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48 ore

Cuore

“48 ore” di Vincenza Cascio, pubblicata sul n. 50 di Confidenze, è la storia vera più apprezzata della settimana. Ve la riproponiamo sul blog 

 

Ci si può innamorare in due giorni? Da ieri divido i miei respiri con una donna che non è mia moglie. Davanti a lei mi sento nudo, fragile, come chi sa che gli resta poco tempo

Storia vera di Matteo S. raccolta da Vincenza Cascio

 

“My funny Valentine…” fu sulla voce di Ella Fitzgerald che la vidi per la prima volta, e fu presagio. Quel giorno mi svegliai con delle fitte alle testa che già sapevo non mi avrebbero dato tregua, pertanto risolsi temporaneamente con una provvidenziale pastiglia e mi avviai verso una delle due boutique del centro di cui ero proprietario da diversi anni.

Mi chiamo Matteo, ho 47 anni, sono un imprenditore, sposato con Manuela e padre innamorato di due figli, Samuele di 13 anni e Benedetta di 11. Ho vissuto una vita sopra le righe, lo ammetto. La bellezza e la fascinazione sono due virtù che mi sono servite per arrivare fino a qui, per il resto tanto impegno e una dose di fortuna, et voilà, la vita che volevo. Tante, tantissime donne, di un paio mi sono anche sorprendentemente innamorato, una l’ho persino sposata. Ma senza mai essere fedele, se non a me stesso e ai miei desideri. La famiglia, però, la famiglia prima di tutto.

Quella mattina, appunto. Mattina d’estate, un soleggiato 2 agosto che avrebbe modificato per sempre il flusso caotico della mia vita. Capelli flambè e lentiggini disobbedienti, così la potrei descrivere e sarebbe una descrizione fedele. Entrò in negozio attratta da un vestito esposto in vetrina, un total white che su di lei sarebbe stato da schianto. La realtà è che lo schianto era lei. Colpito e affondato da due occhi fieri e senza età, e da un timbro di voce che mi avrebbe guarito. La sua voce, sì. La sua voce e il modulare le parole, in alto e in basso, adagio e veloce, hanno aperto uno squarcio che non credevo possibile, ed è solo quando ha sorriso che ho capito capito la portata dello tsunami che mi avrebbe travolto.

«Che taglio splendido, non lo provo nemmeno, è chiaro che è mio» ha detto sorridendo.

«Non ha proprio bisogno di un mio consiglio da esperto?» ho ribattuto cordiale.

«Avrei più bisogno di un aperitivo ora, un buon prosecco magari. Mi consiglia il locale migliore della zona?».

«Potrei fare di più, se non mi considera inopportuno. Accompagnarla e berlo insieme. Credo di averne bisogno anch’ io». Ha sorriso, con la bocca, con gli occhi, con le mani. Faccio un cenno alla mia dipendente ed esco insieme a lei. L’aria è rovente in questi giorni, ci sediamo senza smettere di guardarci e il silenzio tra di noi è tutto fuorché imbarazzante. È strano, penso, di solito faccio sfoggio di tutte le mie più intriganti arti seduttive, mentre qui, di fronte a lei ora, io mi sento nudo. Mi sento io, completamente, ed è spiazzante.  Spogliato da ogni maschera, mentre lei mi guarda con una purezza negli occhi che ho visto solo in quelli dei bambini. O degli angeli.

«Matteo». «Gloria». Stretta salda, calda. Informazioni di base, insegnante di filosofia all’università della sua città, sposata, un figlio adolescente, qualche giorno di vacanza in solitaria, per ritrovarsi un po’. Racconto di me, occhi negli occhi. Vorrei cedesse lo sguardo, almeno una volta, per liberarmi anche solo per pochi secondi da questa magia. E invece no, mi guarda, ascolta, nutre quest’alchimia. Due occhi da amazzone, di chi conosce la vita, di chi sa cosa fare, ma è votata alla disobbedienza e fa l’esatto contrario.

