Ferro e ruggine

Cuore

Vi riproponiamo sul blog la storia vera più votata della settimana sulla pagina Facebook: Ferro e ruggine, pubblicata sul n. 23 di Confidenze

 

Avevo vissuto in una gabbia, imprigionata dal senso del dovere,  intristita da relazioni false e superficiali. Ho subìto per anni, poi con Jonathan ho trovato un soffio di desiderio e leggerezza. Non sapevo che avrei dovuto superare altre prove per trovare me stessa

Storia vera di Ester A. raccolta da Vincenza Cascio

 

La parola che meglio descrive la mia vita? Dovere. Parcheggio l’auto sotto casa e volgo lo sguardo in alto, verso le finestre del mio appartamento. Stessa consuetudine che si ripete da anni, forse perché da anni spero di trovare la luce calda delle lampade a illuminare quei rettangoli di legno e muratura, e invece no. Le trovo spente tutte le sere, macchie scure galleggianti nel nulla. I miei ritorni serali post lavoro si ripetono come un mantra, cinque sere su sette: solito parcheggio vicino a casa, quasi sempre nello stesso posto, quattro rampe di scale che affronto con passo stanco, un ascensore che non prendo mai. Ho sempre trovato inquietanti queste gabbie di ferro, immobili fuori e funzionanti dentro, come a nascondere movimenti oscuri e non rivelabili.

L’imprevedibilità di un blocco inaspettato mi spaventa tanto quanto un inaspettato movimento. La mia natura non è compatibile con il ferro. Entro in casa e accendo le luci, una parvenza di calore mi avvolge e mi sento circondata da pulizia e ordine perfetti. La casa dei sogni, la definivo anni fa parlando con mio marito, mentre ora la vedo come un grande, immenso ascensore arredato con classe e stile. Un ammasso di dettagli stonati come me, senza nomi, senza titoli. Andrea torna sempre tardi, spesso accompagnato da profumi diversi: a volte sensuali, dolci e talcati, a volte speziati e orientaleggianti, ultimamente freschi e sbarazzini. Ogni profumo, una donna diversa.

Sono al corrente da anni delle abitudini di mio marito. Un cinico barracuda travestito da affascinante e innocuo gentiluomo, una persona dall’aria perbene che nasconde un sottobosco popolato di segreti. Lo conobbi tramite mio padre, altra figura tossica della mia vita. Mio padre, che di padre ha soltanto il titolo biologico: professionista stimatissimo, inserito nella crema della città bene, titolare di uno storico studio associato tramandato da generazioni. Andrea era ed è il suo pupillo, il suo prezioso e fidato collaboratore, il figlio maschio mai avuto e tanto desiderato da istruire alla vita secondo i suoi perfidi e manipolatori dettami. Con me non lo fece, non mi istruì alla vita secondo le sue visioni e non perché volesse preservarmi dal mondo infame e cattivo, ma perché non ne sarebbe valsa la pena. Le donne in generale non valgono mai la pena, specie la sua, se non per finalità seduttive. Mia madre? Una pedina consenziente nelle sue grinfie. Mai generato discussioni o ribellioni e occhi chiusi sulle camicie macchiate di rossetti. Per lei l’importante è godere in pompa magna di tutti quei superficiali e costosi benefici che comporta l’essere la donna ufficiale di un uomo molto benestante. Sono stata cresciuta da due attori di altissima lega su un palcoscenico che non era il mio e da cui avrei voluto scendere, ma era come una girandola che andava troppo veloce. L’ho fatto a 24 anni con un master costosissimo durato un anno a Londra che mi garantiva distanza fisica dalla mia famiglia e contatti telefonici veloci e ridotti all’osso. Un anno in cui ho respirato a pieni polmoni la semplicità, le risate senza controllo, i panini del fast food mangiati sui marciapiedi, bar fumosi e storie strampalate, pittoresche, vissute con l’entusiasmo della mia gioventù. Un anno di autentica normalità, di vera semplicità mai conosciuta prima. Poi il ritorno qui a Milano e l’inserimento nello studio di famiglia dove ovviamente non ricoprivo gli incarichi più prestigiosi, nonostante la mia formazione e le mie competenze. Quindi l’incontro con quello che mi sembrava il grande amore della mia vita, il riscatto di tutti questi anni di affetto simulato, l’occasione da non perdere per inondare d’amore chi credevo di amore ne avesse bisogno quanto me; un dare e ricevere cristallino, un progetto di vita basato sulla sostanza e non sull’apparenza, il sogno di una vita intera. Benedetta giovinezza, maledetta ingenuità. I camaleonti sanno bene quale colore ti piace e Andrea era un animale sopraffino, zucchero bianco fuori e fiele nero dentro. La teoria per cui ricerchiamo, spesso inconsciamente, i modelli affettivi che abbiamo vissuto nell’infanzia, nel mio caso si è rivelata assolutamente attendibile: mio marito è apparso, pochi mesi dopo il matrimonio, l’alter ego di mio padre.

