La lezione d’amore

Cuore

Rileggi sul blog la storia vera raccolta da Tiziana Pasetti e pubblicata sul n. 19, è una delle più apprezzata dalle lettrici su Facebook

 

Tra i miei genitori c’era un legame profondo, poi qualcosa si è spezzato. L’ho scoperto io, da ragazzina, e ho odiato papà per aver distrutto la nostra famiglia. Alla fine ho capito che i sentimenti non rispettano regole, ma siamo noi a dover rispettare loro. E questo vale anche per me  

Storia vera di Ilaria A. Raccolta da Tiziana Pasetti

 

Era una mattina di aprile e io stavo facendo colazione. Il solito bicchiere gigante di latte, i soliti cento biscotti. Di nuovo c’era la finestra spalancata, il sole pieno zeppo di primavera, di sapore già estivo. Dalla cucina di casa mia la vista era fantastica: una vallata infinita, in fondo un orizzonte azzurro, una linea di mare, e tutte le gradazioni del verde. Il mio bel paese in collina, a pochi passi da Roma ma immerso tra ulivi e vigneti. Un vero paradiso e un’arca felice: non solo i profumi inebrianti ma i suoni, le voci degli uccellini, anche il leggero ronzio di una mosca poco molesta.

A quel tavolo sedevo, ogni giorno, da 18 anni. E quella vista non era cambiata, non era cambiato il tavolo di legno, non erano cambiate le tende di lino leggero. Mia madre – ricordo perfettamente che era un sabato, che a scuola c’era l’assemblea di istituto e che avevo deciso di non andare e restare a poltrire un po’ – era al lavoro, mia sorella minore in classe e mio padre stava facendo una doccia. Come una piccola scossa, quasi impercettibile. Il tavolo, che era stato dei miei nonni e che i miei genitori avevano voluto in dono quando si erano sposati, tremava. Presi il mio cellulare in mano, ma non c’erano notifiche. E comunque non avevo disattivato alcuna suoneria. Poi accadde ancora. Alzai la tovaglia e lo vidi. Mi ero quasi spaventata, sono una tipa un po’ ansiosa, e tirai un sospiro di sollievo quando mi resi conto che a far vibrare il tavolo era il telefono di mio padre. Allungai una mano e lo afferrai, ridendo. Mai visto un telefono ridotto peggio. Ma rientrava nella personalità, e nella professione, di papà. Il telefono lo usava solo per contattare noi e per poche comunicazioni di lavoro. Senza pensarci illuminai lo schermo. Il vetro, frantumato, rendeva comunque perfettamente visibile la notifica di due messaggi WhatsApp. “Sicuramente è mamma” ho pensato aprendo l’applicazione. E in effetti era lei. Ricordava a mio padre di accendere il fuoco sotto alla pentola intorno a mezzogiorno e, recitava il secondo invio, di far bollire lentamente le lenticchie. “Che messaggi!” ho alzato gli occhi al cielo pensando a quelli che ci scambiavamo io e Luca, messaggi pieni di desiderio e passione, di voglia di vederci e stare insieme. Certo, non è che ci si possa sempre solo mandare quei messaggi e comunque i miei genitori erano sposati da tanto e stavano insieme ancora da più tempo. Una storia, la loro, conosciuta da tutti, in paese. Mio padre disse a mia madre che l’avrebbe sposata quando aveva 13 anni. Era un po’ un bullo, sembrava più grande della sua età e, da quello che mi raccontano, non aveva mai paura di parlare, diceva e faceva tutto quello che gli passava per la testa. Un giorno aveva incontrato per caso mia madre durante una fiera del patrono e si era innamorato. Non era l’unico, mia madre faceva girare la testa a tutti, piccolina di statura e con un fisico esile e scattante, con un carattere brioso e sfacciato – tutte le amiche la temevano, guai a chi osava contraddirla – che faceva impazzire e un paio di occhi viola da urlo. Il giorno in cui mio padre la informò, perché le disse proprio «Ti informo, non so neanche come ti chiami ma io ti sposo», aveva 13 anni, questo l’ho già detto. Lei ne aveva 22 e stava passeggiando con il suo fidanzato. Mio padre lo guardò dritto negli occhi e lo minacciò: «Mancale di rispetto e te la vedi con me. Tu non sai chi sono io».

