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Vita di pastori (I nomadi degli Appennini) di Maria Teresa Ugolini

ConfyLab

L’autrice si presenta: Mi chiamo Maria Teresa, ho 77 anni e vivo sulle belle colline emiliane. Sono sempre stata una persona attiva e piena di interessi. Alla scrittura mi sono avvicinata un po’ per gioco, spinta dalle mie figlie che desideravano non andassero perduti i racconti della mia vita… che da bambine ascoltavano rapite, come fossero favole.

 

Nel nostro piccolo paesino dell’Appennino Modenese, S. Anna Pelago, le famiglie che allevavano pecore erano più di 40 e noi eravamo una di queste. La pastorizia era segnata da tre diverse fasi: la transumanza verso la pianura a settembre, la permanenza in quella zona durante l’inverno ed infine, a primavera, il ritorno al paese.

 

La transumanza

Ora la chiamano transumanza, noi lo chiamavano viaggio. A quei tempi non si usavano i camion per trasportare gli animali. In primavera ci spostavamo con il gregge dalla Pianura Padana a S. Anna e in autunno viceversa, percorrendo a piedi più di 150 km in 13-14 giorni. Anche se passavamo la maggior parte dell’anno in pianura la nostalgia di casa era tanta perciò, all’avvicinarsi della primavera, contavamo i giorni all’ora della partenza. Il viaggio verso gli Appennini sembrava una passeggiata, perché sapevamo che ad aspettarci c’era la nostra gente, i nostri monti e i fossi dalle acque limpide. L’estate però passava velocemente e a settembre, iniziavamo a prepararci di nuovo per scendere verso le valli.
Avevamo un “baroccio” con le ruote alte, ricoperte da un cerchione di ferro che, passando nelle vie ghiaiate, faceva un rumore assordante (le strade allora non erano asfaltate!). Sotto il carro venivano fissate due gabbie, una per le galline e una per gli agnelli nati da poco o comunque non pronti a camminare a passo col branco. Sempre sotto pendevano, come fossero campane, i paioli e le caldaie e infine di lato, le lanterne a petrolio che sarebbero servite negli spostamenti notturni. Nella parte superiore del carro c’erano tre o più bauli e casse che contenevano piatti, pentole, abiti, coperte, viveri, i pali e le reti per i recinti. Un telone simile a quello dei camion ricopriva il tutto.
Se il tempo era bello il viaggio era accettabile, ma se pioveva i disagi erano tantissimi… Non sempre trovavamo alloggio presso i contadini, perciò in caso di pioggia dovevamo improvvisare un riparo. Staccato il cavallo dal “baroccio” alzavamo le stanghe verso l’alto e con il telone creavamo una specie di tenda. Lì sotto mangiavamo e, dopo aver cercato qualche bracciata di fieno asciutto per non sdraiarci sul terreno bagnato, dormivamo. Altri hotel a cinque stelle erano i ponti. Potevamo fare il fuoco per asciugarci, la mamma poteva cucinare pasti caldi e noi bambini giocare. Pensate che fortuna: era tutto gratis! A parte gli scherzi, un ponte era veramente il tetto ideale. Solitamente aveva tre arcate, in una alloggiava tutta la famiglia, nell’altra le pecore, dentro un recinto fatto con una rete di corda ed infine, nella terza arcata, scorreva l’acqua. Ma anche i ponti nascondevano insidie. I fiumi come il Secchia venivano detti fiumi di rapina perché, se in montagna venivano forti acquazzoni, i corsi d’acqua si ingrossavano rapidamente e giunti a valle, spazzavano via tutto. A causa di queste improvvise alluvioni noi, una volta, ci abbiamo quasi lasciato la pelle. C’eravamo accampati come al solito, il letto del fiume era quasi completamente asciutto ma, a notte fonda, la mamma si svegliò per l’abbaiare dei cani: l’acqua ci stava passando sui piedi. Fu una corsa contro il tempo. Papà con il cavallo portò al sicuro il “baroccio”, mamma in acqua spingeva me e mio fratello sulla riva, l’altro mio fratello e due garzoni cercavano di tagliare la rete che imprigionava le pecore. Noi ci salvammo, però diverse pecore annegarono.
In questo caso, come in tanti altri, i cani ci hanno salvato la vita dando l’allarme. Il loro aiuto era sempre fondamentale, anche durante il viaggio. In strada, pur non ricevendo ordini da nessuno, sapevano esattamente cosa fare: erano attenti agli spostamenti del gregge e, andando avanti e indietro, tenevano le pecore allineate.
Era una vita dura, ma almeno il cibo non mancava. Praticavamo lo scambio, davamo una caciotta in cambio del pane, oppure della lana per salami, farina, riso… Insomma non abbiamo mai sofferto la fame. In alcune zone dove passavamo durante il viaggio, ora regna l’abbondanza ma allora certe famiglie non avevano di che dare per cena ai loro figli e venivano dove alloggiavamo a chiedere ciò che rimaneva dopo aver fatto la ricotta, cioè, il siero!
Altre persone mal ci sopportavano (come succede ora con gli extracomunitari). Alcune madri, se i loro bambini giocavano in strada, al nostro passaggio li facevano rientrare in casa. Cosa temevano? Questa diffidenza nei nostri confronti faceva veramente male: stavamo solo facendo il nostro lavoro, con onestà e rispetto per gli altri!
Per fortuna succedevano anche cose curiose e divertenti. Con l’alternanza di giorni positivi e non, giungevamo finalmente alla meta, dove ci stavano aspettando le famiglie che ci avrebbero dato ospitalità per tutto l’inverno. Mille grazie a tutte le persone che hanno permesso alla nostra gente di svolgere il mestiere della pastorizia.

