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Anna e Renzo

Cuore

 

È una delle storie preferite del numero 38, potete rileggerla sul blog 

L’amore ai tempi della seconda guerra mondiale ha, per me, questi nomi. Sono i protagonisti di una straordinaria vicenda che ho scoperto visitando l’antico acquedotto di Napoli dove la popolazione si rifugiava durante i bombardamenti 

storia vera di Elena Vesnaver

“9 settembre 1943 oggi sposi. Anna e Renzo”. Leggo queste parole sull’arco di tufo che chiude una nicchia. Dentro, un letto di ferro, una sedia.

«In questo posto le storie sono molte» dice la nostra guida, «ma questa è la più bella».

Gianluigi è un ragazzo giovane e appassionato. Ci ha accompagnato per quasi un’ora nel labirinto di cisterne e cunicoli che è l’antico acquedotto greco e che, durante la Seconda guerra mondiale, è diventato un rifugio sicuro mentre Napoli veniva bombardata dagli Alleati.

È un’emozione incredibile scendere la scala che porta sempre più giù, nella Napoli sotterranea, dove la gente è riuscita a inventarsi una vita parallela, allargando passaggi, facendo arrivare l’acqua e la luce, costruendo un’altra città, una città notturna, segreta, nella quale migliaia e migliaia di persone vivevano gomito a gomito. E poi, chi perde la casa dove può andare? Tanto vale tornare sotto, portare quelle quattro cose che ancora si possiedono e ricreare una vita che non sarà proprio quella alla luce del sole, ma pazienza, che la nottata intanto passa, certo che passa.

Napoli impara a sopravvivere sottoterra, che ci vuole. ”O’ napulitan s’fa sicc, ma nun more”.

Ma Gianluigi vuole raccontare la storia dei due sposini.

«Nessuno a Napoli si chiama Renzo. Veniva da fuori, era un soldato di sicuro. Si sono sposati qui sotto, nella cappella: il 9 settembre del ’43 non doveva essere un gran giorno per un matrimonio, ma è andata così. Gli hanno fatto festa come si poteva, gli hanno procurato il letto e un posto per la loro prima notte da sposati».

Mi asciugo una lacrima. Questa storia così lontana, piccola e pulita mi commuove e chiedo che fine hanno fatto Anna e Renzo.

«Li abbiamo cercati, ma non li abbiamo mai trovati».

Che peccato. Io vorrei sapere tutto, il colore degli occhi di Anna, il sorriso di Renzo e quante cose si sono detti, quanti baci si sono dati e come si sono incontrati, come hanno vissuto: tutto vorrei sapere e allora, mentre continua la visita e percorriamo gallerie buie, tocco le pareti di roccia umida e provo a mettere insieme i tasselli di una storia che arriva da lontano e di cui si sono persi anche i visi di chi l’ha vissuta.

Napoli, 1943.

Gli Alleati bombardano la città, la gente non sa più se piangere i morti o i vivi, ma ugualmente si vuole continuare a vivere, in un modo o in un altro e per fortuna che ci sono i benedetti rifugi.

Soltanto nella zona di via Chiaia sono in 4.000 che, a ogni allarme, scendono una scala ripida per mettersi in salvo e in mezzo a questa umanità determinata c’è Anna. È giovane, 20 anni al massimo, occhi neri e una gloria di capelli bruni, un corpo fresco che nemmeno i vestiti lisi riescono a mortificare.

Cosa fa Anna nella vita, oltre a scappare quando la notte scoppia sopra la città, quasi il Vesuvio avesse deciso di svegliarsi?

Via Chiaia è la strada dei sarti, anche importanti, di quelli che fanno i vestiti per le signore: allora è molto probabile che Anna lavori in uno di quei negozi. È un’apprendista, cuce le cose semplici e scopa via i ritagli di stoffa che ingombrano il pavimento. Anna cuce, sta con le amiche, qualche rara volta è andata al cinema. La voglia ci sarebbe, ma di soldi ce ne sono pochi in giro. Cerca di non pensare troppo a quel mondo che le fa paura: non guarda al futuro, vive il presente, anche se è sfregiato dalla voce delle sirene, anche se ti costringe a nasconderti e le notti sono lunghe.

