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Il veicolo che porta al cuore

Cuore

“Il veicolo che porta al cuore” di Gabriella Laviano, selezionata da ConfyLab e pubblicata sul n. 47 di Confidenze, è la storia più votata della settimana sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog 

 

Può una macchina unire per sempre due destini? Anni fa sono stata protagonista di un gesto insolito di umana solidarietà che mi è costato la derisione di tante persone. Invece, aiutare quel ragazzo mi ha fornito uno spunto per riflettere sulla mia vita e spingermi a cambiarla. Ma non solo

Storia vera di Gabriella Laviano

 

Quella mattina una pioggia incessante sembrava voler cancellare ogni segno di un mondo sbagliato. Avvertivo purtroppo la terribile sensazione di esserne parte e avrei voluto che la pioggia mi portasse via con sé. Mi ero trasferita in questa città per lavorare con un piccolo gruppo di neolaureati a un importante obiettivo presso una grande impresa. Ognuno di noi avrebbe dovuto sviluppare il proprio progetto ma solo uno ne sarebbe stato approvato, con svolte decisive per chi l’aveva proposto. Era un sistema che favoriva l’antagonismo tra gli stagisti mascherato da un finto spirito di squadra.

Questo mi era poco congeniale e mi faceva convivere con un malessere perenne. Mi sentivo piccola e senza appigli in uno spazio non definito.

Quella mattina mi alzai un’ora prima.

La giornata cominciava con i peggiori auspici. Un cielo plumbeo andava a braccetto con il mio disagio.

“Dove avrò messo la macchina?” mi domandai mentre un vento freddo mi ostacolava l’apertura dell’ombrello. La intercettai sulla mia sinistra e schivando una pozzanghera mi ci avvicinai. Mentre la pioggia incalzava, aprii la portiera e indietreggiai impietrita. Due occhi impauriti mi fissavano.

«Cosa ci fai nella mia auto?» esclamai agitata.

«Scusa signora, non chiamare polizia, ti prego».

Un ragazzino balzò fuori con un salto raccattando in un baleno tutte le sue cose. Era molto giovane, mi guardava supplichevole mentre indietreggiava spaventato bagnandosi come una spugna.

Non reagii e, pur essendo sopraffatta dalla sorpresa, iniziai a muovermi in maniera meccanica. Chiusi l’ombrello disponendolo sotto il sedile di destra, chiusi la portiera, riassestai il sedile di guida, misi la cintura e iniziai le manovre per uscire dal parcheggio.

 

Il ragazzo invece rimase immobile sotto la pioggia a guardarmi. Cercai di non incrociare il suo sguardo per non smuovere le corde più profonde della mia anima. Chissà da quanto dormiva nella mia auto e per quanto avrebbe continuato se oggi non fossi uscita un’ora prima?

Tutto il giorno quegli occhi spaventati mi restarono in mente mentre mi confrontavo con le espressioni glaciali di un branco di iene affamate di denaro e di successo che vivevano ignare di ciò che stava accadendo fuori. Rivedevo continuamente quell’immagine come il fotogramma di un film. Il ragazzo fermo sotto la pioggia che mi guardava incurante di bagnarsi, aveva in mano un sacchetto di carta, probabilmente con del cibo, oramai zuppo come lui e una bottiglietta vuota che gradatamente si stava riempendo di pioggia. La solitudine che caratterizzava le mie giornate rendeva quell’immagine ancora più violenta come un pugno nell’anima.

Spinta da un inappagato desiderio di comunicazione, raccontai l’accaduto ai miei colleghi. Cosa mi aspettavo che dicessero se non vomitare a raffica i soliti commenti da osteria?

«Ormai è diventato pericoloso avere una vita regolare, se non ti dormono in auto ti entrano in casa». Esclamò il primo.

«Dovrai far disinfettare l’auto» disse il secondo «Sai quante malattie portano questi qui?».

