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Un’aureola di capelli color miele

ConfyLab

Ecco chi è l’autrice di questa storia: Valentina Raspagni è nata a Milano il 16 Agosto 1999. Ha frequentato il liceo classico e ora è iscritta al primo anno dell’università di Fisica. Per lei, scrivere è come guardare attraverso una ragnatela cosparsa di rugiada: un filtro senza il quale il mondo perderebbe la propria luce

 

Storia vera di Giorgia raccolta da Valentina Raspagni

«Papà?». Feci un passo in avanti, attratta dalla distesa di acqua che riluceva davanti a me. La brezza estiva intrecciava le ciocche corvine, disegnandomi forme morbide e armoniche sulle spalle e sulla schiena.

«Avanti, papà!».  Lasciai che la mia voce impaziente si perdesse tra le pieghe sinuose delle onde. Attesi un secondo esatto. Scrollai le spalle. «Non importa! Sono abbastanza grande da andare sola» conclusi. Sorrisi e il mio viso si animò di una curiosità pura. Entrai in acqua e ne assaporai la freschezza lieve.

«No, tesoro. Sono abbastanza sicuro che a cinque anni sia troppo presto per considerarsi grandi». D’improvviso, papà era lì, accanto a me. Non risposi: avevo raggiunto il mio obiettivo.

«Quindi fai il bagno?» bisbigliai speranzosa.

«Quando mai mi sono tirato indietro?». I suoi occhi si gonfiarono di tenerezza e le iridi brune, inondate dalla luce, rifulsero di pigmenti ambrati. Non risposi, ma lui colse sul mio viso l’ombra di un sorriso.

«Stai attenta ai piedi! Questi sassi fanno male». Mi prese delicatamente la mano e le sue dita avvolsero le mie. A contatto con la sua corporatura massiccia, mi pervase un piacevole senso di sicurezza. Avanzammo insieme, tastando cauti il terreno irregolare sotto di noi.

Finalmente arrivò il momento. Chiusi gli occhi e mi immersi. Trattenendo il respiro, nuotai in avanti con una gambata a rana. Infine, rimasi immobile, mentre i miei capelli fluttuavano in un fondale verde bottiglia.

Fu allora che accadde: qualcosa urtò la mia spalla. Qualcosa di grosso. Sussultai, spalancando gli occhi. E mi pentii di averlo fatto. Era un braccio. La sua carnagione pallida risaltava nell’acqua scura del lago. Dimenticandomi per un istante dove mi trovavo, urlai. Decine di bollicine sgorgarono dalle mie labbra atterrite, lasciando che l’acqua prendesse il loro posto. La corrente spostò il corpo inanime verso di me e una mano floscia mi pizzicò la pelle. Dimenai le braccia: il terrore congelava la mia mente. I polmoni si riempirono del liquido che mi circondava. 1, 2, 3. Iniziai a soffocare. Il mio sguardo schizzò verso l’alto. Trenta centimetri mi separavano dalla superficie. Dalla salvezza. 4, 5, 6. Non riuscivo a muovermi. Una scarica di paura consumò quel poco ossigeno che rimaneva. 7, 8.  Una presa solida mi afferrò la vita e fui trascinata via. Boccheggiai. Il suono di centinaia di voci frammentate mi ferì le orecchie. Mi girava la testa.

«Giorgia!». Il timbro profondo di mio padre mi risvegliò da un torpore fatale. Un suono gutturale si fece strada nella mia gola. Avevo un bisogno disperato di ossigeno. 9, 10.

A… r… i …a. Spalancai la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Aiutami. Papà! L’azzurro carta-da-zucchero delle mie iridi sbiadì, sommerso da uno smarrimento travolgente.

Ci volle meno di una frazione di secondo perché capisse: era un pompiere e aveva salvato decine di persone dall’annegamento. A volte, ma solo a volte, era arrivato troppo tardi.

«Devi tossire, Giorgia!» gridò. Obbedii. Mi appoggiò sul bagnasciuga, mentre il mio corpo si contorceva, scosso dai colpi di tosse. I polmoni cominciarono a svuotarsi. 11, 12.  In preda a sfarfallii bianchi, la mia vista tentennò.

