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C’erano tante stelle

Cuore

Continuate a votare le vostre storie preferite sulla pagina Facebook. La più apprezzata di questa settimana è “C’erano tante stelle” di Elena Vesnaver, pubblicata sul n. 27 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Sono una FELICE donna sposata. Non cambierei mai il mio DESTINO, eppure ogni tanto RIMPIANGO di non aver potuto realizzare L’UNICO mio grande SOGNO d’amore. Che non riesco a DIMENTICARE

Storia vera di Olivia R. raccolta da Elena Vesnaver 

 

Sai cos’è che ci imbroglia? Il ricordo. Se non ricordassimo niente si sarebbe tutti più felici, altroché. Tempo fa avevo sentito che un’università di non so dove, americana, credo – lì si perdono a studiare le robe più strane – cercava volontari per fare esperimenti proprio su questo, cancellare la memoria e non ne trovava, perché la gente si attacca ai ricordi con le unghie e con i denti e non c’è niente da fare. Io sarei andata subito, guarda un po’.

È il ricordo che ci frega.

Intendiamoci, non è che io sia infelice, eh, è solo che certe volte mi perdo a immaginare quello che avrebbe potuto essere se, cosa sarebbe stato della mia vita se, come mi sentirei io ora se, ed è una perdita di tempo, ho quasi 55 anni, che diamine. Ho tutto per essere felice, compreso un marito d’oro che non so cosa farei senza di lui, non mi scambierei con nessun’altra e allora? Certe volte mi arrabbio da sola, ma non c’è niente da fare.

Hai presente quella punta dolorosa, piccola, niente di che, ma che brucia e fa male, che ti si ficca nel fianco come una gomitata e ti avverte che è lì, è sempre lì, inutile che fai finta di niente, c’è e punge e si chiama rimpianto.

Se lo dico in giro nessuno mi crede. Una come me, che mi son presa sempre quello che volevo, proprio io, Olivia, che faccio sempre quello che mi pare, che i rimpianti li ho fatti venire agli altri, anzi, i rimorsi, chi vuoi che ci creda che ogni tanto sto così e invece quella punta è lì e scava e torna, non sempre, magari non spesso, ma torna.

Come il numero di telefono di Riccardo, nella rubrica del mio telefono, che salta fuori quando cerco, non so, quello di mia sorella e capita il suo, invece.

Io e Riccardo.

Non so nemmeno spiegarti che storia è, è stata, se mai c’è stata, perché cosa fa di una storia, una vera storia? Un bacio, una carezza, un pomeriggio d’amore? O basta uno sguardo, due mani che si toccano, un pensiero prima di dormire? Io l’ho amato, ecco, lui non so, forse sì, ma non così tanto da. È il ricordo che ci inganna, accidenti.

Quando è cominciato tutto, vuoi sapere.

Che bella domanda.

No, perché io e Riccardo ci eravamo visti e rivisti, girati intorno, salutati, sfiorati, ignorati, scontrati, sorrisi, andati e tornati e mai niente, mai, o non pareva, o non me ne sono accorta, o sono stupida e potrebbe essere.

Poi è arrivato un giorno che era come tutti gli altri, durante il quale non era successo niente, che non pareva un giorno speciale, un giorno da ricordare. Mi ricordo, ecco cosa mi ricordo, che dovevo passare in drogheria, guarda un po’, proprio perché era un giorno di quelli un po’ scemi, che passano senza storia.

E mentre pensavo al detersivo da comprare, mentre ero lì e tutto scivolava come sempre fra le mie dita, qualcosa si incastrò.

Ci guardammo, io e Riccardo, per la prima volta ci guardammo e il saluto restò intrappolato nella gola, il sorriso si gelò, oh insomma, non lo so, ci siamo visti, ecco, come se non fosse mai successo e io non ero più la solita Olivia, quella che si lamenta delle troppe pratiche e lui non era Riccardo. Oddio, mai provata una cosa del genere.

Cosa vuoi che ti dica, mi sono sciolta sotto il suo sguardo, la sua mano sulla mia spalla che mica lo so perché l’ha messa, il calore, l’idea che avrei potuto mollare tutto per lui, solo se me lo avesse chiesto. In quel momento, ti rendi conto? In quel momento per me si poteva fare, subito, senza pensare a niente e a nessuno.

Abbiamo cominciato a parlare di nemmeno mi ricordo cosa, era voglia di sentire la nostra voce, almeno per me era così, per lui, per lui non ho mai capito. Mai mai mai.

Quel giorno, però, è successo qualcosa che ci ha unito, in qualche modo.

Che stupidaggini ti sto a dire, mi sono innamorata, basta, che altro e neppure si capisce come e non mi sono chiesta se anche lui, avrei dovuto, immagino, avrei dovuto eccome, ma sono cose che non si imparano mai, vero?

 

 

Però, vedi, adesso posso fare quello che voglio, ripetermi tante parole logiche, ma quello è stato un periodo bellissimo, sono stata felice come mai prima e devo essere sincera, mai più dopo, anche se con mio marito sto bene, se la mia vita mi piace, se sono soddisfatta di quello che ho, ma felice, felice è un’altra cosa.