E infine non poteva mancare la collega della scrivania accanto con la sua vocina stridula: «Non sai la mattina che puzza c’è nell’autobus, dovrebbero dividere i vagoni per gli italiani da quelli per gli stranieri, altrimenti saremo costretti a non usare più i mezzi pubblici».

Li guardai con biasimo, avrei voluto ringraziarli ironicamente per non aver incluso anche i “terroni” nel vagone puzzolente ma decisi che non era il caso di mettersi a discutere.

Avvertivo una sensazione di distanza che non avevo mai sperimentato prima.

Rientrai la sera senza pioggia, ma seriamente provata. Cercai parcheggio per mezz’ora senza successo. Finalmente adocchiai un posto libero. Partì la solita disputa con un altro automobilista che sosteneva di averlo visto prima di me e poi finalmente mi accaparrai il diritto a fare 300 manovre per entrare in quel buco. Non avevo neanche spento il motore che il parabrezza mi si riempì di schiuma. “Ci mancava solo il lavavetri” mi dissi seccata. Scesi dall’auto senza la forza di reagire e, con sorpresa me lo trovai di fronte: l’unico sguardo umano della mia giornata, con un maglioncino liso e umido, raffreddato e sorridente.

 

Mi fece un cenno goffo come per dire: “Per te servizio gratuito”. Per la prima volta in quella giornata improbabile mi venne da ridere di gusto, lo ringraziai divertita e mi avviai verso casa. Quasi subito però la mia parte istintiva prese il sopravvento su quella impostata, mi bloccai e tornai indietro.

Riaprii l’auto e lo guardai sorridendo e strizzando l’occhio: «L’ho lasciata aperta, così non la rompi… ».

«Grazie signora» rispose il ragazzo sorpreso.

Per la prima volta da quando ero lì mi sentii me stessa.

A partire da quel giorno d’autunno trovai sempre l’auto pulita e chiusa. Cominciai a fargli trovare un po’ di cose all’interno: una bottiglietta d’acqua, un cuscino, una coperta. Non lo vedevo mai, a volte avevo come l’impressione che fosse tutta un’illusione e che in realtà nella mia auto non dormisse proprio nessuno, ma poi trovavo un segnale che mi testimoniava la sua presenza: nuovi deodoranti per ambiente, un pupazzetto allo specchietto o un fiore stropicciato sul cruscotto. Osservavo il souvenir del giorno e sorridevo iniziando la mia giornata con un umore più gioioso.

Iniziò l’inverno e le temperature diventarono sempre più rigide. “Devo procurargli una giacca più calda” mi dissi un giorno. Ne parlai con i colleghi, sperando che qualcuno potesse aiutarmi. Loro però non indugiarono a prendermi in giro lanciandosi sguardi di intesa. “Sono scema a parlare con queste persone”. mi dissi. Al momento di uscire, il mio collega più idiota mi guardò con una risatina da ebete e poi mi disse: «Non so se ti hanno detto che sabato c’è la cena degli stagisti! Vuoi che ti veniamo a prendere così il tuo amico non va a letto tardi?». Risata generale.

Contai fino a dieci per non mandare tutti a quel paese.

Nei giorni successivi iniziò una nevicata senza precedenti. Osservando dalla finestra un paesaggio lunare, mi sentivo ancora più sola e non potevo non chiedermi come si potesse sentire il povero ragazzino infreddolito. Gli avevo preparato una busta con un vecchio giubbotto imbottito che non mettevo più, gli avevo comprato una sciarpa, un cappello con i paraorecchie, dei guanti da neve e dei calzini. Volevo lavorare senza tregua al mio progetto nella speranza di concludere il prima possibile questa brutta esperienza. Scesi di corsa. Questa volta finalmente lo rividi, stava ancora dormendo. Era tutto accartocciato nel suo pile con anche la testa coperta.

