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Briciole di carta

Cuore

Una delle storie apprezzate questa settimana dalla Community Facebook è “Briciole di carta”, pubblicata sul n. 23 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Dovevo fare un tirocinio e ho chiesto di poter seguire uno scolaro disabile. Così mi sono trovata a tu per tu con l’autismo. A cercare di dialogare con un bambino che era sempre vicino a me, ma sembrava invisibile. Finché ho avuto un’idea

Storia vera di Alessandra Maria Mazzara

 

Aspettavo da tempo quel momento. Il secondo anno della facoltà che frequentavo prevedeva tra le tante materie anche un tirocinio a scuola durante le ore di lingua straniera. A noi studenti avevano lasciato carta bianca: potevamo scegliere la scuola, il grado e la lingua. Optai per la scuola elementare che diversi anni prima mi aveva accolta bambina, memore di quei cinque meravigliosi e spensierati anni. Una calda mattina di ottobre, dunque, varcai le soglie di quel grande e antico portone di legno e per un attimo fu come se il tempo si fosse fermato. Stesso colore delle pareti, stessi corridoi, tutto era proprio come l’avevo lasciato, le aule, i banchi verdi, gli adesivi con gli omini di neve appesi alle finestre, le cartine geografiche… perfino qualche bidello dell’epoca continuava a lavorare ancora là. Per temporeggiare un po’ – avevo preso appuntamento con la direttrice per le nove ed erano ancora le 8.30 – diedi un’occhiata alle aule, nel tentativo di trovare la mia. Non fu poi così difficile. Primo corridoio a destra, terza stanza. Ma non era più la 1C, adesso era una 4F. Ero persa nei ricordi quando una voce squillante mi riportò al presente.

«Chi cerca?» mi chiese una donna tarchiata con i capelli corti e biondi, gli occhiali da miope e una scopa in mano.

«Sono una tirocinante, oggi è il mio primo giorno. La direttrice mi aspetta tra mezz’ora».

«Guardi, secondo me può già andare. È nella sua stanza da un po’. Salga al secondo piano, dopo le scale primo corridoio a sinistra».

Salii i gradini velocemente. L’ansia di iniziare questa nuova avventura mi riempiva di adrenalina.

La stanza della direttrice era rinfrescata da un condizionatore. Entrai, sudata e appiccicaticcia per la forte umidità, le strinsi la mano e mi presentai. Lei era al telefono e con il labiale fece segno di sedermi e di aspettare solo qualche secondo. Mi guardai intorno, in una stanza che in cinque anni di scuola, da bambina, avevo avuto la fortuna di non conoscere. Una grande scrivania in mogano e due vetrine colme di libri troneggiavano in uno spazio non molto grande, ma accogliente. Sulla scrivania, una cartelletta con su scritto “Tirocini” in lettere grandi. Istintivamente strinsi al petto la mia borsa, sapendo che tra quei fogli c’era anche il mio profilo.

«Mi scusi ma era una chiamata importante. Allora, lei è del corso di Lingue e traduzione, ha fatto richiesta di tirociniO. Bene, ha già scelto la lingua? Sicuramente saprà già che qui le classi possono scegliere tra francese, spagnolo e inglese».

«Sì. Ho scelto le classi di inglese».

«Molte sue colleghe hanno scelto l’inglese, questo restringe il campo delle classi, visto che la sua richiesta ha la particolarità di richiedere la presenza di un bambino disabile. Vediamo un po’… Ci sarebbero la 5B, la 2F, la 1H e la 4A. Quindi, in ordine, autismo, due ritardi cognitivi e una bambina audiolesa. Allora, che mi dice?».

 

Non mi fermai a riflettere e d’istinto chiesi di poter lavorare in 5B. Sapevo già che l’autismo è una cosa seria e che tante sarebbero state le gatte da pelare.

«È un’amante delle sfide, lei! Il bambino in questione si chiama Lorenzo. È un caso grave il suo, è bene che lo sappia fin da subito. È proprio sicura di voler iniziare il suo percorso con lui?».

«Sì, certo, nessun problema».

«Come preferisce. La 5B è al piano terra, accanto alla bidelleria. Capirà subito chi è Lorenzo. Se ne sta sempre in un angolo, da solo, concentrato sulle sue fissazioni. Non la guarderà nemmeno, è tutto tempo perso, mi creda. Fossi in lei sceglierei Sonia, in 2F. È una bambina dolcissima, un po’ indietro rispetto alla sua età e al resto della classe, ma almeno con lei potrà avere un riscontro…».

«No, va bene Lorenzo» dissi tutto d’un fiato.

«Come desidera. Ecco a lei i fascicoli e le griglie di valutazione. Dovrà portarli qui da me ogni fine del mese, in modo da poter valutare anch’io l’andamento del suo tirocinio. Anche se con Lorenzo penso proprio che non ce ne sarà bisogno. Bene, al lavoro. In bocca al lupo!».