 

L’inverno in pianura

Dopo la transumanza, arrivavamo finalmente in pianura. Alcuni pastori avevano una loro casa dove alloggiare durante l’inverno, mentre altri come noi, venivano ospitati da famiglie contadine, perché queste avevano bisogno di letame per concimare i loro campi. A quei tempi non esisteva il concime chimico, perciò il letame di pecora era molto apprezzato.
Ci preparavano una grossa capanna, fatta di canne e fusti di granoturco, dove le pecore andavano a ripararsi. Ogni giorno, all’interno, stendevamo della paglia di modo che alla sera, quando il gregge ritornava dal pascolo, trovava il letto pulito. Così facendo, lo strato di letame aumentava e a primavera, arrivava quasi al tetto del capanno. In questo lavoro aiutavamo anche noi bambini. Mettevamo il fieno nelle rastrelliere oppure riempivamo le mangiatoie di ‘ciance’, bucce di barbabietola da zucchero, che una volta messe a bagno in acqua si gonfiavano e diventavano un ottimo alimento. L’acqua per abbeverarle la prendevamo alla ‘pompa’, una fontana con una specie di manico che bisognava spingere con forza verso il basso e riportare su velocemente e creare la pressione necessaria per fare uscire l’acqua; oppure la prendevamo dal pozzo, calando un secchio appeso a una catena che a volte era incrostata di ghiaccio e le nostre povere mani vi si appiccicavano.
Alle nostre famiglie venivano date una o due stanze dove si mangiava, si faceva il formaggio, ed essendo l’unico posto abbastanza caldo, vi si faceva anche il bagno. Ci lavavamo anche nella stalla, usando delle grosse tinozze di legno. Per dormire, non sempre c’era posto per tutti in casa e perciò si andava nel fienile dove l’umidità e il freddo entravano con prepotenza. I nostri materassi erano uno strato di fieno oppure grossi sacchi pieni di cartocci ricavati dalle pannocchie del granoturco. Ci ricopriva una pesante trapunta di lana e il telone che usavamo anche durante la transumanza per coprire il carro. Dormivamo tutti insieme per stare più caldi e il tepore dei nostri corpi, in contrasto con l’umidità, creava all’esterno del telo uno strato bagnato. Sui vetri di casa il gelo formava bellissime tendine, ogni giorno di trama diversa e sui muri interni bisognava passare la scopa per togliere quella che, sembrava segatura, ma era ghiaccio. I pastori stavano intere giornate nei campi alla ricerca di erba per il loro gregge, con il bello o brutto tempo dovevano uscire comunque. Se c’era la neve, ripulivano qualche metro di prato, le pecore capivano dove stava il cibo e con le zampe scoprivano l’erba. Per ripararsi dal pungente e umido freddo i pastori indossavano abiti di velluto e grandi ‘tabarri’, mantelli a ruota di robusto panno. Noi ragazzi per raggiungere la scuola dovevamo percorrere alcuni chilometri a piedi, o in bicicletta quando il tempo lo permetteva. Ogni classe era di oltre trenta alunni, ma gli insegnanti che erano molto severi, fra castighi e bacchettate riuscivano a far seguire le lezioni. Ripercorrendo la via del ritorno verso casa, con altri compagni, mettevamo in atto varie monellerie. Se i fiumiciattoli erano gelati ci pattinavamo sopra, ma a volte, finivamo in acqua perché non tenevamo conto che sotto i ponticelli e in altri posti il ghiaccio era più fragile. Per fortuna l’acqua era poca! Ai piedi, portavamo una specie di scarponi con suole di legno, sotto le quali venivano piantati dei chiodi perché non si consumassero troppo in fretta. All’interno di queste scarpe mettevamo una manciata di fieno, così i piedi restavano più caldi. I rapporti coi vicini erano buoni, perciò molte sere ci riunivamo tutti nella stalla riscaldata dalle mucche. Le donne facevano la maglia, rammendavano, filavano o altro, mentre gli uomini aggiustavano gli attrezzi per i lavori di campagna e noi bimbi giocavamo. Più delle volte però, mio padre, appassionato di lettura, ci leggeva fatti di cronaca stampati su volantini che il cantastorie distribuiva nelle fiere e nei mercati, oppure un capitolo di qualche romanzo, così noi bimbi stavamo tranquilli, impazienti di sentire, la volta dopo, come si sviluppava la trama. Non ricordo come passavamo le festività, ma solo che qualche giorno prima di Natale alcuni bambini andavano a bussare alle porte delle case, uno di loro teneva un’asta con sopra fissata una stella di cartone, e cantavano. Non ricordo le parole di quel canto, ma parlava della ‘Stella D’oriente’ ed era una lode a Gesù Bambino. Portavano gli auguri alle famiglie che, contente di questa visita, donavano loro uova, formaggio, salumi, ecc.
La pastorizia è stata una grande maestra di vita! Ci ha insegnato ad affrontare le difficoltà, i sacrifici, la fatica, il freddo. Inoltre, frequentando luoghi e persone con culture diverse dalle nostre, ci ha resi più aperti verso gli altri, tanto da condividere con questi le miserie di quei tempi.