Non si sta male nel rifugio.

Oddio, se ci fosse la pace sarebbe meglio, se la gente non fosse costretta, mica ci andrebbe a nascondersi come una banda di topi impauriti, ma una parvenza di normalità si riesce a costruirla anche lì. Si riesce perfino a sorridere e si raccontano storie, storie antiche come quella del munaciello o del pozzaro, che sua mamma non vuole che stia ad ascoltarle e fa di tutto per mandarla via.

Alla fine, anche se c’è la guerra, anche se la gente continua a morire sotto le bombe, scoppia lo stesso la primavera.

«Faceva caldo, quell’anno» dice Gianluigi a me, solo a me, quasi mi avesse letto nel pensiero.

Era una primavera calda, sì e quando si incontrano Anna e Renzo? Mi piace pensare che sia di maggio, gli innamorati dovrebbero incontrarsi sempre e solo di maggio, penso io.

Anna va svelta con il lavoro da riportare in negozio e ogni tanto guarda il cielo azzurro; a 20 anni ci si può anche dimenticare delle disgrazie se c’è il sole, se l’aria è leggera, se qualche occhio maschile si volta a guardarti un poco più a lungo. Chi se ne importa se gli unici lussi che ti porti addosso sono la giovinezza e un paio d’occhi di carbone?

A proposito di occhi. Ce n’è un paio che incrocia da qualche giorno. Sono di quel soldato che ritrova spesso sulla sua strada, e dire che prima non lo vedeva mai.

Ora invece, o prima o poi, lo incontra. Appoggiato a un muro, davanti alla porta di un panificio che funziona ancora, mentre parla e ride di qualche battuta, e come ride bene, mamma mia. Chissà da dove viene, straniero è di sicuro, pensa Anna, incantata dai capelli biondi, dagli occhi verdi, da quella sigaretta che fuma come Vittorio De Sica: ha pure una bella voce con un accento strano. Però a lei non interessa per niente, anche se lo pensa spesso quando sta nel rifugio. Madonna, proteggilo tu.

 

 

P

erò quella mattina di maggio è diversa per via del sole, della bella stagione che non sa che farsene delle guerre e arriva lo stesso e anche il soldato biondo arriva e la guarda fissa e sorride. «Buongiorno» dice e Anna risponde, abbassa gli occhi, li rialza.

«Mi chiamo Renzo. E voi?».

«Anna» risponde Anna. Diventa rossa, ma prende la mano che lui le tende, così forte, asciutta, così bella, come il suo nome, Renzo. Renzo. Non ha mai conosciuto nessuno che si chiama Renzo, ma le piace, gli sta bene, è il nome giusto per lui.

Credo che lui pensi la stessa cosa del nome di lei. Anna, non è meraviglioso? Anna. Profuma di casa e di quella primavera che fino a quel momento gli sembrava crudele. Anna. Anna, ti porterei via.

Non si lasciano più, si vedono ogni giorno, si parlano, si raccontano della loro vita, delle famiglie. Anna dice che è preoccupata per la madre, che per fortuna l’ultimo bambino è nato bene, ma la mamma è sempre triste e continua a ripetere che tanti figli non sono una benedizione quando il mondo va male.Renzo le confessa che nelle poche lettere che gli arrivano, i suoi genitori fingono, però lui sente che sono spaventati, che hanno paura di ricevere la maledetta cartolina con scritto sopra che è morto, o disperso, che poi è la stessa identica cosa.

«Ma io sono fortunato». Sorride sempre Renzo, alla fine dei discorsi seri. «Ho incontrato te».

Anna allora pensa di essere fortunatissima anche lei.

Intanto passiamo per un cunicolo basso e stretto. Non ho paura. Ormai comincio ad abituarmi alla semioscurità e all’aria fredda, deve essere stato così per tutti.