A malincuore, aprii l’auto svegliandolo. Il ragazzo sobbalzò per lo spavento facendo mostra di un naso rosso e screpolato e degli occhi lucidi e arrossati: «Purtroppo devo scappare prima! Ti ho portato delle cose da metterti».

Il ragazzo, ancora intontito, prese la busta che gli porgevo, ringraziandomi come sempre. Mentre aspettavo che lui scendesse dall’auto, presi qualche spicciolo dal portafogli: «Prenditi qualcosa di caldo» gli intimai autoritaria.

 

Mi sentivo a disagio, impacciata di fronte a lui. Avrei voluto essere più disinvolta, ma non riuscivo a staccarmi dal mio personaggio riservato. Mi sarebbe piaciuto essere capace di instaurare un dialogo, chiedergli chi era, da dove veniva, farmi raccontare la sua storia, i suoi progetti, i suoi sogni. Invece il mio approccio, per quanto umano, appariva quanto mai “tecnico”, non ero capace di andare al di là del “prendi qualcosa di caldo”, “copriti” ecc. Pochi passi mi separavano da questo ragazzo, eppure non riuscivo a trovare la chiave per trasformarmi da semplice conoscente a confidente, amica.

Ancora una volta feci lo sbaglio di raccontarlo a una collega e lei con voce canzonante e stridula: «Non potevi venire in metropolitana? Così lo lasciavi dormire».

Risero tutti di gusto. Ancora una volta, mi dissi che non dovevo raccontare tutto.

L’inverno continuò e i ritmi di lavoro divennero sempre più incalzanti. Al ragazzo ora avevo iniziato a lasciare anche qualcosa da mangiare. Continuavo a riflettere sulla vita che mi ero scelta. Una corsa al potere. Tutti pronti a pugnalarsi alle spalle lontani anni luce dal concetto di umanità.

Con la primavera arrivò l’agognato momento: il mio progetto fu approvato. Non potevo crederci, avevano scelto proprio il mio! I miei colleghi brindarono con me fingendosi felici. Dopo essermi fatta quest’altra scorpacciata di ipocrisia provavo solo una grande sensazione di vuoto. Tanti sforzi, e avrei dovuto essere al settimo cielo. Invece, continuavo a sentirmi spettatrice di un mondo che non mi apparteneva.

Arrivarono nuove e allettanti proposte di lavoro. Decisi di accettarne una in Spagna. Mi ero convinta che lì è tutto meno stressante e più umano.

«Il ragazzo lo porti con te?» mi chiese la solita collega sogghignando. Tutti risero e la Spagna mi sembrò ancora più invitante.

Prima di partire però decisi di incontrare Luisa, una vecchia amica che lavorava in una associazione umanitaria. Le raccontai la storia del ragazzo e le dissi che avrei voluto trovargli una sistemazione. Luisa mi illustrò una serie di possibilità e mi consegnò un suo biglietto da visita sul quale appose una sigla per memoria. Tornando a casa, con il solito piglio autoritario, gli consegnai il bigliettino dicendogli frettolosamente di andare da questa persona a nome mio. Lo sguardo del ragazzo apparve ancora più sorpreso del solito.

Nei giorni successivi non lo vidi ma ebbi un riscontro positivo da Luisa riguardo al contatto che le aveva fornito.

Ora che era tutto in ordine potevo lasciare l’Italia. Partii dopo aver caricato l’impossibile in auto. Era un giorno di sole finalmente e questo mi trasmetteva ottimismo. Sul tergicristallo trovai un fiore rovinato e un biglietto con un “grazie” indeciso e una firma incomprensibile.

 

L’esperienza all’estero fu comunque limitata a pochi anni. Il rientro in patria, questa volta per amore, fu rivoluzionario in quanto coincise con l’abbandono del mio arido impiego spagnolo e l’inizio di una nuova esperienza nel settore umanitario, così come avevo sempre desiderato.

Finalmente amavo il mio lavoro, mi sentivo appagata sentimentalmente e frequentavo un ambiente molto più stimolante rispetto al passato.