«Dai, dai, Giorgia! Ci sei quasi!». Mi batté la schiena con la mano aperta più volte. Un ultimo fiotto di acqua uscì dalle mie labbra tremanti. Respirai avidamente.

«Così, così! Brava, Giorgia!».

Ansimai. Folate d’aria si fecero strada, colmando le vie respiratorie e rinvigorendomi.

«Pa-papà!» farfugliai.

«È tutto a posto, amore». Le sue enormi braccia mi cinsero e il suo calore si diramò lungo le mie braccia e gambe. Tremavo.

«No, papà… C’era…» singhiozzai, incapace di comunicare ciò che avevo visto. Lacrime di sgomento rigarono le guance paffute.

«È tutto a posto, Gio. È finita. Stai bene».

«Papà… tu non l’hai visto, ma…».

«Shhh. Tesoro, stai tranquilla. Ora il tuo papà ti compra un bel gelato!». Mi divincolai, piangendo.

«Mi ha… mi ha sfiorata» gemetti.

«Giorgia, non ti preoccupare. Non è niente. Sai che qui è pieno di alghe. Fanno sempre questo effetto» ridacchiò. Sollevai gli occhi, sbalordita. Perché non capiva?

«Devi aiutarlo, papà!». Inaspettatamente, avevo ritrovato la voce. Sotto gli ombrelloni intorno a noi una dozzina di sguardi curiosi si spostarono su di me.

Mio padre si irrigidì: «Cosa dici Giorgia?».

«È per questo che ho bevuto» rabbrividii.

Si chinò su di me: «Cosa hai visto».

Una miscela impetuosa di emozioni mi annebbiò la mente. «Un braccio… una mano… vicino a me» balbettai.

Un lampo di comprensione tese tutti i suoi muscoli. In un gesto fulmineo ruotò su se stesso e balzò in acqua, incurante dei ciottoli che gli ferivano i piedi.

Sbattei le palpebre. Una morsa gelida mi rivoltò lo stomaco.

Trascorse una manciata di secondi. Una sola immagine era impressa nel mio cervello. Non riuscivo a formulare un pensiero coerente.

«Non lo vedo. Mio dio non lo vedo!» sentii dire da mio padre. Percepii nettamente la frustrazione nelle sue parole.

«Giò, guardami, resta qui! Mi serve una maschera, lì sotto non si vede nulla» mi gridò. Non ebbi bisogno di voltarmi per sapere che non avevamo nessuna maschera lì. Eravamo arrivati al lido con nient’altro che un asciugamano.

«Aiuto! Qualcuno sta annegando laggiù!» gridò subito dopo, correndo verso l’uscita della spiaggia.

Dove sta andando?

Diverse persone si avvicinarono alla riva, allarmate dalle urla. Ma nessuno ebbe il coraggio di gettarsi nel lago. Lottando con il formicolio che attraversava le mie membra, mi alzai, facendo leva sulle braccia. Tornai sul bagnasciuga e raccolsi tutto il coraggio che mi restava.

«Io l’ho visto», spiegai ad una donna accanto a me, «era là». Sollevai un dito e le indicai il punto esatto.

Lei non rispose. Teneva il palmo della mano destra sulle labbra, come per impedirsi di urlare. «Io non so nuotare» mormorò. Piegò la testa verso di me e ripeté le medesime parole. Indietreggiai. Mi si gelò il sangue nelle vene.

Com’è possibile che nessuno si butti per salvarlo?

Qualcuno mi strattonò il braccio con insistenza.

«È morto?». Due occhietti intelligenti mi scrutarono: era un bambino.

Impallidii. Il mio cuore parve rallentare. Il ricordo irruppe nella mia mente, infrangendo le deboli difese dell’Io: quella pelle lattea e l’aureola oscillante di capelli color miele, quelle gambe abbandonate a se stesse…

«Spero proprio di no» sussurrai.

«Secondo me lo è» ribatté. Guardò la superficie del lago con un’espressione annoiata. Mi rivolse un’ultima occhiata imperscrutabile. E se ne andò. Lo fissai incredula. Mi sentivo pesante, come se il terreno sotto i miei piedi mi stesse risucchiando. Poi, lo vidi: correva nella mia direzione e tra le dita stringeva una maschera. Papà! Le sue braccia muscolose fendevano l’aria e decine di sassolini schizzavano via al suo passaggio. In lontananza riecheggiò la sirena di un’ambulanza. Ti prego, salvalo, papà!