L’alpeggio

L’inverno è finalmente finito, i prati sono verdi e i faggi nel bosco cominciano a riempirsi di tenere foglioline. In lontananza si sente un tintinnio di campanelli e campanacci, l’abbaiare di cani e fischi decisi di richiamo. Evviva! Sono arrivati i pastori. Con l’arrivo dei pastori i nostri Appennini riprendono vita. Le pecore, a causa del lungo viaggio, sono stanche e qualcuna azzoppata, hanno camminato per giorni. Arrivano dalla pianura padana e ora finalmente sono libere! S’infilano velocemente nella macchia e fino all’autunno vagheranno fra pascoli e boschi. Nei primi giorni il loro padrone, su grosse pietre poste in radure, distribuirà una certa quantità di sale per aiutarle ad abituarsi al cambiamento di cibo e di clima. Vi chiederete cosa succedeva quando diversi branchi si mischiavano nel bosco. Ebbene le pecore riuscivano a riconoscere il loro gruppo. Si dice che il nome della località Imbrancamento derivi da ciò che succedeva all’arrivo dei diversi pastori con i loro “ branchi di pecore” cioè: l’imbrancamento!
La presenza delle pecore era molto utile per la natura, mantenevano i boschi puliti dalle piante infestanti e la catena alimentare era più equilibrata. A volte però di notte, richiamati dalla moltitudine di animali, arrivava qualche lupo o forse cani selvatici che attaccavano i branchi azzannando qualche capo, ma il danno maggiore era che una volta spaventate, le pecore cominciavano a correre all’impazzata finendo in diverse a sfracellarsi nei burroni. Era un danno enorme. Così i pastori decisero che a turni avrebbero sorvegliato la zona. Anche mio fratello che all’epoca aveva 13 – 14 anni, faceva i turni insieme ai suoi cani che lo avrebbero avvisato se fossero arrivati degli intrusi. Che coraggio! Ora che di anni ne ha molti di più dice che non passerebbe la notte nel bosco da solo, neanche se lo riempissero d’oro. Racconta che in una notte fonda di luna piena, vide sull’uscio del capanno una persona, prese il “pudai” per difendersi, ma per fortuna l’uomo si fece riconoscere subito, era un adulto amico. Forse aveva pensato che all’Alpe c’era un ragazzino da solo e bisognava andare a fargli compagnia. I cani non avevano abbaiato perché sapevano chi era quell’uomo. Una ragazza figlia di pastori mentre stava andando al bosco, riuscì non ricordo in che modo, a catturare un lupo, ricevendo la riconoscenza di tutti. Le pecore da latte o con gli agnelli alla sera venivano riportate vicino casa e con una robusta rete di corda veniva fatto un recinto che avrebbe impedito loro di allontanarsi. La mungitura era un rito, i pastori conoscevano una a una le loro bestie anche se erano tante, per distinguerle memorizzavano dei particolari: il muso nero, l’orecchio abbassato, la macchia sulla coda o sulla schiena… Durante l’estate veniva organizzata la tosatura. Una vera festa! Ogni famiglia chiedeva aiuto agli altri tosatori, poi la manodopera veniva contraccambiata. Iniziavano al mattino presto e cominciavano a scommettere su chi avrebbe tosato più capi. Il lavoro era duro, ma tra scherzi e chiacchiere procedeva velocemente. Si svuotavano altrettanto in fretta anche fiaschi e le damigiane di vino e arrivati ormai a sera gli scherzi venivano travisati, incominciavano le liti per poi finire a “cazzotti”. II giorno dopo amici più di prima, pronti a ricominciare. Così tra un avvenimento e l’altro l’estate passava in fretta, bisognava abbandonare di nuovo la nostra casa per tornare nella nebbiosa e umida Val Padana a cui comunque, dobbiamo dire grazie!
Ora che nella nostra zona è rimasto un solo pastore il bosco è morto. Quando vado per funghi a volte mi fermo ad ascoltare. Non c’è un suono né un canto d’uccello, i vecchi sentieri non esistono più, le sorgenti dove si abbeveravano i nostri animali sono abbandonate o addirittura perse. Sarei molto felice se un giorno mi dicessero che persone di buona volontà, hanno creato un gruppo di volontari per ripristinare tutto ciò. Oltre a fare cose utili, sarebbero momenti di aggregazione e di divertimento, in più la soddisfazione di aver fatto qualcosa per le nostre montagne…

 

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