Pur essendo tornata nella stessa città avevo l’impressione di vivere in un posto completamente diverso. Nulla di quello che avevo oggi mi ricordava la mia vecchia vita se non qualche scorcio di strada. Mi ero resa conto che ogni metropoli è popolata da così tanta gente che è sempre necessario ritagliarsi la giusta cerchia di amici che condividano i propri valori. Anche la tanto decantata Spagna, se vissuta nella cerchia degli arrampicatori sociali, si presenta come una giungla.

Con Luisa ricordavo spesso ridendo le mie vicissitudini con il ragazzo che dormiva nella mia auto. Luisa mi raccontò di essersi occupata di lui per un breve periodo, ma poi il ragazzo si era messo a studiare e contemporaneamente aveva trovato un lavoro migliore rendendosi presto indipendente.

La notizia mi rallegrò, mi era spesso domandata che direzione avrebbe preso il suo destino. Gli ero molto grata perché, seppure inconsapevolmente, mi aveva fornito lo spunto per riflettere sulla mia vita e proprio a partire da quell’incontro il mio cammino aveva gradatamente preso la direzione giusta.

Ancora alcuni anni dopo si verificò un episodio che apparentemente non aveva nessuna coerenza con quanto mi era accaduto fino a quel momento.

Era sera. Avevo parcheggiato in una stradina isolata. Scesa dall’auto percepii una presenza alle mie spalle. Non feci in tempo a voltarmi che due ragazzi mi afferrarono per i capelli picchiandomi la testa sul cofano dell’auto. Mi percossero senza pietà fino a farmi perdere i sensi. Mi ripresi in ospedale. Avevo un forte mal di testa e vomitavo.

 

Un infermiere mi raddrizzò il naso con alcune manovre, mi ripulì il viso dal sangue e mi mise del ghiaccio sul naso. Dopo si mise a sedere accanto a me in attesa della Tac al cervello. La corsia era un andirivieni di medici, persone, barelle.

Un carabiniere mi fece qualche domanda sull’aggressione: «Erano due ragazzi stranieri, non ricordo i loro volti. No, non hanno abusato di me, mi hanno preso solo la borsa». E via con l’inventario, cellulare, soldi, bancomat e così via. Due anziane nelle lettighe adiacenti, nel goffo tentativo di mostrarsi solidali, non risparmiarono opinioni subdole sul “non se ne può più, ognuno a casa sua” e così via. Le trovai inopportune sia perché si erano intromesse in una conversazione che non le riguardava sia perché l’infermiere non sembrava italiano e mi spiaceva che fosse ingiustamente etichettato come cattivo solo perché straniero, come i miei aggressori. Lo guardai nel tentativo di comunicargli solidarietà. Lui mi sorrise apertamente ed ebbi l’opportunità di cogliere nel suo sguardo un’espressione familiare che mi infuse sicurezza.

Chiusi gli occhi quindi trascurando le chiacchiere delle due vecchie, perdendomi nei miei pensieri.

Dopo la Tac e la visita medica mi comunicarono che mi avrebbero trattenuta per tutta la notte. L’infermiere mi condusse in camera chiedendomi se c’era qualche familiare da avvertire. Gli risposi che mio marito era fuori città per lavoro e non avevo intenzione di spaventarlo. Avrei voluto solo recuperare l’auto per andarmene da sola. Se ne fece carico lui.

Fui dimessa dall’ospedale il mattino successivo e mi recai al parcheggio. Avevo trovato sul comodino le chiavi con il numero del parcheggio. “Che carino!” pensai osservando l’auto, “Ha tolto ogni traccia di sangue dal parabrezza”. Sotto il tergicristallo un biglietto mi fece trasalire: “Sembra che il mio destino sia quello di lavare i vetri della sua auto! Con affetto, il suo infermiere”.

Solo ora capivo perché avevo trovato così rassicurante e familiare il suo sguardo…

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