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Fune spezzata

Cuore

Una delle storie vere più votate questa settimana sulla pagina Facebook è “Fune spezzata” di Annalucia Lomunno, pubblicata sul n. 44 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Amavo Irene da sempre, ma le nostre vite erano inconciliabili. Non sarebbe mai stata solo mia e non potevo accettarlo. Così punivo lei e me per quello che provavo. E ho teso fino al limite di rottura la forza dei nostri sentimenti

Storia vera di Giorgio M. raccolta da Annalucia Lomunno

 

Quello che c’era tra me e Irene era qualcosa che andava al di là delle nostre stesse esistenze, delle consistenze umane. Difficile, semplice, autentico, incontenibile; non riuscivo nemmeno a definirlo e mi stava ammazzando giorno dopo giorno. Ci amavamo da sempre e da sempre non potevamo stare insieme. Io la colpevolizzavo, le dicevo che, quando ci eravamo conosciuti da ragazzi, lei mi aveva sottovalutato, scegliendo un altro. E lei non mi capiva, aveva le sue ragioni, mi mostrava il suo tormento, provava persino a spiegarmelo. Tornava a dichiararmi il suo amore come se fosse una supplica, ammetteva i suoi errori, brillava nella sua passione. Bellissima, travolgente, intelligente, divertente, terribile. La sua prontezza, l’attenzione su tutto, l’ironia rapida, gli occhi che ti entravano dritti nel sangue. Quando sorrideva, mi faceva girare la testa e io non volevo ascoltarla; mi squarciava la sua tristezza, l’espressione del viso, il timbro della voce, le perle che indossava ogni giorno e che non erano un regalo mio. Quest’atmosfera tra noi due sempre carica di aspettativa mi piegava l’anima in due, mi pareva quasi che la terra sotto e intorno oscillasse. Perché le nostre scelte ci avevano inchiodato entrambi a vite lontane e inconciliabili. Meritavamo la medaglia d’oro, in fondo: quella di amanti mancati, eterni amici, innamorati disperati, braccati dai nostri stessi sentimenti, isolati dal resto del mondo in pensieri che diventavano una bolla di vetro, una dimensione a parte, tutta nostra. Sognavo di fare l’amore con lei, non volevo né desideravo altro. Ma non succedeva, non volevo che succedesse, preferivo punirmi per quello che provavo per una donna che non era mia e che mai lo sarebbe stata. L’ultima volta che l’avevo vista ci eravamo detti addio in un museo, a Taranto, tra i reperti archeologici. Strati di storia indifferenti, la cornice perfetta per la nostra disfatta emotiva: un luogo neutro, importante, distante che non ci conosceva e che non ci avrebbe più rivisti. Irene mi aveva tolto gli occhiali per baciarmi meglio, come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, e ci siamo baciati per chissà quanto con fantasmi di lacrime sulla faccia. Era difficile capire chi dei due avesse inventato cosa, il colpevole. Ma nessuno al mondo avrebbe mai saputo di noi e nessuno si sarebbe chiesto cosa sarebbe rimasto della nostra storia d’amore; intanto il tempo passava inesorabile. Io prendevo moglie, lei restava con suo marito. Io avevo ancora il suo numero di telefono, lei il mio, ma era tutto un dramma. E io mi chiedevo come avremmo fatto a sopravvivere senza un contatto, un messaggio, la speranza di rivederci. Come avremmo potuto passare dalla dipendenza assoluta a un’indifferenza temporanea o addirittura definitiva. Me lo chiedevo ogni giorno sopravvivendo, ricorrendo a fantasie romantiche, salvando quello che potevo dai nostri ricordi.

 

A Irene piacevano gli alberghi, ne era autenticamente affascinata. Intuivo che se avessi voluto risentire la sua voce, se avessi voluto ristabilire un legame, mi sarebbe bastato un pretesto banale che fosse anche simile a una provocazione, a un salvataggio, a una fune. Una fune. Ma con lei era come camminare sulla neve fresca, su un terreno minato: le sue reazioni erano imprevedibili e sapevo che l’avevo delusa, che non avevo voluto diventare il suo amante, nonostante fossi innamorato di lei. Avevo deciso di punire me, ma in realtà punivo Irene, punivo la sua determinazione, la sua passionalità e il desiderio di entrambi. Eppure non c’era istante in cui non mi tornassero in mente dettagli insopportabili. Ad esempio il suo sguardo. Lei aveva questo modo molto particolare di guardarmi, come se volesse lasciare un segno, un’incisione, una scia dentro di me, un indizio della nostra colpevolezza. Avevo addirittura paura di guardarla e, quando lei aveva tentato di incontrarmi dopo quel nostro addio a Taranto, io avevo rifiutato. Ero terrorizzato da quello che provavo per lei perché io la pretendevo tutta per me e mai avrei sopportato che avesse due storie parallele, con suo marito e con me, che magari non amasse nessuno realmente, che bluffasse. Era talmente bella che tutte le sicurezze di un quarantenne strasicuro di sé si sbriciolavano miseramente di fronte alla sola idea di non essere l’unico, il solo. Ecco perché mi veniva facile ferirla, respingerla, distruggerla, spingerla al pianto, alla rabbia. Il nostro legame era destinato a un lutto infinito ed era impossibile da accettare. Io sentivo di aver subito una perdita, di non aver realizzato il mio grande sogno, di non aver conosciuto e provato emozioni così forti mai, se non con lei al mio fianco. Quando, negli anni passati, ci vedevamo di nascosto solo per parlarci e prendere un caffè o strapparci una carezza, io sapevo che non avrei mai avuto giorni migliori di quelli. Era inevitabile che dopo quella rottura definitiva, Irene mi mancasse, che mi mancasse quest’amore suo non vissuto, e mi maledicevo per quell’addio che non avevo contrastato barando con me stesso, infliggendo al destino una sferzata mortale. Allora, dopo infiniti tentennamenti, avevo deciso di mandarle una mail e le avevo raccontato di un bizzarro albergo in Perù sospeso lungo le pareti rocciose nella valle degli Inca. Un luogo incredibile che speravo stuzzicasse il suo immaginario, il suo spirito d’avventura, visto che ci si arrivava inerpicandosi o volando. “Te l’immagini io e te a fare l’amore in queste capsule vicino al cielo?” le avevo scritto, dilungandomi sui particolari di quest’avventura immaginaria, nascondendo ancora una volta i miei sentimenti, per mostrarle le stanze in policarbonato sospese nel vuoto e le funi alle quali avremmo potuto aggrapparci per raggiungerle, insistendo come uno scemo su un viaggio che non avremmo potuto permetterci. Continuavo a prenderla in giro, forse, proponevo e rinnegavo. Avevo avuto il coraggio di scriverle solo dopo tre anni con un’ansia che accelerava il cuore. Ma soltanto io sapevo quello che avevo vissuto lontano da lei, quello che aveva riempito i milioni di secondi lontani da una donna che amavo e desideravo. Ma Irene ha risposto in modo sciatto ed evasivo. Non voleva più vedermi, forse mi aveva dimenticato, spezzava quella fune per sempre, disintegrava il tempo. E io, improvvisamente, sentivo di meritare tutto il suo disprezzo.

 

 

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