 

 

Per lui sono stata l’affare grandioso che doveva assolutamente essere conquistato, anche e soprattutto con l’inganno, l’ingresso in una famiglia abbiente e in vista, l’oggetto di lusso da sfoggiare, un cognome da pronunciare nei prestigiosi salotti in cui è solito fare trionfali ingressi. Anni vissuti nella pochezza sentimentale ed emotiva, anni freddi che colmavo coltivando il mio mondo interiore fatto di sogni e speranze in un cambiamento che però si rivelava ogni volta un’illusione perché di fatto non possedevo la forza di scendere da questa infernale e grottesca giostra fatta di fumo e vuoto. Poi la nascita di mio figlio, unica vera fiamma, io e lui sempre soli, ma insieme. L’amore vero e senza condizioni l’ho conosciuto per merito suo ed è stata rivelazione: esisteva ed era tra le mie braccia, unica mia reale verità. Edoardo è cresciuto in un ambiente esclusivo, ma è troppo somigliante a me per sentirsi parte integrante di questo mondo fatto di ferro e ruggine. Se ne andò presto di casa, nella Londra che mi aveva vista felice e viva, sfuggendo alle insostenibili critiche di un padre che sferrava disprezzo e umiliazioni lacerando pelle e cuore. Lo convinsi io ad accettare quel posto di lavoro. «Edo, ti prometto che ogni mese volerò per qualche giorno da te. Hai diritto di vivere la tua vita e di fare ciò che ti rende felice e io sarò sempre con te, te lo prometto». Mi ascoltò e credo avesse bisogno solo del mio benestare. Decine di viaggi per rivederlo e ogni volta per gioire dei suoi successi, delle sue rivincite. Suo padre e mio padre arrivarono a ripudiarlo nel corso di una cena di gala, pronunciando parole che mi marchiarono col fuoco. Due giorni dopo quella cena volai per l’ennesima volta da mio figlio.

Edoardo è un bravissimo cuoco e lavora sodo in un ristorante italiano stellato, rifiutando ogni aiuto economico che gli offro. «Guadagno bene mamma, non ho bisogno di nulla, solo del tuo amore» mi disse una sera. Delicato e forte come una quercia, il mio ragazzo. Si è anche fidanzato con una del posto, una deliziosa ventiquattrenne dai capelli rosso ciliegia e il viso costellato di lentiggini. Mi piaceva cenare nel ristorante dove lavorava, mi mettevo seduta a un tavolino defilato e mi divertivo nel cercare di captare i discorsi dei commensali, commenti sempre entusiasti delle pietanze consumate, e un moto di orgoglio mi invadeva ogni volta. Jonathan lo incontrai lì, anzi, più che un incontro fu uno scontro nel piccolo antibagno sotterraneo del ristorante. Si prodigò in mille scuse e io ridevo, ridevo serena, perché lontana da casa ogni cosa mi sembrava divertente e leggera. Aveva uno sguardo aperto e un sorriso contagioso. Salimmo i pochi scalini e mi offrì da bere, svelandomi che era un assiduo avventore del posto. Non gli dissi che lo chef era mio figlio e quando un’ora dopo mi chiese di rivederci la sera successiva accettai. Il primo sgarbo fatto a un marito inesistente dopo 26 anni di fedeltà assoluta, nonostante io fossi solamente un oggetto di arredo, in casa come nella vita. “Sai cosa c’è, Ester? C’è che ridi, che stai bene, che hai 50 anni e sei una donna bella, curata, intelligente; c’è che questo ragazzo ti piace, è interessante e ti guarda con due occhi che è tutto un dire, e al diavolo se ha quindici anni meno di te” disse la parte di Ester leggera all’altra frastornata ed esitante.

