Il desiderio più grande

Cuore

Rileggi sul blog Il desiderio più grande di Mariella Loi, pubblicata sul n. 20 di Confidenze, è la storia più votata dalle lettrici su Facebook

 

«Sa che lei, volendo, potrebbe ancora avere un figlio?». Quella frase, buttata lì dalla ginecologa, iniziò a lavorarmi dentro. Mi ero chiusa nel lavoro dopo una delusione d’amore, ma forse non era troppo tardi per trovare un compagno e realizzare il sogno di sempre

Storia vera di Elena F. Raccolta da Mariella Loi

 

A 27 anni volevo tre cose dalla vita: un uomo da amare, un bimbo nella culla e una torta di mele nel forno. A distanza di due decadi potevo affermare senza timore di smentita che le cose erano andate diversamente. Non avevo accanto un compagno né un figlio alle prese con i primi esami all’università. La torta di mele poi non avevo mai imparato a farla. Conciliare le diverse aspettative che nutrivo nei confronti della vita era stato a lungo il mio campo di battaglia e se è vero che nel tempo avevo raggiunto tanti obiettivi, è altrettanto indubbio che questo aveva comportato anche delle perdite.

Il primo bilancio importante lo avevo fatto al compimento dei 45 anni. A ripensarci oggi del risultato non ero né contenta né scontenta. Ero consapevole di aver avuto molto, ma anche di avere delle mancanze che difficilmente il benessere economico che avevo raggiunto poteva colmare.

Erano argomenti di cui non parlavo con nessuno. Le donne che si piangono addosso non piacciono, gli uomini le trovano lagnose e le altre donne spesso le compatiscono. Così mi tenevo per me le mie malinconie che per fortuna non erano frequenti.

Poi a distogliermi da abitudini e ritmi ormai consolidati era arrivato qualche problema di salute.

Niente di serio, però il mal di testa di cui prima non avevo mai sofferto faceva capolino sempre più spesso, obbligandomi a fare un uso frequente di antidolorifici di cui avrei volentieri fatto a meno.

Era stata una mia amica a consigliarmi di rivolgermi al suo agopuntore. Diceva che era molto bravo, non molto simpatico, ma con gli aghi ci sapeva fare.

Non ne avevo molta voglia, ma dopo un fine settimana con l’emicrania mi ero decisa a contattarlo. L’esordio non fu dei migliori: arrivò all’appuntamento con mezz’ora di ritardo e non chiese neanche scusa. Non fosse stato per le referenze che avevo avuto sul suo conto, me ne sarei andata dopo avergli detto il fatto suo, invece sia pur visibilmente infastidita restai lì.

Andai via dal suo studio che ero furibonda. Anna non mi aveva avvertito che la seduta sarebbe stata preceduta da un lungo colloquio nel quale avrei dovuto presentarmi parlando di me e della mia vita.

Mi sembrava una forzatura, ma ormai ero in ballo e non mi ero sottratta all’interrogatorio. Le domande erano antipatiche e il mio interlocutore irritante, tanto che a un certo punto sbottai malamente. Mi resi conto soltanto dopo che le sue erano provocazioni volte a far affiorare parti del mio carattere che io non intendevo rivelare. Mi congedò con una diagnosi terrificante e senza nessun trattamento.

«Lei ha una grande rabbia dentro e a provocargliela sono le parti di sé che ha messo a tacere. Sono queste che le provocano il mal di testa per ricordarle che esistono e vogliono venire alla luce. Ora vada a casa e decida cosa vuole fare. Ritorni da me solo se è disposta a mettersi in discussione. Senza questo presupposto, non c’è agopuntura che possa aiutarla a superare il suo problema».

Me ne andai dal suo studio sbattendo la porta e passai i due giorni successivi a letto con un dolore atroce. Sentivo un odio infinito per quell’uomo, ma quello che non volevo dire a me stessa era che la ragione per la quale ce l’avevo con lui era che mi aveva messa a nudo.

Il mal di testa andò avanti a lungo senza che io cedessi alla tentazione di ritornare sui miei passi, però quelle parole mi avevano insinuato un tarlo che lentamente aveva cominciato a erodere le mie certezze.

Qualche tempo dopo feci un check-up ginecologico: le mie amiche cominciavano ad avere le prime avvisaglie della menopausa e io, per non farmi cogliere alla sprovvista, avevo pensato bene di correre ai ripari.

La ginecologa dopo aver guardato i miei esami mi disse: «Signora, lo sa che volendo potrebbe ancora avere un figlio? Lei ha il quadro ormonale di una donna di dieci anni in meno della sua età anagrafica. Se è quello che vuole, si metta subito all’opera».

 

Uscii dal suo studio completamente stordita da quella rivelazione.

Un figlio alla mia età… Ma quando mai, i figli si fanno da giovani. E poi con chi? Ma davvero sarebbe stato possibile averlo ancora?

Milioni di domande si affacciavano alla mia mente e le risposte che di volta in volta mi davo erano quanto mai contraddittorie. A tratti mi dicevo che doveva esserci un errore, salvo poi subito dopo complimentarmi con me stessa per aver sempre curato la mia forma fisica con una sana alimentazione e tanto sport. Se questo era il risultato, era certamente valsa la pena fare qualche sacrificio.

