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I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy

Cuore

Perseveravo nel piacere dell’andare in fondo alla tristezza, come a un dispetto. Il piacere del disappunto. Non mi era nuovo. Lo apprezzavo da quando avevo otto anni, interna nel primo collegio, religioso. E forse furono gli anni più belli, pensavo. Gli anni del castigo. Vi è come un’esaltazione, leggera ma costante, negli anni del castigo, nei beati anni del castigo.

(…) Quel collegio è stato distrutto. Non esiste più. Quando lo seppi, non potei nascondere la mia soddisfazione. Mi era parso immortale. Anche il maestoso scalone di marmo, e i letti circondati da garze, che annunciavano candore e morte, sono andati in demolizione. Lo raccontai a Frédérique, a lei potevo dirlo, quanto la distruzione di quell’edificio mi avesse dato un parfait contentement. Dissi ancora a Frédérique che forse erano stati i nostri pensieri, o le emanazioni che abitano l’età dell’innocenza, a distruggerlo. Lei diceva che l’innocenza è un’invenzione dei moderni. (…) Avevo notato nel suo sguardo una velatura plumbea e opaca, un che di cattivo, nei suoi occhi che a volte mi parvero indaco e invece erano muschio e palude. (…)

Tutte quelle ragazze che abbiamo conosciuto sono entrate nella nostra mente, e diventano così una progenie, tornano in una specie di fioritura postuma. Appollaiate come stiliti sulla nostra fronte, dormienti in una fila di letti. Rivedo le mie compagne bambine quando avevo otto anni, in lenzuola candide, con sorrisi, palpebre abbassate, lo sguardo è scivolato via. Abbiamo diviso i letti con loro. Anche nelle prigioni, non si dimentica il compagno di cella. Sono volti che nutrono e mangiano il nostro cervello, i nostri occhi. Non c’è il tempo, a quel tempo. Vetusta è l’infanzia”.

Di questo romanzo, che a differenza di quanto scritto da Iosif Brodskij non si legge in quattro ore ma in meno di due, ho sentito parlare meno di un mese fa durante una presentazione di un altro libro. A citarlo, raccomandandone la lettura, proprio l’autore; e le sue parole, soprattutto un paio di silenzi e un mezzo sospiro, sommate al titolo splendido, mi hanno incuriosita violentemente.

Letto in meno di due ore. Ma è un po’ come in amore, no? Ci sono storie tiepide che durano anni, durano matrimoni, nascite, giuramenti, accoppiamenti e stordimenti, storie eterne che non lasciano quasi traccia, non fanno mettere su una ruga, non fanno scatenare certe forme di paracardiopatie. Poi ci sono sguardi, o leggeri sfioramenti. Roba che ti si fissa tra le cellule profonde della pelle fino a diventare impronta. Impasto di anime, per quelle alchimie non serve nemmeno che le labbra si sfiorino. Sono incastri dai quali non puoi sfuggire più.

Fleur Jaeggy, nata a Zurigo, vive a Milano e questo gioiello, scritto in lingua italiana, è stato pubblicato nel 1989. Ho letto decine di recensioni, un coro unanime: capolavoro. Di forma, soprattutto. Una lingua elegantissima, un uso preciso delle parole, una costruzione narrativa in equilibrio perfetto tra poesia e profezia.

La trama, in cento pagine, racconta la storia dell’esistenza umana declinata solo apparentemente al femminile. Un collegio, un io narrante che non ha nome e li ha tutti, un’amicizia amorosa, la difficoltà della collocazione nel libro dell’esistenza, l’impedimento del gesto. Della trama non voglio svelarvi altro, posso solo dire che scorre tra le vene d’inchiostro delle pagine un’anima erotica cupa e luminosa insieme: la ricerca del senso della vita, la carezza svogliata, il brivido che accende la mente. Mi unisco al coro, posseduta dal piacere fisico che questa lettura provoca: un capolavoro. Mi unisco a Brodskij: “durata del ricordo: il resto della vita”

Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo, Adelphi

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