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Il mondo sulle spalle

Cuore

La storia più apprezzata della settimana è “Il mondo sulle spalle” di Raffaella Abategiovanni, pubblicata sul n. 49 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

 

Le vie della felicità sono infinite e, talvolta, si aprono a sorpresa. Com’è successo a me da bambina. Ero soffocata dalla famiglia in tutte le mie emozioni. Finché un “mago” non mi ha detto le parole giuste

Storia vera di Viviana S. raccolta da Raffaella Abategiovanni

 

La mia cameretta era arredata così come mia  madre l’aveva sognata da tempo. I mobili erano antichi, quasi austeri, le tendine erano di pizzo rosa e una lampada color ambra cercata con cura. Il letto era in ferro battuto con un grosso medaglione sulla testata. Solo il toccarlo mi dava l’idea di rovinare un oggetto prezioso.

L’insieme però era armonioso, ogni oggetto in sintonia con l’altro, ogni cosa complementare a un’altra. Un armadio basso con solo due ante, una colonnetta e un cassettone con il marmo alto e spesso color vinaccia. Al momento dell’acquisto i miei genitori non erano andati in giro per mobilifici come si fa di solito, non si erano persi tra divertenti percorsi obbligati, non avevano scelto tra armadi, seggiole e scrivanie dai colori vivaci. Non si erano forniti di centimetri e non avevano preso misure. Si erano rivolti a un rigattiere e avevano rimediato quello che era strettamente necessario per vestire quello spazio a me destinato. Solo la lampada era frutto di una lunga e accurata ricerca. Mia madre aveva  impiegato mesi e appena la vide la portò a casa senza un attimo di esitazione. In effetti il color ambra di quel vetro così spesso creava una luce diffusa e discreta e dava all’insieme un’atmosfera di accoglienza calda e vissuta. Persino la coperta di lana con le frange dello stesso colore delle tendine al posto di una coloratissima  trapunta.

«Troppo ordinaria» aveva sentenziato mia madre. Io d’altra parte non avevo fatto una piega, ero convinta che quella fosse la normalità, non conoscevo altre dimensioni. Ma in quella casa erano tutti troppo impegnati, troppo seri e troppo occupati a fare qualsiasi cosa fuorché guardare me.  C’erano anche tre bambole vestite di organza nella cameretta, ma erano messe lì come ninnoli in bella vista. Ci giocavo ogni tanto, senza trasporto né entusiasmo. L’unico oggetto che mi incantava era un mappamondo luminoso che zia Luisella, la sorella di mia  madre, mi aveva regalato per Natale.

«Questo è il mondo» mi aveva detto.

«Oh!» avevo esclamato.

A dire il vero, posto sul cassettone sembrava una nota stonata, ma io lo guardavo incantata. Quello che più attirava la mia  attenzione erano le sfumature dell’azzurro del mare. Bellissimo!

Il mappamondo poggiava su una ghiera girevole e  con le mie manine mi divertivo a farlo girare più volte, ma sempre con delicatezza per paura di rompere un oggetto a me tanto caro. Compiendo quel gesto avevo quasi l’impressione di uscire finalmente dal torpore che aleggiava nell’ambiente. Speravo che il leggero rumore che produceva il mappamondo ruotando richiamasse qualcuno e che qualcuno finalmente si occupasse di me per poco, solo per poco.

Tutti impegnati a fare qualcos’altro, presi dal mettere le cose a posto, preoccupati per l’apparire piuttosto che per l’essere. Tutti ansiosi di portare chissà che a termine, occupati a preparare cene sontuose e pranzi elaborati, a ospitare persone importanti.

La cameretta si affacciava su un corridoio lungo,  dove vedevo passare figure fuggenti e distratte.  All’arrivo di zia Luisella le saltavo addosso e le esternavo tutta la mia gioia. La zia, da parte sua, non si tirava mai indietro e a volte addirittura facevamo il girotondo tra quelle antichità.