“Tu non sai chi sono io” è la frase-firma di mio padre. Noi lo prendiamo in giro, ridiamo, ma lui lo dice con convinzione. Comunque, quando aveva 17 anni mio padre faceva girare la testa di ogni ragazza e di ogni donna. Alto, moro, i capelli lunghi e folti, due occhi grigio canna di fucile. Aveva lasciato la scuola, un ribelle da sempre, si era messo a lavorare e si era comprato una moto. «Salta su, sventola» la bloccò così, tagliandole la strada, una sera di luglio. Un po’ come i due protagonisti di Grease, quelli impersonati da John Travolta e Olivia Newton-John. Era la prima volta che si ritrovavano da soli e da quel momento non si sono lasciati più. Primo bacio dopo 20 minuti e anche tutto il resto.

 

Nessuno scommetteva su di loro, né gli amici né le rispettive famiglie. Soprattutto per i caratteri troppo simili, forti, inflessibili. Però a unirli c’era soprattutto una grande chimica sessuale, litigavano ma facevano subito pace. Poi quando mia madre ha compiuto 35 anni gli ha detto che voleva un figlio.

Un quarto d’ora dopo ero stata concepita io e dopo sei mesi si sono sposati. Lorenzo e Lela. Due nomi, una sola persona. Lo hanno sempre sostenuto loro, lo hanno sempre confermato tutti, parenti e amici. Quindi ok, il messaggio non era dei più romantici, ma io e mia sorella soffocavamo le risate nei cuscini quando li sentivamo “agitarsi” nel loro letto, convinti che noi dormissimo. I versi rochi di lui, quelli sottili di lei. I figli, si dice, non dovrebbero sapere che i genitori sono esseri sessuali. Ma per noi non è mai stato un problema. Era la dimostrazione del loro amore, dell’attrazione che non passa nonostante i tanti anni di convivenza. Io e mia sorella avevamo imparato da loro che non esiste abitudine, che se c’è amore c’è anche passione che non si spegne. Pensavo a tutte queste cose mentre finivo di fare colazione. Poi ancora un lieve tremore. Riafferrai il telefono per leggere cosa volesse, questa volta, mia madre. “Mon amour, non lo voglio un costumino. Voglio un secchiello e una paletta, voglio fare una buca in riva al mare e voglio guardarti mentre costruisci un castello di sabbia tutto per me”. Lo rilessi un’infinità di volte. La persona che lo aveva inviato era registrata nella rubrica di mio padre semplicemente come “Q”. Non c’erano messaggi precedenti, era chiaro che la cronologia era stata eliminata. Lanciai uno sguardo alle mie spalle, non sentivo più scorrere l’acqua, papà sarebbe comparso in cucina da un momento all’altro. Feci una foto veloce al numero collegato a Q e cancellai quel messaggio e anche quelli di mia madre e rimisi il telefono sotto la tovaglia dove lo avevo trovato. A mezzogiorno, accesi io il fuoco.

Le parole che avevo letto su quello schermo erano inequivocabili. Non c’era nulla di sconcio o volgare, e proprio per questo la cosa mi parve subito grave. Era cambiato, mio padre, negli ultimi tempi? Difficile dirlo, io pensavo a me, ai miei impegni, a chiamarlo per farmi accompagnare in macchina quando serviva, a farmi dare dei soldi per il cinema o per un paio di jeans nuovi, le cose che fanno tutte le figlie. Provai ad ingrandire la foto che avevo fatto per vedere che faccia avesse questa Q, ma il fastidio mi impedì di guardare davvero: era solo una poco di buono. Impostai sul mio cellulare la funzione chiamata con numero nascosto e digitai quelli di Q. Rispose dopo cinque squilli. Una voce calma, roca. «Pronto?». Silenzio, «Pronto?». Silenzio, poi una leggera risata e interruppe la conversazione. Da quel momento ho avuto un solo pensiero: disintegrare quella donna.