«Hai mai pranzato in un trabucco?».

«Non ti aspettano a casa?».

«Mi aspetto che tu dica di sì».

Sorride, e in questo preciso istante io vorrei che il mondo si fermasse, che si fermasse il respiro del tempo, che su questo pianeta ci fossimo solo noi due. Il pranzo è favoloso, il vino inebriante, lei è bellissima, e noi siamo la perfezione. Dopo, l’accompagno in albergo e le chiedo se desidera rivedermi, vorrei portarla in una spiaggia bellissima con il mare più blu che abbia mai visto. Anche stavolta mi dice di sì, anche stavolta il suo sorriso.

La mattina dopo sfrecciamo verso la costa. Lei indossa il vestito bianco sopra un bikini nero. È regale, nella sua semplicità.

«Perché hai scelto di avermi al tuo fianco oggi, qui?». La guardo in quegli occhi che ricordano il mare di notte in tempesta, e decido di non fingere. Voglio essere la verità, per lei. Dopotutto, sento di aver poco da perdere. «Perché mi piaci da impazzire, perché il tuo profumo mi ha stregato, perché sei un incantesimo. E sono disposto a essere una tua vittima, pur di respirarti ancora. E perché ho una malattia, un tumore al cervello. Pertanto, con una probabile data di scadenza tra capo e collo, sarei un pazzo se non fossi qui con te, ora. Sarei pazzo a rinunciare a quest’emozione che mi ha tolto il sonno stanotte».

Spietatamente sincero, lo so. Ma è questo che voglio con lei, perché sento che con lei posso essere questo, solo questo, così come lo potrà essere lei con me, se lo vorrà. Ero consapevole del maremoto che avrei intravisto nei suoi occhi. Lo sgomento, la violenza di uno schiaffo inaspettato. In fondo, io non sembro malato, il tumore mi ha intaccato poco nel corpo, per il momento.

Lei è sempre immobile, poi si alza, mi sfiora la mano, me la stringe, mi costringe ad alzarmi, mi abbraccia (finalmente le sue braccia intorno al collo, il suo corpo vicino al mio) e mi bacia. Ci baciamo con tutto, labbra, lingua, mani, occhi aperti e lacrime, sue, per fotografare un momento che sa già di eterno. «Ci sono speranze?» lo dice in un soffio, come se avesse paura di frantumarmi dentro.

«Una. Un intervento di chirurgia estrema in una clinica di Miami. Un 40% di possibilità, I dottori sono stati chiari. Diciamo un esperimento. Ho accettato, partirò il mese prossimo. I miei figli ancora non sanno. Sono nelle mani di Dio… ed è difficile, per me, accettare di non essere più nelle mie».

Mi abbraccia ancora, stavolta premendo il suo corpo ancora più forte, quasi volesse entrarmi dentro, senza sapere che già c’è, dentro. Credevo che l’amore fosse una faccenda più complicata, che andasse coltivato nel tempo, nelle abitudini, nella rassicurante routine, come ho fatto coscienziosamente finora. Mi sbagliavo.

L’amore ti travolge e ti sconvolge, non esiste vaccino o antidoto che ti possa salvare, ti sviscera e ti confonde, ti incide il suo nome dappertutto, e non conosce tempo, non ti dà tempo. Annaspi senza accorgertene, e ti sembra la morte più bella. È andata cosi, e così doveva andare. «Ce la farai. Tu sei una roccia. Si vede, si sente, che lo sei».

«Anche le rocce capita che si sgretolino» cerco di sorriderle. “Roccia”, così mi chiamano in famiglia. Solo che io davanti a lei sono Matteo, nelle mie infinite fragilità, nelle mie debolezze, nelle profonde paure che mi tengono sveglio per notti intere. E da ieri, anche nella paura di non poter vivere lei. Che beffa sarebbe, vero? E no, Vita, non ci si prende gioco così di un uomo.

