legame con una “forestiera” – così era considerato chi non abitava in paese – per giunta che viveva a Milano, come se le ragazze del nord fossero delle poco di buono. Mio padre sosteneva che prima di fidanzarmi dovevo finire la scuola, come se non fossi stata in grado di fare entrambe le cose, e lo disse anche a lui, cancellando ogni nostra speranza.

Cominciammo a incontrarci di nascosto, approfittando dei pochi momenti di svago che mi venivano concessi, ma nonostante la nostra prudenza non riuscimmo a zittire le malelingue: ho sempre pensato che i muri delle case avessero occhi e orecchie invisibili. Devo ammettere che in quegli anni il mio senso di ribellione fu sopraffatto dalla paura che mi impedì di vivere pienamente ciò che di bello la vita mi stava offrendo. Ero così terrorizzata dalla reazione di mio padre che ogni volta che Luciano mi proponeva qualcosa di diverso, la mia risposta era: «Non posso!». Lui di rimando: «Volere è potere!».

Quanta verità in quelle due parole! Dopo anni ho capito che se si vuole davvero coronare un sogno è necessaria una grande forza di volontà. La nostra storia durò quattro anni, ci vedevamo d’estate e d’inverno dovevamo accontentarci di uno scambio epistolare per tenere in vita la nostra storia. Per ovvie ragioni quelle lettere non arrivavano alla sottoscritta che contava sull’aiuto della sua migliore amica. Di quel periodo ho tanti ricordi, alcuni belli, come quando fermò la macchina perché voleva darmi un bacio sotto le stelle, e altri un po’ meno, ma tutti impressi nella mia mente. Attimi che mi hanno insegnato molto e mi hanno fatto diventare la donna che sono.

Sono passati molti anni da quella sera d’estate, dove, sotto un cielo stellato, in lacrime ci dicemmo addio. Non trovai altra soluzione, non me la sentivo di trasferirmi dalla città in un paese che non aveva nulla da offrirmi, col senno del poi devo dire che feci la cosa giusta.

L’anno dopo conobbi mio marito, non avrei potuto fare scelta migliore. Nonostante alti e bassi, come in tutti i matrimoni, il rispetto, la fiducia e la libertà regnano sovrani nel nostro rapporto.

Luciano, da allora, non l’ho più rivisto, ma il paese è piccolo e la gente mormora. Si è sposato, è diventato molto ricco, ma è riuscito a dilapidare il suo patrimonio in pochissimo tempo.

Non ho nessun rimpianto, se tornassi indietro rifarei esattamente le stesse cose. Sono convinta che niente succeda per caso, tutto ha una spiegazione, un significato che a volte ci è difficile comprendere. Ogni esperienza che facciamo e ogni persona che incontriamo contribuiscono alla nostra trasformazione. Il bello di tutto ciò è che avviene sotto il nostro cielo.

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