La mattina successiva, domenica, misi la mia sveglia alle cinque. A piedi scalzi entrai nella camera dei miei genitori e presi il telefono che mio padre aveva poggiato in ricarica a pochi passi dal suo lato del letto. In cucina, in fretta, entrai su WhatsApp. La conversazione non era stata cancellata e mi provocò un conato di vomito. Era sempre lui che scriveva e la cercava, c’erano molti messaggi senza risposta di Q. Il tono di mio padre era irriconoscibile.

 

Messaggi delicati ma incalzanti. Pieni di agitazione se lei non rispondeva. Q lo invitava a stare calmo, quando si degnava di scrivere. Frasi molto asciutte ma piene di intrigo, suggestioni. Mai, né da parte di lui né da parte di lei, riferimenti sessuali. I messaggi erano molto più pesanti: lui scriveva: “Sei semplicemente in ogni istante con me”. Mio padre, l’uomo più sgrammaticato dell’universo, l’uomo che non doveva chiedere mai, ridotto in quel modo squallido!

E lei che rispondeva? “Spero di no, conserva la magia di questa distanza, mon amour”. E lui: “Non ti illudere, non scappi, io e te invecchieremo insieme. Tutto quando sarà il momento giusto. Buonanotte, iena. Buonanotte, amore mio”. Non c’era altro, la tipa sapeva come gestire un uomo. Mi girai per tornare nella loro stanza e rimettere il telefono al suo posto, cercando di mettere a posto anche i miei pensieri agitati e infuriati.

«Che stai facendo?» dietro di me, ma adesso l’avevo di fronte, c’era da chissà quanto mia madre. La osservai per la prima volta. Mi accorsi che non era più giovane. Che sembrava tanto più vecchia di mio padre, che quegli anni che erano stati il suo vantaggio quando era la donna con più esperienza, con più fascino, adesso le si stavano ritorcendo contro. Era mia madre, la mia adorata mamma, per me non era importante il suo viso rugoso, il grasso che le aveva appesantito i fianchi, riempito le cosce. Cosa non vedeva più mio padre, nella sua donna? Come era possibile?

«Niente» risposi facendo scivolare la manica del pigiama in modo che coprisse la mano destra che stringeva il cellulare.

Accadde tutto velocemente. Il telefono che mi chiese di consegnarle, i miei singhiozzi mentre la guardavo leggere, gli occhi che le vidi andare di traverso come fiele, la porta che non si curò di accompagnare dopo essere rientrata nella camera che da 18 anni condivideva con suo marito.

Tornai nella mia stanza, mi infilai sotto le coperte, il cuscino a coprire ogni rumore. La testa mi andò ovunque, , io da bambina con mio padre sulla spiaggia, poi alla sfilata di Carnevale, poi i regali Natale, poi i commenti delle mie amiche sulla sua bellezza e il mio orgoglio, le sere passate a guardare Shrek insieme sul divano. Mio padre era mio, era sempre stato mio, mio e un po’ di mia sorella e per contratto di fabbrica di mia madre. Come aveva potuto farsi entrare nella testa, nel cuore, un’altra? Come? E ancora: era la prima volta? Era già accaduto, era già stato infedele, ci aveva già tradite? Chi era quell’uomo? E dov’era finito, mio padre?

A pranzo, a casa della mia nonna paterna, mia madre e mio padre si comportarono come se niente fosse accaduto. Mia sorella era all’oscuro di tutto. Dopo cena mi chiamarono da parte. Mi chiesero di non dire nulla a Celeste. Mio padre non mi guardava, mia madre era contratta. «Cosa devo fare? Spiegatemi cosa devo fare…», e fu un momento, mi lanciai contro mio padre, le mie unghie sul suo viso, mia madre gridava ma non sentivo nulla. «Bastardo!» urlavo con tutto il fiato che avevo in corpo. «Sei un animale, sei un mostro, ti odio!».Ricordo solo le mani di Celeste sulle mie spalle, dopo. Mia madre con il disinfettante che puliva il viso di mio padre dal sangue misto alle lacrime mute. «Si risolve tutto, calmiamoci» continuava a ripetere mia sorella.