In passato, soprattutto quando ero giovane, mi sarebbe piaciuto molto diventare madre. Avevo sognato il sorriso di un bambino e i suoi tratti che, di volta in volta, richiamavano i lineamenti della persona di cui ero innamorata. Quando stavo con Roberto pensavo che sarebbe stato bello avere un figlio che gli somigliasse. Poi invece le cose erano andate diversamente. Mi piacerebbe dire che tra noi era finita perché era nella logica delle cose. La verità invece è che lui mi ha lasciata per un’altra che aveva il solo merito di essere molto ricca. Credo sia stato per questo che, quando se ne è andato, mi sono buttata anima e corpo nel lavoro. Volevo fare carriera, diventare qualcuno. Volevo che lui un giorno, sentendo parlare di me, si mangiasse le mani per aver puntato sul cavallo sbagliato. Che grande sciocchezza!

Per carità, la carriera l’ho fatta anche se non sono diventata famosa, ma si cresce e si scopre che non è tutto oro quello che luccica. Roberto è tornato a cercarmi molti anni dopo. Non gli ho neppure aperto la porta di casa. Per fortuna ho sempre avuto chiaro che chi se ne è andato una volta, non merita una seconda possibilità. Con qualche anno in più e un po’ di esperienza addosso, ho avuto altri incontri e un paio di volte mi sono scoperta a desiderare un figlio.

Sulla carta Simone poteva sembrare l’uomo adatto con cui mettere su famiglia. C’era un bel feeling tra noi, mi piaceva sentirmi apprezzata da un uomo tanto capace. Poi però avevo scoperto cose non troppo edificanti su di lui. Una fra tutte: probabilmente era già padre di una bambina che non aveva voluto riconoscere, sottraendosi anche alla prova del dna. Era stata una doccia fredda, sufficiente a raggelare ogni mio entusiasmo nei suoi confronti; quando la sua azienda lo aveva trasferito all’estero per qualche mese, ne avevo approfittato per prendere le distanze. Le relazioni successive non erano state degne di nota, e ad arrivare a 40 anni si fa in fretta. Quando si è molto giovani si crede che il tempo scorra lento, niente di più falso invece.

Dopo un paio di settimane dal check-up ginecologico, le fantasie sul figlio erano state accantonate, però è indubbio che il colloquio con la ginecologa aveva sortito su di me un effetto benefico che si vedeva a colpo d’occhio.

Alla prima seduta dal parrucchiere avevo cambiato il taglio e il colore dei capelli optando per una mise decisamente più sbarazzina. Poi era stata la volta del guardaroba: avevo fatto un pacco da portare alla Caritas con gli abiti che occupavano il mio armadio negli ultimi anni e nei nuovi acquisti avevo scelto vestiti e accessori dalle linee più giovanili e con colori vivaci.

All’epoca non mi era così chiaro il processo di trasformazione che stavo vivendo, ma aver scoperto che ero ancora fertile in un’età nella quale la maggior parte delle donne si avvia alla menopausa mi faceva sentire nuovamente giovane e desiderabile. Dopo tanto tempo passato da sola avevo di nuovo voglia di avere un compagno. Mettermi in gioco non solo non mi faceva paura ma mi sembrava la cosa più naturale del mondo.

 

Per ampliare il mio giro di amicizie mi iscrissi a un’associazione di quelle che organizzano uscite, viaggi, gite in montagna. Una scelta che mi consentì in breve tempo di allargare il giro delle mie conoscenze.

Ebbi un paio di storie, cose a pensarci adesso di nessuna importanza, ma che mi diedero una bella spinta emotiva, consentendomi di guardarmi da un’angolazione diversa.

Marco lo conobbi dopo qualche mese dalla fine della seconda storia. La prima volta che lo vidi pensai che era decisamente un bell’uomo: alto, moro, con un po’ di barba, il tipo che mi è sempre piaciuto insomma. Anche se poi nessuno dei miei fidanzati precedenti aveva anche solo una di queste caratteristiche.

Ebbi modo di chiacchierare con lui al nostro terzo incontro. Parlammo di viaggi, libri, cinema e tornai a casa con la sensazione che avessimo molto in comune. Sul piano personale non si sbottonò, si limitò a dire che, anche se era separato da anni, aveva divorziato da poco. Aggiunse che la mancanza di un figlio, che lui avrebbe voluto e sua moglie no, aveva reso tutto molto più semplice. Lo disse così, en passant, come se nulla fosse, ma a me quella frase sulla mancata paternità provocò una leggera scossa interiore.

La relazione tra noi cominciò subito dopo.

Nei primi tempi si trattò soprattutto di incontri mossi fondamentalmente dal desiderio fisico, ma le affinità che emersero molto presto contribuirono a far diventare il nostro un rapporto ben più profondo.

Non mi sentivo del tutto innamorata di Marco, piuttosto mi piaceva la sua compagnia, ne apprezzavo la solidità caratteriale. Nulla a che vedere con le farfalle nello stomaco che avevano caratterizzato le mie passioni giovanili, ma con lui mi sentivo al sicuro come mai era successo prima.

