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Insieme all’aquilone

Cuore

“Insieme all’aquilone”, pubblicata sul n. 1 di Confidenze, è una delle storie vere preferite questa settimana sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

I miei cugini e io trascorrevamo estati indimenticabili costruendoli e facendoli volare in cielo. Poi è successo qualcosa che ci ha allontanati. Ne ho sofferto e ci ho messo anni per scoprire la verità

Storia vera di Marinella C. raccolta da Elena Macchi

 

Costruire aquiloni attaccando carta velina di tutti i colori allo scheletro fatto di leggere bacchette di legno flessibile era diventato il passatempo dei miei pomeriggi estivi. Ero più piccola dei miei tre cugini, mi era stato affidato il compito di costruire la coda dell’aquilone, quella che in qualche modo avrebbe dovuto tenerlo in equilibrio. Fiera della mansione affidatami, inanellavo infinite catene di carta multicolore che si sarebbero librate in cielo tese ai primi aliti di vento. Quell’estate ne feci tantissime di strisce e in cielo sembravano formarsi mille arcobaleni. Ma questo succedeva prima dell’arrivo di un temporale improvviso, proprio come avviene nei mesi estivi. Mi piombò addosso di sorpresa, disorientandomi. Un pomeriggio dissi a mio padre: «Sono pronta, andiamo?». Intanto saltellavo sui gradini dell’ingresso con il mio carico di veline sotto il braccio. Mi ero munita anche di colla e forbici e portavo con me l’entusiasmo tipico dell’infanzia. Continuavo a parlare e spiegavo a papà i compiti che mi aspettavano, allegra e anche un po’ orgogliosa del mio ruolo nella creazione degli aquiloni.

«Dobbiamo terminare quello di Giovanni. Anche se non se lo meriterebbe: mi fa sempre arrabbiare, mi prende in giro perché sono una femmina. Quasi quasi per dispetto appiccico tanti cuoricini rosa alla coda del suo aquilone». Mi accorsi che mio padre aveva un’espressione seria in viso: smisi di ridere e lo guardai fisso con un fare interrogativo, come a chiedere quale pensiero spiacevole gli attraversasse la mente. «Oggi non andremo dai tuoi cugini, ho cambiato programma. Dovrete rinunciare a vedervi per un po’ di tempo». Tentai inutilmente di avere spiegazioni, insistetti perché mi desse risposte precise. Ma tutto quello che ottenni furono frasi generiche. «Sono faccende da grandi, i bambini non possono capire». Espressioni vaghe e inutili, affermazioni buone solo per tamponare la curiosità naturale, e legittima, di una bambina che allora aveva poco più di sei anni. Per qualche giorno smisi di chiedere, mentre tra me e me rimuginavo che, se anche fossero state davvero “faccende da grandi”, i bambini avevano il diritto di sapere e di capire il perché. Passavano i giorni e non accadeva nulla, non c’erano risposte o spiegazioni. La mia attesa era delusa e intorno a me percepivo una tensione latente. Ero sicura che anche i miei cugini, in quei giorni, stessero vivendo i miei stessi dubbi: ero certa che anche loro stessero facendo agli zii le mie domande. Quell’estate in effetti trascorse senza più voli di aquiloni. Io portai a termine comunque la coda per quello di Giovanni e la nascosi nel cassetto di un mobile a me tanto caro, lo stesso che mi ha accompagnata negli anni fino a oggi, seguendo i miei traslochi. L’autunno non portò novità. Il tempo passava e aumentava la distanza, costruendo barriere tra me e i miei adorati cugini che ormai non vedevo da mesi. Venivano meno le mie certezze, sostituite da un senso di delusione. Volevo credere che quel periodo fosse solo un’infelice parentesi, ma non riuscivo a capire quando finalmente l‘avremmo chiusa. Mi rifugiavo nella convinzione che a Natale si sarebbe risolto tutto. Ero sicura che, durante le feste, tutti i tasselli di quel complicato puzzle avrebbero trovato il loro posto e sarebbe tornata quell’armonia che aveva sempre caratterizzato la nostra famiglia.

Nei giorni che precedevano le feste la cassetta della posta era sempre piena di corrispondenza. Curiosa come sempre, mi precipitavo a svuotarla e, a modo mio, la smistavo, dividendola in piccoli mucchietti secondo un mio personalissimo criterio. «Questa è una bolletta da pagare. Ecco un volantino pubblicitario. Una busta chiusa con la colla. Una cartolina, anzi no, due cartoline. Una è per me, c’è scritto il mio nome».

Conservo ancora quella cartolina, anche se i colori di un tempo si sono spenti e Babbo Natale, circondato da tre elfi, ha ormai acquisito la stessa tonalità dello sfondo. Entusiasta, mostrai quel tesoro ai miei genitori. «Guardate, è dei cugini, hanno firmato tutti. Giovanni, Piero e Gianluca ci invitano a Londra, nella loro nuova casa, per festeggiare insieme il Natale. È questo il motivo per cui non ci siamo più visti, vero? Perché loro sono andati ad abitare lontano».

Mi facevo la domanda e mi davo la risposta. E finalmente dopo tanto tempo mi sentivo di nuovo felice perché avevo trovato una spiegazione a quel distacco o almeno la mia personale spiegazione.