Non ci volevamo solo bene, ci  infondevamo allegria e questo valeva più di mille altre cose.

Un giorno Luisella arrivò prima del solito e io  presa dall’euforia la raggiunsi nel corridoio e la trascinai in camera con una foga così coinvolgente che lei non mi poté resistere.

Mio padre infastidito, come al solito, dal frastuono che aveva portato l’arrivo della cognata, mi rimproverò  e se ne uscì con una frase poco felice.: «Viviana! mi urlò  «ma lo sai che fuori c’è un mondo che soffre e tu fai tutto questo baccano?».

In realtà non capii il senso della frase. Avevo solo otto anni, ma mi rimasero nella mente le parole “il mondo che soffre”.

Ammutolii come se qualcuno mi avesse serrato la bocca e avesse  impedito alla mia voce di uscire.

Non ero solo rimasta male, era qualcosa di più.

 

Da quel giorno un’idea malsana si impadronì della mia testolina: devo salvare il mondo!

Devo salvare il mondo, il mondo di zia Luisella.

Devo portarlo con me così starà al sicuro!

Ne ero davvero convinta e le carezze di Luisella non erano bastate a cancellare l’angoscia che mi portavo dentro. Fatto sta che da quel giorno diventai sempre più triste, ma nessuno riusciva a capire che cosa avessi. Ero convinta che portando il mappamondo nello zaino il mondo fosse al sicuro.

Naturalmente nessuno se ne accorse, considerato che ero l’unica ad amare quell’oggetto, anche perché avevo cura di nasconderlo bene sotto il sussidiario e quant’altro potesse entrare in quell’enorme zaino.

Certo che se fosse sparita una sola di quelle bambole vestite di organza mia madre avrebbe scatenato chissà che…

Dopo un po’ di tempo cominciai a lamentarmi di aver male alla schiena, esattamente all’altezza delle spalle.

Mia madre mi  portò in giro per medici, ortopedici e fisiatri ma niente, non avevo niente.

Da una parte, ero sollevata alla notizia che non c’era nulla da curare, dall’altra non si veniva a capo di quella situazione. Continuavo a dire che non stavo bene e che ero stanca. Così, un caro amico di famiglia suggerì un pranoterapeuta del luogo che faceva miracoli. Figurarsi! I miei genitori non avrebbero mai accettato un’idea del genere.

Ma dopo giorni di continui ripensamenti alla fine ci recammo nel suo studio. Lui mi guardò e ancora prima di intervenire con le mani continuò a fissarmi per brevi attimi. Non mi sentivo scrutata: per me quello era un medico come un altro.

Lo vedevo per la prima volta, lui non sapeva niente di me, ero una bambina e affrontavo tutto con candore e con genuina curiosità.

Non capivo la sostanziale differenza che passa tra  un medico e un pranoterapeuta, ma che importava? Non vedevo l’ora che mi  passasse il mal di schiena.

Lui si avvicinò e mi  toccò il collo e la parte cervicale della colonna che arriva fino alle spalle. C’era una fortissima tensione, insolita per una bambina di quell’età. Sentii un sollievo immediato.

Era come se per magia, il dolore si allontanasse e una nuova energia prendesse corpo in me.

Naturalmente non battei ciglio, sapevo bene che mia mamma non avrebbe approvato nessun tipo di commento positivo. Il mio viso non mutava con le espressioni, avevo imparato a controllarlo, ma percepivo il mio cuore battere più forte e un’euforia interna si faceva largo nel mio corpo esile.

C’era una sottile aria di sfida in quella stanza tra il medico e mia madre.

Lui la guardò di nuovo e si fermò come quando bisogna dire qualcosa di importante.

«Viviana» mi disse, con una voce dolcissima quasi paterna, «tu non sei obbligata a portarti il mondo addosso. Tu devi vivere la tua vita da bambina».

«Oh» esclamai. Finalmente qualcuno che leggeva nei miei  occhi e nella mia anima. Anima candida, pura di bambina, ma pur sempre anima.

 

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