«È un vecchio canale per l’acqua, attenta che è in discesa. Io credo che Renzo fosse un marinaio, sa, ce n’erano tanti a Napoli, per via della guerra e venivano da fuori».

Renzo è un marinaio, allora, sicuro, un marinaio.

Arriva l’estate bollente, i bombardamenti martellano Napoli, Renzo è sceso pure lui tante volte nel rifugio e ha conosciuto quella gente ferita che nonostante tutto sa essere ospitale, sa dividere il poco che ha. Quante notti Renzo ha passato con un paio di bambini sulle ginocchia e Anna stretta al fianco, bevendo un goccio di vino, quello da qualche parte arriva sempre. Quante volte ha approfittato che la luce calasse all’improvviso per rubarle un bacio, dolce e fresco come le sue labbra, meno timide della prima volta. Quanti sussurri si sono scambiati, quante albe hanno visto insieme, gli occhi abbagliati, la voglia di stringersi ancora, baciarsi ancora, respirarsi ancora.

«Anna, io ti sposo».

I sogni, appunto. I sogni sono come le stagioni, a loro non interessa niente della guerra; le stagioni vengono e i sogni volano, prova a fermarli se sei capace. Renzo non è un sogno e non lo è il loro amore.

Anna sogna un abito da sposa, invece.

Una volta, in negozio ne ha visto uno da non dimenticarselo più, di seta ricamata e con un velo lungo fino ai piedi; quante volte ha fatto castelli in aria su quel vestito.

«La guerra finirà, Anna. Deve finire».

Certo che finisce. La nottata deve passare.

Intanto sgocciolano via i mesi e arriva settembre.

L’8 settembre Anna sta tornando a casa. È andata a prendere roba da una signora che viene dalla campagna e porta olio, strutto, carne. Ma quella chi se la può permettere? Però non importa, lei domani si sposa con Renzo, cosa ci può essere di più importante?

È sera ormai e Anna cammina veloce, come se correndo riuscisse ad avvicinare il domani che un po’ le fa paura, ma una paura bella.

Improvvisamente lo vede.

 

 

È

in fondo al vicolo, le fa un cenno con la mano, sorride, però ormai Anna lo conosce, capisce che c’è qualcosa che non va e allora gli vola incontro, lo stomaco annodato per l’ansia.

Renzo l’abbraccia, la bacia come se gli mancasse l’aria e poi dice che ha sentito la radio, c’è l’armistizio, gli Alleati non sono più nemici e tutti i suoi commilitoni stanno scappando perché i tedeschi non sono molto felici della situazione, anzi, e nessuno ha voglia di farsi prendere e mandare chissà dove, a fare chissà che cosa.

«E noi?».

Questo le viene in mente. Sì, è egoista, ma le importa solo di quello che succederà a loro due.

Renzo ammonticchia parole.

C’è pericolo, non si sa come finirà questa storia, gli hanno detto che non può stare in divisa, deve trovare abiti civili, deve nascondersi e come fa a trascinare anche lei? Meglio aspettare, meglio vedere come si risolve e dopo… Ecco, dopo.

Anna guarda il suo biondo, vede che ha paura e capisce che ora tocca a lei, che la responsabilità è sua, che il futuro, lungo o breve che sia, dipende da lei.

«Noi domani ci sposiamo» dice sicura, occhi negli occhi. «Il mondo faccia quel che vuole».

Come si fa a non baciarla una donna così? Come si fa a non ripeterle sì ogni giorno che Dio concede?

Renzo si toglie la divisa, gli danno abiti civili trovati cercando in giro. I calzoni del fratello grande di Anna, la camicia di un vicino che ha più buchi che stoffa, le scarpe vanno bene le sue, non si capisce che sono da militare e saltano fuori pure una giacca e un maglione che, figlio mio, una roba in più fa sempre comodo. Quando si guarda in un pezzo di specchio neppure si riconosce, Renzo, non sa se è cambiato in meglio o in peggio, ma negli occhi di Anna si vede bello e anche buono, ripulito da anni di guerra che adesso vorrebbe dimenticare.

