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Il nostro angelo

Cuore

“Il nostro Angelo”, pubblicata sul n. 25 di Confidenze, è una delle storie più apprezzate dalle lettici sulla nostra pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Non sapremo mai il suo nome, ma sono sicura che lui mi sente, perché non è al di là delle stelle, ma qui con noi. Per la medicina è un donatore, per noi è stato semplicemente la salvezza

Storia vera di Flora Millini, raccolta da Antonella Tomaselli

 

Giovedì 26 gennaio 2017. Me lo ricordo bene quel giorno. Erano le 15 e 15 minuti quando uscivo da scuola, a Castel Fiorentino. Io e i miei colleghi avevamo appena concluso una riunione. Avevo fame perché avevo giusto sbocconcellato in fretta e furia un tramezzino alla fine delle lezioni, ma non c’era tempo: dovevo correre a prendere Nicole, la mia bambina, alla scuola dell’infanzia. Erano le 15 e 15 minuti quando era squillato il telefono. Ero rimasta un secondo a guardare la scritta che compariva sul display: Segreteria Centro Trapianti di Pisa. Pensai che avessero bisogno di qualche altro documento e risposi tranquilla. Ma la mia calma svanì come neve in acqua bollente. Il cuore accelerato, gli occhi spalancati, i sensi allertati, ascoltavo.

«Signora, c’è un possibile donatore per suo marito».

Non ero riuscita a spiccicare nemmeno una parola e già la voce dall’altra parte del telefono proseguiva: «Non partite subito. Dobbiamo occuparci di diversi aspetti burocratici e accertarci che tutto sia ok. Ma tenetevi pronti: alla prossima chiamata dovrete venire immediatamente».

Io e Roberto, il mio compagno, aspettavamo da tanto questa notizia, eppure ero attonita, anzi, di più.

Tutto era cominciato poco più di due anni prima, quando avevamo scoperto che lui aveva l’epatite C.

Come se l’era presa? Mah! Ci perdemmo in mille ipotesi, senza arrivare a nessuna certezza. Con cure intense il virus fu sconfitto, ma il fegato era comunque danneggiato. La situazione era molto seria. Ero terrorizzata per il mio compagno, per me e soprattutto per Nicole. Lei era così piccola: aveva bisogno di crescere con il suo papà accanto.

I medici parlavano di trapianto del fegato, ma tutto rimaneva immobile. Intanto Roberto, a causa delle difese immunitarie molto basse, contraeva, per ben tre volte di seguito, la polmonite. A quel punto lui era idoneo per un trapianto solo al 50 %, perché le conseguenze delle polmoniti rendevano l’intervento molto più rischioso. Inoltre, come se non bastasse, fisicamente peggiorava a vista d’occhio. Gli esami confermarono il tracollo e la decisione dei medici fu unanime: bisognava intervenire. Ricordo che uno di loro disse: «O adesso o mai più». Il trapianto era l’unica possibilità di salvezza. Roberto entrò così nel circuito delle massime urgenze. Ci sarebbe arrivata una lettera di conferma ufficiale e da quel momento avremmo dovuto tenerci pronti.

E ritorniamo a quel giovedì di gennaio 2017, alle ore 15 e 15. Fu quello l’attimo in cui un angelo planò su di noi.

Non avevamo ancora ricevuto nessuna lettera di conferma, eppure ci avevano telefonato. E dovevamo stare in allerta per la prossima chiamata. Il cuore mi batteva a mille. Passai a prendere Nicole, preparai al volo la cena per Grace e Sullyvan, i nostri due cani, improvvisai la valigia per Roberto, avvisai a scuola che il giorno dopo non ci sarei stata, chiamai la mia amica Silvia perché si occupasse della nostra bambina. Non potevo spiegare a Nicole, troppo piccina. Le dissi: «Papà deve andare in ospedale per degli esami». «Mamma, perché piangi?» mi chiese lei. «Un po’ di polvere negli occhi, niente di grave» le risposi stringendola forte fra le mie braccia. La seconda chiamata non si fece attendere: «Partite. Non abbiamo la certezza che suo marito entrerà in sala operatoria, dobbiamo fare ulteriori verifiche, ma venite subito». Ci precipitammo alla macchina, io e Roberto. Caricai la valigia, misi in moto e partii a razzo. Ma poco dopo rallentai. Volevo correre, ma anche non volevo. Era successo tutto così in fretta. C’era finalmente una via di scampo, ma sapevo bene che il mio compagno poteva non uscire vivo da quella sala operatoria. Eppure non c’erano altre strade. Senza l’intervento lui non sarebbe sopravvissuto. Ma forse sarebbe stato ancora un po’ qui, con me, no? E con Nicole. Era tutto così difficile. Paura e gioia, sollievo e terrore, allo stesso tempo. E mentre lo stress mi toglieva il respiro arrivammo all’ospedale di Pisa. Subito si occuparono di lui.