Da quando avevo cominciato a frequentare Marco, non avevo mai fatto uso di contraccettivi. Dapprima prestavamo attenzione, poi via via ci lasciammo andare. Di avere un figlio non avevamo mai parlato, per evidenti limiti di età mi verrebbe da dire. Però da quando la nostra relazione era diventata più solida, mi tornava in mente ogni tanto quello che mi aveva detto la ginecologa due anni prima.

Dopo le vacanze estive a Ischia, non avevo più avuto il ciclo e non sapevo cosa pensare. Scrutavo con attenzione il mio corpo davanti allo specchio alla ricerca di qualche cambiamento, ma non mi sembrava di vederne nessuno.  Mi accarezzavo la pancia e aspettavo.

Non ci pensavo proprio a fare un test di gravidanza o a fami vedere dalla ginecologa. Non so se fosse desiderio o timore, ma preferivo aspettare, avrei comunque scoperto presto come stavano le cose.

Finché una sera, dopo aver fatto l’amore, Marco mi disse: «Guarda che bel pancino che hai messo su ultimamente».

In quel preciso istante ebbi la certezza di essere incinta.

Due giorni dopo, finalmente andai dalla ginecologa e la visita confermò il mio stato di gravidanza. Ero alla decima settimana di gestazione e tutto andava per il meglio.

Non dimenticherò mai lo sguardo di Marco quando glielo dissi: nei suoi occhi passarono incredulità, stupore e tante lacrime. Una commozione smisurata che non lasciava spazio ad altro.

Solo allora mi disse quale era stata la ragione che aveva fatto andare in crisi il suo matrimonio: quando era rimasta incinta, sua moglie aveva deciso di abortire e lui, che non era d’accordo, non gliel’aveva mai perdonato. Gli sembrava quasi un miracolo la notizia di quella paternità, ancora di più visto che eravamo entrambi prossimi ai 50 anni.

Credo che l’attesa di un figlio nella vita di una coppia comporti sempre una piccola rivoluzione. Nel caso mio e di Marco le rivoluzioni sarebbero state anche più di una perché la novità avrebbe influito su schemi di vita già ben rodati.

Fino ad allora io e lui non avevamo vissuto insieme, quindi il primo intervento da definire fu la ricerca di una nuova casa sufficientemente grande per starci entrambi con il bambino. Poi fu la volta delle presentazioni in famiglia: mi vien quasi da ridere a dirlo, ma ammetto di aver provato un filino di disagio nel ruolo della fidanzata quarantanovenne incinta che va a conoscere la futura suocera.

 

 

 

Ma i più grossi cambiamenti, quelli a cui non sei preparata perché non esistono corsi che te lo insegnino, sono quelli che nascono dentro di te.

Il primo fra tutti è la consapevolezza che, a partire da quel momento, non sarai più sola. Per nove mesi ci sarà qualcuno sempre con te: non importa che tu sia felice, o triste, che mangi, o dormi, che guardi un film, o cammini per strada.

“Tranquillo piccolino, la mamma forse è un po’ vecchiotta, ma è anche ricca di esperienza. Tu pensa a nascere che poi a te ci penso io” ricordo di aver pensato questo il giorno della prima ecografia; ha assistito anche Marco che, dopo la visita, mise da parte i fotogrammi dell’esame. «Sono le sue prime foto» disse. «Queste le mettiamo nell’album».

Mi vien quasi da ridere a pensarci, ma due giorni dopo smise di fumare e dopo anni che non praticava sport, si iscrisse in palestra.

«Abbiamo un figlio a cui pensare» mi disse nel darmi la notizia.

Ecco, credo siano queste le dichiarazioni d’amore più belle che un uomo possa fare a una donna.

Non rose, cioccolatini, o monili che passano presto di moda. Piuttosto una somma di piccoli gesti, di modifiche delle proprie abitudini che fa capire quanto valore diano all’impegno preso: la presenza costante, il calore di un abbraccio, il ritrovarsi la sera vicini a sfogliare insieme il libro dei nomi. Sapere che i sogni dell’uno sono anche quelli dell’altra.

Non so come sarebbe stato avere un figlio a 27 anni quando ero giovane e ancora sognavo una vita perfetta. Non credo che sarebbe stato più bello e neppure più giusto. Sarebbe stato solo diverso, immagino.

Ho dovuto fare prima un lungo percorso dentro me stessa per arrivare oggi a stringere mio figlio tra le braccia. È stato necessario cancellare il ricordo degli amori finiti, fantasmi che avevano continuato a vivermi dentro condizionando il presente.

Senza quel passaggio obbligato, anche doloroso, non sarebbe mai nato il mio rapporto con Marco né quella che oggi posso chiamare famiglia.

C’è voluto coraggio e incoscienza per affidarmi al caso e alla vita; in fondo, se mi ha dato retta è perché è madre anche lei e il mio sogno più grande me l’ha fatto raggiungere quando finalmente ero pronta a dargli lo spazio che meritava.

 

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