Voglio dire, mi svegliavo al mattino con il sorriso, mi sentivo leggera, niente era impossibile e tutto perché avrei visto Riccardo, gli avrei parlato.

Sto facendo una gran confusione, vero? Come al solito sto parlando di me, di come stavo io e di quanto ero innamorata; non dico niente di lui, di quello che provava lui e la ragione è che non lo so, è tanto semplice; Riccardo continua a essere un mistero per me, un rebus, ecco perché mi farebbe comodo dimenticare, ma andiamo per ordine.

Dopo quel giorno, cosa credi sia successo, niente, niente di niente. Io mi svegliavo con un gran sorriso e aspettavo di vederlo, con lo stomaco che andava per le sue, e di leggere in ogni suo gesto un indizio, una briciola, qualsiasi minuscola traccia di amore per me. Riccardo era, come posso dire, uguale e diverso, non si esponeva molto, anzi, quasi nulla, eppure c’era, che posso dire, c’era.

Nei suoi occhi, nella sua voce, c’era, c’era e nessuno può dirmi di no, nemmeno tu, che comunque non sai niente e mi stai solo ad ascoltare. Sì, c’era ed era amore.

Poi c’è stata quella benedetta festa di Natale in ufficio.

In genere le odio, quelle feste lì, ma questa volta avevo voglia di mettermi in tiro e che Riccardo mi vedesse, così la mattina sono uscita con i tacchi e un vestito assolutamente inadatto per una giornata in ufficio, ma non mi interessava; non mi interessava neppure che i miei colleghi se ne accorgessero e sentissero puzza di bruciato.

Però lo sai come sono queste stupide feste, no? Sono tutti sempre troppo impegnati a stappare bottiglie già di mattina, figurati se si accorgono come sei vestita.

«Che elegante, Olivia», Riccardo si era accorto, invece e mi guardava con un sorriso. Me lo sono tenuta stretto tutto il giorno, quel sorriso, mi ha illuminato la giornata, non mi sono chiesta se significava qualcosa, sapevo solo che era bello fare qualunque cosa, anche la più banale, con quel sorriso nel cuore.

Poi arrivò il momento dei brindisi e degli auguri e io mi ritrovai vicino a Riccardo che mi baciò su una guancia. «Non potrei avere un bacio come si deve?», giuro,  non so come ho trovato il coraggio di dire una cosa del genere.

Attorno avevamo tanta gente che ci urtava, rideva, parlava, ma per un attimo pieno di perfezione, siamo stati io e lui e nessun’altro. «Allora?». Sfrontata, proprio.

Mi ricordo, maledetti i ricordi, i suoi occhi diventare ancora più neri, la sua mano attorno al mio polso, il buio dell’ufficio dove mi aveva spinto. E le sue labbra. Ecco cosa vorrei dimenticare, ma dimenticare sul serio, se l’esperimento dell’università americana funzionasse davvero, le sue labbra sulle mie, continuo a ricordare ed è passato talmente tanto tempo, tanto e ancora lo sento il bacio, ancora. Poi mi sono ritrovata libera e lui era sparito chissà dove. Lo so cosa pensi. Era un bacio e di baci se ne danno tanti nella vita, un bacio non fa la differenza, un bacio è niente; hai ragione e non serve a niente che io ti dica che ci sono baci e baci e che il nostro è stato diverso, tanto non mi credi e hai ragione. Qualche volta penso anch’io che mi sto solo raccontando delle frottole per riempire il vuoto che mi è rimasto nel cuore.

Comunque quel giorno ci siamo baciati e poi ognuno è tornato a casa dalla sua famiglia, a fare tutte le cose che si fanno la vigilia di Natale: acceso le luci dell’albero, apparecchiato la tavola, sistemato i regali.

Abbiamo ripreso la vita di tutti i giorni, ma per me è stato difficile, per lui non so, ma io ho dovuto faticare.

 

 

Con lui avrei voluto essere, capisci? Per me non esisteva altra vita se non vicino a lui; mi sono ritrovata a fantasticare su come sarebbe stato vivere insieme, sulle difficoltà, anche, ma dalle quali saremmo usciti più forti e innamorati di prima.

Lo so, ho sempre fatto questo sbaglio con Riccardo, ho sempre misurato il suo sentimento pensando che fosse uguale al mio e così non si fa, mai.

Nel frattempo mio marito e i miei figli non si sono accorti di nulla, addirittura i colleghi non avevano capito, ed è buffo, perché tante volte inventiamo storie sul nulla e ci sfugge invece quello che abbiamo sotto il naso. Ma cosa avevano veramente sotto il naso? Niente. Un bacio che probabilmente, almeno per lui, era stato un errore e una scema che ci moriva sopra.

Immagino tu sappia come siamo fatte noi donne, magari non tutte, ma insomma. Siamo capacissime di convincerci che l’uomo che vogliamo ci ama pazzamente, ma ha paura, ma è confuso, ma non vuole fare del male alla moglie e ai figli; siamo sicure che gli basta una spinta e allora correrà da noi. Sai che siamo delle illuse? Ovvio che lo sai, sarà capitato anche a te.