«Voi lo sapevate, perché non me l’avete detto? Non importa, a Natale ogni cosa sarà sistemata. Andremo a Londra e potremo stare di nuovo insieme, vero?».

Lo sguardo imbarazzato dei miei genitori fu chiaro come una risposta. Ma non mi arresi e, messi alle strette, mio padre e mia madre furono costretti a darmi una spiegazione: i cugini si erano trasferiti a Londra a causa di un impegno di lavoro improvviso dello zio.

Capii che ancora una volta ricevevo una risposta generica e me ne convinsi definitivamente perché né quel Natale, né gli altri che seguirono andammo mai a Londra. Però ebbi il loro indirizzo. Cominciai a scrivergli lettere e fu un sollievo venire a sapere che anche i miei cugini avrebbero voluto rivedermi. Ma eravamo ancora troppo piccoli perché bastasse la nostra volontà a farci riavvicinare fisicamente. Così, a poco a poco, mi feci una ragione di ciò che era successo e capii che quella parentesi non si sarebbe chiusa tanto presto. Io continuavo comunque a scrivere le mie letterine, ma da un giorno all’altro non ricevetti più risposte. Pensai che avessero cambiato indirizzo. Dentro di me, però, mi chiedevo se mio padre non volesse avere notizie di quel fratello lontano da così tanto tempo, e non solo fisicamente. Quale mistero si nascondeva dietro quella separazione lunghissima? Intanto passavano gli anni e io non ero più la bambina da consolare e persuadere con una spiegazione che sempre più mi sembrava costruita su un castello di carte. Erano così tante le mie domande, i dubbi, le incertezze che fu inevitabile farli esplodere tutti insieme.

Così papà e mamma, colpiti dalla mia reazione trattenuta per troppo tempo, furono costretti a dirmi la verità, senza nascondere niente.

«Non sapevamo come spiegartelo, ritenevamo che per te non fosse ancora il momento giusto per comprendere la complessità della situazione. Perdonaci». Seppi così che il rapporto tra mio padre e mio zio era sempre stato contrastato e si era interrotto già nei primi anni di vita. I due fratelli erano stati separati: mio padre era andato a vivere nella casa dei nonni materni e lì era rimasto fino ai 22 anni; mio zio era rimasto in famiglia perché figlio maggiore. Il motivo di questa scellerata decisione, anche in un’epoca priva di saperi pedagogici e psicologici, fu la salute spesso cagionevole della loro madre, comunque costretta a lavorare nell’attività artigianale di famiglia: un lavoro che richiedeva un impegno continuo nel quale non c’era spazio per un secondo figlio, mio padre.

La separazione tra i due fratelli provocò negli anni il venir meno di qualsiasi sentimento familiare. Nelle relazioni si insinuarono rabbia, invidia e rancore. L’ultimo definitivo colpo alla solidità dei rapporti venne quando mio padre scoprì l’esistenza di un’eredità a lui da sempre nascosta dopo la morte della madre. Quello fu il motivo per cui i rapporti cessarono definitivamente. La somma consistente di denaro consentì il trasferimento di mio zio e della sua famiglia in Inghilterra. Con loro emigrò anche la vecchia attività di famiglia che all‘estero trovò nuova linfa e crebbe diventando sempre più redditizia. I miei cugini e io, dunque, eravamo stati vittime senza colpe, spettatori di una situazione carica di vecchi errori mai sanati.

È passato ancora del tempo ed è arrivata la notizia della morte di mio zio. Io voglio esserci. Parto per Londra. Il sagrato della piccola chiesa è lastricato di pietre grigie tra le quali spunta qualche filo d’erba. All’interno le panche sono piene di gente, molte persone rimangono in piedi lungo le navate. Ho solo ricordi sbiaditi di mio zio, non ho avuto abbastanza tempo per conoscerlo.

Non riesco a piangere. Avanzo piano, il passo indeciso. Ho ragione di sentirmi un’estranea? Per la maggior parte di queste persone sono una perfetta sconosciuta. Mi avvicino quasi all’altare con un senso di incertezza. Fisso la bara sigillata poi mi guardo intorno cercando volti conosciuti. E vedo i miei tre cugini, adulti come lo sono io ormai, seduti curvi sulla prima panca.

Quanta vita è passata da allora: non ci sono più i pantaloni corti, le magliette stropicciate, i capelli mossi dal vento, il sole e i sorrisi dell’infanzia. I colori e i volti oggi sono spenti, grigi. Forse dipende anche dai lunghi giorni di pioggia londinesi. I capelli e le barbe sono incanutiti, le responsabilità quotidiane da affrontare li hanno resi uomini. Parte un suono d’organo, inizia la funzione, io esco dalla chiesa sul prato e mi sembra sia di nuovo estate.

Ho deciso che li aspetterò qui con l’aquilone che ho costruito tutto da sola: anche se la coda è un po’ rabberciata, è fatta di tanti piccoli cuoricini rosa. Finita la funzione, tre figure avanzano sicure verso di me, camminando sul verde smeraldo dei prati inglesi. Parlano tra loro in italiano con un lieve accento inglese.

Li aspetto qui, con il nostro aquilone.

 

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