 

 

La sera successiva mi preparai con cura e, mentre raggiungevo a piedi il locale dove ci eravamo dati appuntamento, mi specchiai nella vetrina di un negozio: quegli occhi accesi e vivi erano proprio i miei, chi se li ricordava più così. Fu una serata bellissima, mangiammo e bevemmo, infarcendo la conversazione con aneddoti divertenti sulle nostre vite, toccando anche argomenti delicati e intimi. Mi piaceva il modo che aveva di ascoltarmi, il suo reclinare la testa verso la spalla sinistra e le labbra socchiuse, quasi fosse in attesa di qualcosa. Lo diedi io quel qualcosa, un bacio inaspettato per entrambi che mi lasciò senza fiato; fu sorprendentemente naturale seguirlo nel suo appartamento poco dopo.

Iniziò per me un periodo vorticoso: mi dividevo tra Milano e Londra, tra una vita di facciata e una passione pulsante, viva. Mio marito intuì qualcosa, lanciò qualche battuta sprezzante al mio indirizzo, ma il mio silenzio non lo ferì: la cosa fondamentale era che non creassi scompiglio nella sua vita sociale. Passavo ogni weekend a Londra e dopo qualche mese decisi di mettere al corrente mio figlio: tenerlo all’oscuro e mentirgli mi sembrava ancora più spregevole di quanto lui potesse giudicare questa faccenda. Invece ancora una volta mi stupì. Mio figlio aveva intuito da tempo che mi ero innamorata e aspettava solo di sentirlo dire da me. Reagì a quello che per me era colpa e segreto dicendomi: «Finalmente mamma, finalmente ti vedo felice».

Dopo quasi un anno di relazione iniziai a credere che forse quella era davvero la volta buona, la relazione sognata da sempre. Non lo pensai per incoscienza, ma per convinzione, per come mi faceva sentire il suo unico desiderio. Non lo spaventava la differenza di età, nemmeno il fatto che stando con me non sarebbe mai potuto diventare padre. Era sempre premuroso e attento nell’ascoltare i miei dubbi e nel fugarli con un bacio, così come era del tutto naturale la mia presenza nelle serate che passavamo con i suoi amici. Ero pienamente integrata nella sua vita e forse potevo davvero ricominciare da capo insieme a lui una relazione alla luce del sole con l’uomo che amavo. Ormai mi sentivo pronta ad affrontare mio marito e la mia famiglia, a mettere una distanza fisica ed emotiva da tutti loro, certa del fatto che Jonathan desiderava tutto questo quanto me e mi sosteneva. Mi diceva continuamente che ogni risveglio senza di me stava diventando insostenibile. Una sera dalla sua tasca uscì una scatolina blu. «Divorzia e sposami, con te per sempre e tu per sempre con me». Piangere di felicità alla mia età era qualcosa che credevo di non poter più sperimentare, e invece no.

Capitò che un venerdì ebbi un problema sul lavoro: dovevo raggiungere un cliente la mattina dopo, in Toscana, e mi sarei liberata solo la domenica. Avrei potuto delegare la questione ma prevalse il mio implacabile senso del dovere. Quel weekend non avrei potuto passarlo con le due persone che più amavo al mondo e li avvisai telefonicamente. Sentii Jonathan triste, ma ci rincuorammo a vicenda perché quel vivere a distanza sarebbe durato ancora per poco. Invece una telefonata cambiò il corso degli eventi: il cliente toscano aveva un improvviso problema familiare ed era costretto a rimandare il nostro appuntamento. Non ci pensai due volte: corsi a casa e recuperai il trolley sempre pronto per le mie partenze. Decisi di non avvisare il mio amore oltremanica, gli avrei fatto una bellissima sorpresa.