Si tuffò, il dorso teso in un arco di coraggio. Trattenni il respiro. Il mio sguardo indugiò a lungo sui riflessi cangianti che nascondevano il punto esatto in cui mio padre era sparito. Deglutii.

Ti prego… puoi farcela, papà. Il tempo pareva essersi fermato per i bagnanti che popolavano il lido. Ogni attività o azione era stata interrotta a metà: una donna lentigginosa impugnava un ghiacciolo, mantenendolo a 5 cm dalla bocca semiaperta; a pochi metri da lei, una giovane madre reggeva una macchina fotografica, pronta da diversi minuti a scattare una foto alla neonata davanti a lei. Decine di volti si erano orientati simultaneamente verso la riva, manifestando una gamma di emozioni così vasta da saturare l’aria. Quando emerse, trasalii. Ce l’ha fatta! Nuotava all’indietro, mantenendo il giovane privo di sensi sul proprio ventre con un braccio e dando vigorose bracciate con l’altro. Avevo esultato troppo presto e me ne accorsi non appena depose il corpo inanime sul bagnasciuga. Lo vidi per un istante, prima che tre medici si fiondassero su di lui. Fu sufficiente: la sua pelle era traslucida, tra il verdastro e il violaceo. Mi accasciai sconvolta.

«Vieni via, bambina» disse un carabiniere. Sollevai il capo e notai con stupore un’ambulanza parcheggiata all’ingresso della spiaggia, affiancata da due automobili della polizia. Sul lago, ad una decina di metri da me, era comparso un motoscafo: la guardia di finanza, mi avrebbe spiegato più tardi papà. Il carabiniere mi prese in braccio e non ebbi la forza di opporre resistenza. Mi aggrappai alla sua uniforme, disorientata. Camminò rapidamente verso il muretto che separava il lido da un parchetto adiacente e mi posò lì. Mi accovacciai e socchiusi le palpebre. Le mie piccole dita si chiusero intorno alla testa, seguendo un istinto di protezione. Non volevo vedere. Non volevo sentire. Era troppo. Troppo, troppo, troppo! Eppure, desideravo sapere. Sarebbe sopravvissuto quel giovane? Lui, così robusto, ma così fragile. E papà, dov’è papà?

La brama di conoscenza arse nelle mie vene.  Aprii gli occhi e saltai giù dal muro, diretta verso il luogo dove giaceva il ragazzo. Non potevo vederlo, ora. Due uomini erano chini su di lui: uno, con le dita intrecciate, spingeva ritmicamente sul suo petto; muoveva impercettibilmente la bocca, contando sottovoce. Un poliziotto gesticolava in mezzo alla spiaggia, intimando ai turisti di sgombrare l’area. Dietro di lui, all’orizzonte, un elicottero si avvicinava a gran velocità. Nella confusione nessuno si accorse di me. Sgattaiolai tra borse e asciugamani, trasportati disordinatamente nella fretta di raccogliere le proprie cose. I minuti successivi lasciarono un segno indelebile nella mia memoria. Un ragazzo mi passò vicino, correndo: «Credevo fosse al bar» gridò al vento. Il suo viso era accartocciato in un’espressione di dolore e rammarico. «Credevo fosse là, al bar!» ripeté, piangendo. Si buttò a terra, accanto all’amico privo di sensi. «Credevo fossi al bar» singhiozzò. Il suo torace tremava. Un rumore assordante coprì le parole che seguirono. L’elicottero si preparò ad atterrare sul lido: roteò su se stesso fino ad arrivare ad una decina di metri da terra: le raffiche provocate dalle sue pale si abbatterono sulla spiaggia, portandosi via asciugamani e ombrelloni. Un passeggino si capovolse. Mi pervase un’ondata di nausea. Ma le persone non si mossero, ipnotizzate dal sentore di morte che aleggiava. E l’elicottero non poté atterrare.