Il fatto è che quando ci sei in mezzo, non te la cavi e io ci ero caduta con tutte le scarpe. Ogni mattina mi svegliavo e pensavo che sarebbe stata la giornata giusta, quella durante la quale mi avrebbe confessato il suo amore e mi immaginavo la scena. Poi non succedeva niente, ma non mi abbattevo, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara. Un’ossessione, forse hai ragione, Riccardo è stato per me l’unica ossessione della mia vita.

Ascolta. Io sono un tipo normale. Abbastanza brava a scuola, abbastanza stimata sul lavoro, un matrimonio abbastanza riuscito e due figli abbastanza buoni, mai una follia, mai un colpo di testa. Andiamo da vent’anni in vacanza nello stesso posto per gli stessi, identici quindici giorni e sono anni che pensiamo di fare un viaggio solo io e mio marito, ma non ci decidiamo mai, oppure c’è qualche spesa più urgente, proprio come capita a tutti. Sono normale, fin troppo e una pazzia dovevo concedermela, prima o poi e la mia pazzia è stata Riccardo.

È andata avanti in questo modo, io che spingevo e lui che non faceva niente o quasi, perché qualche altro bacio ci è sfuggito, cosa credi, non mi sono fatta solo un film, qualche bacio che, sì, va bene, mai più bello come il primo, sarebbe stato impossibile, però ci siamo baciati ancora.

In corridoio, in ascensore, baci veloci, rubati e sempre da me, sono testarda, io, sono, come diceva Riccardo? «Sei una faina» e rideva.

Poi mi ha spiegato che la faina è un animale piccolo, grazioso e crudele, che si infila in spazi strettissimi pur di arrivare dove vuole. Mi piaceva essere una faina, mi pareva che fosse un modo per dirmi che ce l’avrei fatta a conquistarlo.

Il giorno che mise le cose in chiaro non me l’aspettavo davvero. Mi prese per mano e mi disse che mi offriva un caffè. L’angolo della macchina del caffè non è il posto più romantico, ma mi andava bene, come mi andava bene il bicchierino pieno di risciacquatura che mi mise in mano; quello che non andava bene era il suo sguardo, completamente privo di amore e la leggera compassione che ci leggevo non mi piaceva.

«Forse è meglio che io e te parliamo, Olivia». Era un pessimo inizio, lo capivo benissimo, non adatto alla dichiarazione d’amore che mi aspettavo e continuò anche peggio.

Riccardo disse che ero una persona meravigliosa, che gli piacevo molto, ma lui aveva una moglie, aveva una figlia; no, non era un santo e qualche storia l’aveva vissuta, però con me non era il caso, non si poteva e proprio perché mi stimava, mi rispettava, perché ero un’amica.

Non so se ti è mai capitato, non c’è niente di peggio che essere rifiutate con la scusa che sei una persona stupenda e meriti stima. «Con te potrei avere tutto, lo so, ma dovrei imbrogliarti e non sarebbe giusto», continuò e io ancora adesso mi chiedo chi gli aveva mai dato il permesso di decidere cosa era giusto e cosa sbagliato.

Io impietrita e lui che mi feriva. A morte. Finì così, davanti a quella maledetta macchina del caffè.

 

Da quel momento non ci siamo più parlati, non ci siamo neppure quasi visti, a parte il buon giorno buona sera nei corridoi. Io me la son messa via e ho cercato di non pensarci più, non riuscendoci del tutto e continuando ad arrabbiarmi per quello che avrebbe potuto essere.

Una sera ed era passato ormai un anno, stavo andando a prendere l’autobus per tornare a casa e avevo fretta, talmente tanta che quasi gli sbattei addosso senza accorgermene. «Ti accompagno io». Avrei voluto rispondere che non serviva e sono stata sul punto di farlo, ma c’era qualcosa nel suo sguardo, qualcosa che non riuscivo a capire, qualcosa di insopportabilmente triste e allora sono andata con lui e quando ha preso la strada che portava al mare, non ho protestato. Ci siamo ritrovati a guardare un tramonto bello da piangere. «Sono malato».

Non abbiamo più parlato. Siamo rimasti in silenzio, io con il mio cuore grosso, lui con la sua paura; gli ho preso la mano, mi ricordo e lui me l’ha stretta per tutto il tempo che siamo restati a guardare le stelle che si accendevano.

È stata l’ultima volta che ci siamo visti. Non l’ho cercato più, l’ho lasciato con la sua battaglia e quando ho saputo, due anni dopo, che se n’era andato, ho capito che non solo il ricordo ci frega, ma anche la morte, perché non ti concede neppure la possibilità di arrabbiarti per quello che non è stato. Qualche volta ancora mi chiedo se davvero non provava niente per me. Vedi come siamo fatte noi donne? Non ci arrendiamo neppure all’evidenza.

E ricordo quella sera, l’unica che abbiamo avuto, con il tramonto, il mare, la mia mano nella sua come se non ci fosse altro in questo schifo di mondo, tutte quelle stelle.

Sarebbe bello dimenticare, ma forse, dopo, mi sentirei un poco più sola.

 

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