Le cose si sistemarono. Di Q non si parlò mai. Non era mai accaduto prima, disse mio padre a mia madre. E non sarebbe accaduto mai più. Ci amava, non aveva mai pensato di lasciarci. Mia madre lo perdonò. Io ripresi la mia vita, il diploma, mi iscrissi all’università. Lasciai Luca, non mi fidavo più degli uomini. Poi mio padre ebbe un infarto, lui che non aveva mai avuto una malattia in vita sua, lui che mi sollevava da terra con una mano. Lo portarono in rianimazione, poi seguì un lungo ricovero per la riabilitazione. Io e mia sorella sedevamo da un lato, mia madre dall’altro. Vedevo che si stringevano la mano. Era una stretta che aveva una forza potente, la vedevo, la sentivo. Ero certa che la loro non fosse stata una resa, una rinuncia. E questo mi confermò mia madre dopo aver chiesto a me e mia sorella di seguirla fuori da quella stanza.

«Siamo rimasti insieme perché ne eravamo convinti. Ma tuo padre ha un desiderio e io non posso oppormi. Sta arrivando Noemi». Noemi. Q. La donna che aveva fatto esplodere il cuore di mio padre.

 

Si fermò davanti a noi. Disse: «Grazie per avermi avvisata». Porse la mano a mia madre. Se la strinsero. Distolsi lo sguardo e quando mia madre si fece da parte per farla entrare io la seguii, sorda al richiamo di mia sorella che mi invitava a restare fuori.

Mio padre era seduto sul letto, ancora attaccato a mille tubi, flebo, monitor. Guardai il suo viso. Il sorriso che cercava di trattenere. Noemi era ferma, non si era avvicinata, aveva le mani affondate nelle tasche del trench nero. La osservai. Tremava.

Lei aveva lasciato da molti anni il nostro Paese, ma si erano ritrovati in occasione di una riunione di classe. Nessuno dei due ricordava l’altro. Ma era bastato uno sguardo. Avevano provato a non seguire quell’attrazione, lei abitava lontano, non era stato difficile. Non era stato difficile resistere all’attrazione ma era stato impossibile frenare l’amore che si era impossessato dei loro cuori. Qualche giorno dopo quell’incontro in ospedale, decisi di andare a salutare mio padre fuori dall’orario consentito. Mi fermai in tempo e rimasi fuori dalla porta socchiusa, a guardare. Sembravano due ragazzini e insieme due vecchi: i loro capelli neri, le teste vicine. Si guardavano e basta, in silenzio. Senza toccarsi. Li ho odiati, ho odiato quell’intimità, ho odiato mia madre che non stava lottando, ho odiato l’amore, l’amore bastardo che non rispetta le regole e non si ferma davanti a niente, ho odiato, odiato e pianto. A lungo. Poi sono andata via.

Mi sono sposata tre mesi fa. Con Luca. Quella sera, dopo essere uscita dall’ospedale, lo avevo chiamato, in preda alla disperazione. Quell’amore che odiavo esisteva. Era solo molto più complesso, più difficile da capire, meno lineare.

La mia famiglia non era distrutta, il passato non era cancellato. Mio padre aveva amato mia madre. Ma Noemi era la persona con la quale voleva stare e ha scelto. Questo mi ha fatto tornare ad avere fiducia: la lezione d’amore di mio padre e mia madre, la loro separazione dopo il tentativo – non vano e non fallito, solo con un finale diverso – di recuperarsi, la delicatezza di Noemi. Questo mi ha fatto dire sì a Luca: la polifonia di tutti i nostri cuori. Feriti, vivi.

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