Un momento! Realizzai che qualcosa pendeva dal mezzo: un cavo; ad esso erano agganciati due della protezione civile. Si catapultarono giù, slittando lungo la fune. In un battito di ciglia erano già lì, ad affiancare i medici. A quel punto, l’elicottero risalì e volò via. Il giovane non era più visibile: qualcuno aveva protetto la zona in cui si trovava con alcuni ombrelloni. Respirai affannosamente. Mi venne in mente il sacco nero con cui vengono trasportati i cadaveri nei film. La vista mi si appannò.

«Vieni via, Giorgia. Non possiamo più fare nulla per lui» mormorò mio padre. Improvvisamente, era accanto a me. Mi sollevò con cautela. Premetti la fronte contro la sua maglietta bagnata e piansi. Papà chinò il capo così da sfiorare con il mento la mia testa.

«Shhh… Va tutto bene, Giò». Seguirono altre parole sussurrate, silenzi e carezze. «È tutto a posto, piccola mia». Il frastuono di poco prima si affievolì, spegnendosi gradualmente in un brusio di sottofondo. «Shhh… Shhh» mi cullò.  L’angoscia che mi scorreva nelle vene si sciolse piano piano, abbandonandomi in uno stato di spossatezza. Infine, il pulsare profondo del suo cuore mi spinse dolcemente verso l’oblio.

 

Fu un raggio di sole più audace degli altri a svegliarmi. Schiusi le palpebre: ero in camera mia. Il disordine consueto della stanza lo dimostrava. Mi sfregai gli occhi per eliminare gli ultimi residui di sonno. Sbadigliai e scostai le lenzuola blu del mio letto. Ma che ore sono? Appoggiai la pianta dei piedi sul pavimento e la consistenza fredda mi destò definitivamente. Oh, no!

«Papà! Mamma!» strillai. Un’ondata di terrore mi riscosse. Ero in apnea. Mi precipitai nella loro camera.

«Si è salvato?» domandai senza fiato. Non ero sicura di voler ascoltare la risposta. Mio padre appoggiò il pigiama sul cassettone alla sua destra. Un silenzio di attesa s’interpose tra noi. Restai immobile. Si sedette sul materasso. «Vieni qui, Gio. Adesso ti racconto come è andata» sussurrò. Ma non servivano altre parole, perché lo aveva detto sorridendo. E fu come se, dopo mesi di temporale, fosse comparso un sole inaspettato e, con lui, il mondo avesse ripreso a respirare colori.

«Grazie al massaggio cardiaco che i medici del Pronto Soccorso gli hanno praticato sulla spiaggia, il suo cuore ha ripreso a battere» spiegò. Aggrottò le sopracciglia.

«M-ma?». Affondai le unghie nel palmo della mano. Mio padre attese alcuni istanti prima di rispondere, scegliendo le parole con cura.

«Attualmente, si trova nell’ospedale di Lecco, nel reparto di rianimazione».

«Che cosa vuol dire?». Sbattei le palpebre, confusa.

«Significa che faranno il possibile per salvarlo, Gio. Qualsiasi cosa!». Il suo sguardo scivolò lungo il profilo tremolante degli alberi fuori dalla finestra.

«Il possibile» ripetei. Il mio stomaco sobbalzò. «E se…». Respirai profondamente. “E se non fosse abbastanza? Il “possibile”, intendo». Un sottile velo di lacrime mi annebbiò la vista.  Papà mi cinse le spalle, baciandomi sulla punta del naso.

«Immagina che d’un tratto il tuo futuro scompaia». Mi strinse la mano. «Per una sciagura».

Tirai su con il naso, asciugandomi le lacrime. «Lo sto immaginando, papà» singhiozzai piano.

«Poi…» continuò, rinvigorito da una sorta di esaltazione “Qualcuno ti mostra una luce”. Si alzò in piedi di scatto. «Ti tende la mano» disse ancora. Annuii, incrociando le braccia sulle ginocchia.

«Allora, sapresti che per stringere quella mano e rivedere il sole bisogna lottare. Eppure, sapresti anche di avere qualcosa di cui eri stato privato: la speranza».

«La speranza» riecheggiai commossa.

«Capisci? Qualsiasi sia la fine di questa storia, questo non cambierà: abbiamo ridato speranza a qualcuno che l’aveva perduta per sempre».

 

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