 

 

Durante il volo sorrisi tra me e me pensando a com’è bello fare una sorpresa e scoprire i segni dello stupore su un volto amato. Avevo le chiavi dell’appartamento di Jonathan, quasi inutili visto che lui non chiudeva mai la porta d’ingresso quando era a casa. Abbassai piano la maniglia pregustando il momento e mi accolse il profumo d’incenso alla cannella, il mio aroma preferito. Però questa volta provai una sensazione diversa, mi irrigidii. Mi avvicinai senza far rumore alla porta socchiusa della camera da letto da cui filtrava la luce dell’abat-jour scelto insieme mesi prima in un negozio che vendeva oggetti usati bellissimi. Sentii subito la sua risata seguita da una voce femminile divertita. Come nel peggiore degli incubi trattenni il respiro, ormai consapevole di dover vivere fino in fondo quel momento.

«Quando ti deciderai a lasciarla? Sono stanca di vivere la nostra relazione solo nei giorni feriali» disse la donna sconosciuta.

«Amore te l’ho già detto, dobbiamo aspettare ancora un po’. Ormai è cotta a puntino e decisa a chiedere il divorzio al marito. Ci sono tanti, tantissimi soldi in ballo e lei è una donna ingenua e generosa. Avrà una bella buonuscita, le quote dello studio, e diversi immobili. Questa è la grande occasione per cambiare la nostra vita, ma devi avere pazienza. Il tempo di sposarla e poi i pretesti per lasciarla verranno da sé. Pazientiamo ancora e arriveranno i risultati. Io amo solo te Emily, solo te». Seguirono sospiri di desiderio.

Mi voltai e uscii lasciando la porta spalancata. Una volta arrivata nell’atrio vomitai senza riuscire a trattenermi, quindi chiamai un taxi e mi feci portare in un albergo vicino. La receptionist vedendomi in quelle condizioni mi chiese cosa avrebbe potuto fare per me. Le risposi che ero molto stanca e avevo bisogno di riposare, ma intanto piangevo senza ritegno. Quella sera mi resi conto di quanto sia grande il ventaglio delle miserie umane, ancora più ampio di quanto avessi già scoperto. Passai due giorni chiusa in quella piccola stanza senza quasi mangiare e bere, vomitando di continuo non so nemmeno io cosa, isolata e alienata da tutto. In quelle ore mi era totalmente indifferente continuare a vivere o morire. Poi la mattina del terzo giorno mi alzai dal letto e aprii le tende della finestra: c’era un sole timido, ma che sapeva già di primavera, quella che stava nascendo dentro di me.

E adesso sono di nuovo qui, sotto le finestre buie di quella che ancora per poco sarà casa mia. Aspetto l’ascensore e ci entro per la prima volta. È esattamente come me l’aspettavo, ferro e ruggine, ma ora lo vivo in modo diverso. Non ho più paura, solo la sensazione che mi manchi l’ossigeno. Ma sono consapevole che è momentanea e non mi ucciderà. Riesco a respirare e quella gabbia che ho tanto temuta non mi appare più minacciosa: è una scatola vuota fatta di ferro e ruggine. Sono euforica di questa nuova sensazione e ormai consapevole di non poter più far finta che tutto vada bene, di non dover più continuare a reggere il gioco nel teatrino di carta che è stata la mia vita fino a oggi. Poggio la lettera dell’avvocato sul tavolo, faccio una telefonata a mio figlio. «Verrò a stare da te… Sì, sì certo che sono sicura… Ti voglio bene amore mio, va tutto bene, non è mai andata meglio…».

Sento i passi conosciuti e detestati nell’atrio, ma tra non molto sarò finalmente sola. Grazie di tutto, mia vecchia Ester.

 

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