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Dolcissima abitudine di Alberto Schiavone

Cuore

Una fessura sul mondo della prostituzione, che scopriamo attraverso Rosa, instradata a quel mestiere dalla madre

“Le piace, quindi, quello che fa? Sì. Le piace sentire il maschio che gode grazie a lei. Quando un uomo viene, ogni volta, è un sussulto di orgoglio. Che sia con le mani, con la bocca, o dentro. Certo, con alcuni è uno sfinimento. Montoni gretti o mezze tacche. Quelli senza nerbo, passione, allegria. Il mondo è pieno di persone così. Maschi senza anima. Ma con i soldi in tasca, e allora va bene. Ascoltava le paturnie dei mariti e quelle degli amanti. Aveva trovato davanti al portone qualche moglie, la fidanzata, una nonna. Tutte preoccupate che il loro maschio si stesse perdendo tra le braccia sue. (…) Erano donne che dipendevano da un uomo che evidentemente non avevano imparato a conoscere. (…) Quelle donne non avevano in mano niente. Non il loro uomo, non le loro vite. Erano state messe davanti a una menzogna, e si sentivano in dovere di coprirla. Ma se hai di fianco un uomo che frequenta una puttana, stai pure certo che non saranno le tue carezze o ancor peggio le tue reprimende a cambiarlo. Anzi. Semplicemente, ci sono uomini fatti in un modo, e uomini in un altro. Quelli che pensi siano perfetti forse lo sono. Ma sia maledetto il giorno in cui ti renderai conto che fingevano. Sarà orrendo. Perché sarà il giorno in cui ti aggiornerai di una sconfitta. Tutto finto, la tua vita, il tuo uomo, quando ti diceva amore mio e persino quando ti sussurrava qualche sciocchezza tra le lenzuola. Le aveva imparate altrove. E il suo cervello guardava altrove. Gli veniva duro, dici? Oh, per quello non ci vuole troppa arte, piccola mia”.

Questo romanzo, l’ultimo di Schiavone, mi ha creato non pochi problemi. Conosco l’autore, ho letto tutti i suoi precedenti, ne apprezzo la ricerca stilistica, l’attenzione costante alla punteggiatura, sia quella etimologica che quella di montaggio della narrazione. Anche questo l’ho letto e in una notte, in una Milano umidissima, forse la città più lontana dalla Torino che fa non da sfondo ma da anima e scheletro a Dolcissima abitudine.

Alberto ha scritto una storia ‘ispirata a figure e ambienti reali’, la vita di Rosa nata Piera Cavallero, un nome e una professione (immediato il ricordo di una canzone) così facile da maledire oppure compatire. Rosa è figlia di una madre che le insegna quel mestiere, un mestiere che è latte, ossa, sostanza esistenziale. Rosa ha quella forma mentale, quando sei piccolo sei sabbia e chi ti alimenta è la formina che disegnerà i tuoi confini, la tua immaginazione, l’aspetto del tuo mondo.

Rosa la conosciamo quando è poco più di una bambina e la lasciamo quando l’età è al tramonto, la lasciamo dopo essere stati tra le sue lenzuola, nei suoi pensieri, l’abbiamo vista partorire, abbiamo visto sua madre vendere quel bambino, l’abbiamo vista diventare ricchissima, l’abbiamo seguita nelle fughe dei suoi pensieri e nella immobilità dei suoi lunghi anni quotidiani. Nessuna epifania, nessun cambio di rotta, nessun buonismo romantico. Rosa non è Piera, Rosa è Rosa, e Alberto è stato bravissimo a non cedere alle tante letture edulcorate che la narrativa si concede per raddrizzare i percorsi accidentati. “Se avessi aperto gli occhi non avrei più riconosciuto il mio mondo”, questo dice Rosa al figlio, in un monologo interiore che la riscalda.

Ho provato fastidio verso Rosa quasi sempre, ho provato un fastidio forte, le sue parole mi hanno fatta sentire scomoda, a disagio. Ho provato fastidio ma non sono riuscita ad interrompere la lettura: Alberto ci racconta di come Rosa osservasse attraverso una fessura nella parete le prestazioni della madre per imparare come soddisfare al meglio un cliente. Ecco, questo romanzo è una fessura su un mondo, su una vita. È una narrazione che non si prostituisce, chirurgica, da anatomia profonda e viscerale delle esistenze.

 

Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine, Guanda

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