La 5B era in un’aula molto ampia che dava sul cortile interno dell’edificio scolastico. Una ventina di bambini in grembiule blu e colletto bianco ascoltavano attentamente la lezione sulla struttura della frase inglese. L’insegnante era sulla quarantina e mi accolse con un sorriso stanco ma cordiale, indicandomi con il dito il fondo dell’aula.

Lui era là. La sua testolina piena di riccioli neri era china su se stessa e con le mani strappava meticolosamente dei fazzolettini di carta.

«Lei deve essere la nuova tirocinante. Io sono Elsa, l’assistente di Lorenzo. Forse è il caso che le dica subito come stanno le cose. Lorenzo non parla e non si cura di chi gli sta intorno. Il bambino è… come posso dire… è come se non esistesse. Non interagisce in alcun modo. Pensi che io sto qui ore e ore accanto a lui senza far nulla, muta, a volte manca poco per addormentarmi».

Finsi di non cogliere l’ironia dell’assistente che trovavo alquanto fuori luogo e iniziai a sistemare i miei fogli da lavoro sul banco accanto a quello di Lorenzo, cercando di fare meno rumore possibile per non distrarre i bambini che già si giravano in continuazione verso la mia direzione, curiosi della mia presenza.

«E il soggetto, ricordate bene, va sempre all’inizio della frase affermativa. Se invece è una domanda… Clara, dài su, un po’ di attenzione! Dicevo, se invece dovete fare una domanda, dove va il soggetto?».

«Maestra Lidia, chi è questa ragazza?».

Ormai lo scompiglio era in atto, mi sentivo un po’ colpevole, quindi mi alzai e mi presentai.

«Ciao a tutti, sono Alessandra e sarò con voi nelle ore di inglese fino alla fine dell’anno scolastico. Il mio compito qui sarà quello di aiutare Lorenzo a imparare, perché se no, anche con il vostro aiuto…».

«Ma imparare cosa? Quello manco parla, è una mummia! L’unica cosa che fa è strappare i fazzoletti».

«È vero, non parla con nessuno, è tipo un alieno. E poi ogni tanto fa pure del male, l’altro giorno ha dato una testata alla sua maestra di sostegno. C’era tutto il sangue per terra, le usciva dal naso».

«Io ho paura che me la dà anche a me la testata, infatti non mi avvicino mai a lui, faccio finta che non c’è».

«E poi sputa. Quando è arrabbiato sputa per terra o dove gli capita. Che schifo, una volta mi ha sputato in faccia mentre facevo merenda, bleah».

«A volta si picchia. L’anno scorso ha iniziato a darsi pugni in testa perché era nervoso».

«Sì, ci siamo spaventati tutti, le maestre hanno chiamato la direttrice e pure i suoi genitori che se lo sono portati a casa!».

«E poi quando…».

«Bambini, adesso basta. Alessandra saprà cosa fare con lui, non ha bisogno dei vostri racconti. Riprendiamo la nostra lezione. Quindi, riepiloghiamo, come si formula una domanda in inglese?».

Mi sedetti sulla mia sedia con le ginocchia che tremavano per tutto quello che avevo appena sentito raccontare.

Bastarono veramente pochi secondi per rendermi conto che era tutto vero. Lorenzo era là, a un gomito da me, ma era come se non ci fosse. C’era ma non c’era.

«Ciao Lorenzo, io sono Alessandra» gli dissi quasi bisbigliando: «Ti va di fare un gioco insieme?».

 

Per più di due mesi fu come parlare col muro. Passavo le mie ore di tirocinio a scarabocchiare ghirigori sui fogli che avrebbero dovuto raccogliere le mie osservazioni sull’apprendimento della lingua inglese di un bambino con disabilità, con Lorenzo che era come invisibile, circondati da una ventina di alunni che mai – e dico mai – si avvicinavano a noi. Era come se io e Lorenzo fossimo su un’isola circondata da un mare di indifferenza.

Tornavo a casa stanca di non avere fatto nulla, demoralizzata per tutte le volte che sentivo dire alla direttrice «gliel’avevo detto», pentita della mia scelta. Mi chiedevo spesso se fosse ancora il caso di insistere o magari arrendermi e chiedere di poter seguire un altro bambino con una disabilità meno grave di quella che aveva trasformato Lorenzo in un figlio del silenzio. Ma la voglia di abbattere quel muro che ci separava era troppo forte. Desideravo con tutto il cuore entrare in quel suo mondo così misterioso fatto di fazzoletti, capirne le dinamiche, accettarne i limiti e potenziarne i punti di forza. Per me Lorenzo non era il fantasma che tutti pensavano che fosse, non poteva né doveva esserlo. In fondo, dissi a me stessa, ero là proprio per questo. Quindi mi sforzavo giorno dopo giorno per trovare un punto di incontro: oggi con la musica, domani con fogli e pastelli, dopodomani con le costruzioni colorate e di tanto in tanto cercavo il suo contatto fisico, accarezzandogli i lunghi e morbidi riccioli neri. Ma nulla.

Poi un giorno arrivò un’illuminazione.