Dormono nella città di sotto, Anna e Renzo, la notte prima del matrimonio. I bombardamenti mica smettono per loro e neanche per le parole di Badoglio, però quella non è una notte come un’altra, non per Anna. Sa che la prossima sarà la sua prima notte insieme a Renzo e insomma, lei lo sa benissimo cosa deve succedere e non ha timori e sarebbe troppo felice se solo la situazione fosse diversa. Dove potranno stare, loro due e basta, senza altre persone? Non hanno un letto nuziale, non hanno niente. Un poco ci soffre, Anna e forse lo confessa alla madre in un sussurro e forse qualcuno sente e lo racconta a qualcun altro.

 

 

I

l giorno del suo matrimonio Anna piange di felicità, anche se non ha un abito da sposa, nemmeno un mazzolino di fiori d’arancio, nemmeno la pace, porca miseria. Almeno arrivasse qualcuno a gridare che la guerra è finita sul serio e invece c’è gente che viene a dire che i tedeschi sono ancora più cattivi, gente che ci credeva fino all’altro ieri e adesso non sa dove guardare. Ma Anna lo stesso piange di gioia perché Renzo è l’amore della sua vita, il resto sarà quel che sarà.

Si sposano nella cappella del rifugio.

Chi non riesce a entrare resta sulle scale perché tutti vogliono stare vicino a quei due ragazzi senza testa che hanno deciso di amarsi contro ogni logica. Vogliono vedere il giovane biondo venuto da lontano per incontrare il suo destino, la donnina dagli occhi neri che stringe in mano quattro fiori selvatici nati chissà dove e chissà per quale miracolo. Anna e Renzo sono il coraggio, la speranza, sono il futuro, anche se dovesse finire domani.

Si fa festa, quella sera, nella Napoli sotterranea. Si mette insieme quello che c’è e si cucina, si brinda, si fa musica. Anna la tirano da tutte le parti, che baciare la sposa porta fortuna e lei si schermisce, ma ride ed è felice, Dio mio, quanto: anche se il suo velo è una tendina di pizzo, è felice lo stesso.

E poi e poi, da non crederci! La gente ride, scherza, balla e sopra le loro teste passa un letto di ferro, poi un materasso, cuscini, lenzuola che non saranno di lusso, ma candide e profumate di sapone, ricamate con cifre che Anna non conosce. Tutto viene passato e preso e ripassato e alla fine arriva a una nicchia nel tufo, stretta, ci stanno appena il letto e una sedia, ma ad Anna sembra un regno, a Renzo sembra tutto quello di cui ha bisogno: quel buco, Anna e l’affetto della gente che riscalda il cuore.

9 settembre 1943, oggi sposi. Anna e Renzo” scrive qualcuno nella pietra. Per il ricordo.

«Devono essere stati felici» mormora Gianluigi, continuando a entrare e uscire dai miei pensieri. «Non importa neppure se è durato tanto o poco. Qui sono stati felici, vero?».

«Sì» rispondo e la voce mi esce male, come quando si sta per piangere.

Ecco, questa è la storia.

Nessuno sa cosa ne è stato di Anna e Renzo, cosa è capitato il giorno dopo e quello dopo ancora, come è stata la loro vita, da quel momento in poi, il loro futuro. Gianluigi ha ragione, non importa, importa che sono stati felici.

La visita è finita.

Usciamo in un cortile settecentesco con un pozzo e il sole mi fa lacrimare gli occhi. Il sole, certo, il sole. Fa caldo, è una giornata bellissima, via Chiaia è piena di gente, il cielo pieno di rondini e il mondo va avanti come gli pare. Smemorato, il mondo, si dimentica in fretta delle storie, ma di questa no, questa non glielo permetto di abbandonarla là, al buio.

Appena sono a casa, la scrivo. È una promessa. ●

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