 

A me chiesero di aspettare in una saletta. Le ore passavano lente. Qualcuno spense le luci. Pensai che forse avrei dovuto riposare, per recuperare un po’ di forze. Sistemai la valigia di Roberto su un divanetto, ci appoggiai la testa e mi rannicchiai su me stessa cercando di dormire. Ci provai con tutta la mia buona volontà per 10 lunghissimi minuti. Poi desistetti: era impossibile. Mi rimisi seduta e cominciai a piangere.

Erano passate da poco le due quando arrivò l’infermiera che ci aveva accolto nel reparto. Mi disse di non piangere, che tutto era pronto e che l’intervento avrebbe avuto luogo. «Venga, così potrà accompagnare suo marito».

Mentre mi asciugavo le lacrime andai con lei. Con un filo di voce le dissi: «Non è mio marito, sa? È il mio compagno».

«Be’, è lo stesso, no?» replicò lei con un sorriso. E sorridevo un poco anch’io quando incontrai lo sguardo di Roberto. «Andiamo» disse di nuovo l’infermiera. Mi aspettavo che lui fosse messo su una carrozzina, invece l’infermiera ci fece cenno di seguirla. Camminammo dietro di lei, mano nella mano. Qualche corridoio e qualche scalinata dopo, indicando una porta, lei ci disse: «Lì c’è la sala operatoria. Volete darvi un bacio?».

Io e Roberto ci baciammo. Un bacio struggente e indimenticabile. Come fosse l’ultimo. Ne aveva il sapore. Dolcissimo fino a far male. E disperato.

L’infermiera mi disse di tornare nella saletta dove prima ero rimasta in attesa. Sbagliai direzione, riuscii a ritrovare il posto solo dopo vari tentativi. Ero troppo sconvolta.

Passarono minuti lunghi come ore e ore lunghe una vita. In quel tempo smisurato si alternavano nella mia mente sempre gli stessi pensieri di paura e speranza. Ma tra quelli spesso ne guizzava uno che mi sconvolgeva il cuore: se per me e per Roberto e per la nostra piccola Nicole c’era forse ancora una prospettiva di felicità era grazie a quel fegato che per noi era salvezza. Ma quel fegato era appartenuto a una persona che era appena morta. Un uomo? Una donna? Un ragazzo? Certamente un padre, o una madre, o dei figli stavano piangendo. Ma un trapianto è così: la morte che offre la vita. E per qualcuno ecco che c’è un’altra chance.

Arrivò l’alba. Io ero sempre lì, in attesa. Le otto, le nove, le dieci. Alle 11 e 30 finalmente fui raggiunta dal chirurgo. «L’intervento è andato abbastanza bene, il fegato si è già riattivato. Ma suo marito non è fuori pericolo» mi disse.

Quando ebbi la certezza che Roberto era salvo? Parecchio tempo dopo.

Ero al lavoro ed era squillato il mio telefono. Avevo avuto il permesso speciale di tenerlo acceso anche durante le lezioni: tutti nella mia scuola erano stati molto comprensivi. Sul display c’era un numero che non conoscevo, ma risposi. Mi si illuminarono gli occhi: era Roberto! Si era fatto prestare il cellulare da qualcuno. «Flora, quando vieni qui in ospedale, per favore, portami i miei occhiali» mi disse. Parole semplici che mi travolsero di gioia. Il mio Roberto era risorto.

È passato ben più di un anno ormai. Oggi splende un bel sole caldo. Mi siedo un poco all’ombra, con il mio caro e vecchio Sullyvan tra le braccia. La piccola Nicole gioca in giardino con il suo papà. Insieme a loro Grace, che corre, salta e abbaia. Io accarezzo tutti con lo sguardo. Mi inebrio della vocina festosa di mia figlia e del suo riso di bambina che si intreccia con l’allegria di Roberto. E mi avvolge una grande e piena felicità.

Tutto questo è possibile grazie al nostro angelo. La legge tutela la privacy di donatore e ricevente e noi non sapremo mai chi ringraziare di preciso.

Non lo so di chi era quel fegato che ora c’è nel corpo di Roberto. Ma sono grata, ogni istante, a quel donatore sconosciuto e sono sicura che lui mi sente, perché lui non è al di là delle stelle della notte, lui è qui con noi. Ci ha regalato tempo di vita, un sogno diventato realtà. Nicole ancora non sa tutto, ma sa del nostro angelo e ogni giorno, insieme a me, lo ringrazia.

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