«Andiamo» mi dice. Sfila le chiavi della mia auto dalla tasca dei pantaloncini, si mette alla guida, imposta il navigatore. Parte: c’è un non so che di sexy in una donna capace alla guida, e in lei è tutto amplificato. Mi gira la testa. No, non è la malattia. Mi sta portando via da ogni realtà, mi sta portando da lei, dentro di lei. Si ferma davanti al suo albergo, scendiamo, mi prende per mano, entriamo, non c’è nessuno alla reception.

“Ti tremano le mani, vero Matteo? È la tua prima volta?”. Penso a questo e rispondo a me stesso che sì, è la prima volta che una donna mi coinvolge così. È la prima volta che ho paura di uno schianto, la prima volta che il pericolo non sono io, la prima volta, credo, che mi innamoro. Come si misura la veridicità di un amore? E la sua caducità? Non posso non pensare a mia moglie, ora. Mi è venuta in mente come uno schiaffo. Non ha colpe, lei, se io da ieri sto dividendo i miei respiri e i miei pensieri con un’altra donna. Ma non posso fingere, o forse mi sto giustificando: non si giudicano i sentimenti, ma lei giudicherebbe forse la mia meschinità, la mia bassezza. Una donna tradita e ferita difficilmente perdona. Non perdonerebbe, non lei. Ma ho il dovere, ora, di perdonarmi io. E non mi sento alterato dalla mia malattia, dalle mie paure, mi sento lucido. E sto precipitando in un innamoramento, in una scintilla che sento diventerà fuoco. Desidero ardentemente una donna,lei, tutta intera, e tutto questo è singolare per me. Io sono un razionale, un uomo pragmatico, pratico, organizzato. So quando, come e quanto lasciarmi andare, non sforo mai oltre misura, mai avuto problemi.

Ma ora, con lei, mi sento come un albero spogliato di corteccia e radici, pronto a ricevere nuove vesti, nuove foglie. “Rimani nel presente” mi dico, “è tutto ciò che hai, che vuoi e che puoi avere”. Ora. Lei non sorride più e mi punta addosso uno sguardo in cui intravedo il mondo, il cielo, la volta celeste,tutto. Ha un lieve tentennamento, una piccola vertigine, mentre inizia a spogliarsi piano. È una donna capace di arrossire ancora, I suoi gesti rivelano incertezza, timore. Probabilmente si starà chiedendo se vedendola nuda mi piacerà allo stesso modo. Sdraiandosi, le gambe in un intreccio, come a voler proteggere una femminilità pulsante e antica, le braccia protese verso di me, come a volermi dire “proteggimi tu, ora”. È già sera, ma non pensiamo a cenare, a bere. Abbiamo solo bisogno di nutrirci di noi, di dissetare i nostri corpi e le nostre anime e questi cuori che battono all’impazzata, in un ritmo unico che sconcerta entrambi. Sono su di lei, sopra di lei, dentro di lei e ho chiaro, in pochi istanti, cosa significhi la fusione. Non è fare l’amore, non solo: è esperienza. È quello che mi mancava, che non ho mai vissuto, non così. La prima volta, appunto. Le mani sui volti, le dita intrecciate, la cornice di una stanza qualunque e un’opera d’arte dentro, noi. È mattina piena quando apro gli occhi. Non sono smarrito, so bene dove sono, so bene chi ho al mio fianco, accovacciata contro al mio corpo, la sua bocca che sfiora la mia spalla, le nostre mani ancora intrecciate da una notte che non avrebbe voluto terminare mai. Si muove piano, percepisce il mio sguardo su di lei .«Ciao…» il suo primo sorriso della giornata. «Lo sai che sono passate 48 ore dal nostro primo incontro?».

«Di già? Mi sembrano una manciata di secondi».

«Lo sai che sei bellissima, che ti voglio, in tutti i sensi possibili, e che credo di essermi innamorato di te?».

»Ci si può innamorare in 48 ore?».

Vedo infinite promesse nella tenerezza del suo sorriso.

«Anche meno di 48 ore, Gloria. Sì… anche meno».

 

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