Fuori era il freddo tipico delle mattine di gennaio.  Erano da poco finite le vacanze di Natale, un tempo che mi era servito per staccare un po’ la spina dallo studio (in quel periodo stavo studiando per quattro esami, tra cui lingua e traduzione russa, alquanto impegnativa) e dal tirocinio che non mi occupava tantissimo tempo ma che mi riempiva la mente di pensieri. Nuvoloni grigi coprivano il cielo e una pioggia fitta aveva iniziato a scendere.

Entrai in classe tutta infreddolita e un tantino in anticipo. La maestra di italiano stava ultimando la lezione, pronta a dare il cambio alla collega di inglese, e i bambini erano piuttosto chiassosi e distratti dal forte temporale che picchiava contro i vetri delle finestre.

Come sempre, Lorenzo era in fondo all’aula con Elsa. Testa china e fazzoletti in mano. Fui percorsa da piccoli brividi, non so se dovuti al freddo o piuttosto dall’agitazione per quello che avevo in mente di fare. Dopo una notte insonne passata ad arrovellarmi il cervello sul da farsi con Lorenzo, ero arrivata infatti alla conclusione che l’unico modo per interagire con lui era essere come lui. Fare quello che faceva lui. Se avessi fallito anche in questo approccio, mi sarei arresa definitivamente.

Quindi sul banco anziché i miei fogli da lavoro sistemai alcuni pacchi di fazzoletti e iniziai a strapparli uno a uno, lentamente, proprio come avevo visto fare a Lorenzo. Passarono pochi istanti. Il bambino si girò verso di me, mi guardò, buttò per terra le briciole di carta che teneva strette in mano e mi abbracciò. Poi mi strinse le mani e mi stampò un grosso bacio sulla guancia. Un attimo dopo aveva già ripreso la sua solita stereotipia, testa china sul banco. Restarono tutti pietrificati, me compresa.

«Hai fatto una magia» urlò sorridendo Licia.

«Ma allora non è una mummia».

«E nemmeno un alieno».

«Non era mai successo prima d’ora in questi cinque anni. Noi colleghe avevamo infatti perso ogni speranza» disse la maestra.

Poi mi girai verso Elsa e la trovai immobile con la bocca aperta, troppo incredula per poter parlare.

Nei cinque mesi di tirocinio che seguirono Lorenzo alternò giorni buoni ad altri meno buoni. Ora accoglieva positivamente il mio invito a dipingere, ora restava chino sui suoi fazzoletti, un po’ si lasciava coccolare e un po’ no. Ma qualcosa attorno a lui era cambiato.

 

Da quel piovoso giorno i compagni di classe iniziarono pian piano ad avvicinarsi a lui. Chi gli lasciava una parte della sua merenda, chi gli regalava fazzoletti di carta con su disegnati gli animaletti, chi lo abbracciava. Soprattutto con le bambine, prima le più timorose, riusciva a interagire un po’ di più, come quella volta che ricambiò la stretta di mano di Sofia e lei per l’emozione lo abbracciò forte. Fu come se nessuno avesse più paura di lui, come se improvvisamente si fossero resi conto che Lorenzo era là con loro, che era un bambino come loro.

La distanza fra lui e gli altri si era un tantino accorciata e, anche se quel giugno tornai a casa piena di fogli bianchi, l’idea di aver contribuito in qualche modo a tutto questo fu per me una grande soddisfazione. E quando poi con le maestre decidemmo di coinvolgere la classe colorando i fazzoletti di carta e poi strapparli in mille coriandoli da usare per la festa di Carnevale, capii che il muro era stato abbattuto una volta per tutte.

L’autismo è senza dubbio una realtà dura da vivere, sia per chi porta su di sé il peso di questo silenzio, sia per chi lo “ascolta” ogni giorno. Tanti sono ancora oggi i pregiudizi e gli stereotipi e forse ancora troppi i falsi miti. Solo uno sguardo nuovo aiuterebbe a vedere le cose per come stanno in realtà: sono prima di tutto persone. Non hanno bisogno di altro se non di amore. Come tutti, del resto. A insegnarmelo, una testolina riccioluta amante dei fazzoletti di carta.

Sono passati più di dieci anni da quel tirocinio e da quando la direttrice, nel salutarci, mi disse: «Il suo è stato in assoluto il peggior tirocinio di tutta la mia carriera ma il primo con il miglior risultato raggiunto».

Non ho più rivisto Lorenzo, dopo qualche anno ho saputo del suo trasferimento in Veneto con la famiglia. Ne conservo un dolcissimo ricordo e nonostante il tempo passato mi capita spesso di pensare a lui, a cosa avrà fatto della sua vita. E quando per caso sale la nostalgia dei suoi riccioli neri, mi basta andare in fondo al cassetto che contiene i libri di quell’anno di università.

Lì dentro trovo sempre un piccolo sacchetto di tela gialla. Ne slaccio il nastro e sorrido nel vedere all’interno le briciole di carta, le mie e quelle di Lorenzo, che in quei mesi avevo raccolto e che da dieci anni custodisco gelosamente.

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