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La pace è la via

Cuore

“La pace è la via, un esempio per molti giovani” scrive Giovanna, una nostra lettrice, sulla pagina Facebook. Ed è proprio questa la storia più apprezzata del n. 2 di Confidenze, ve la riproponiamo sul blog

 

Avevo tutto quello che un ragazzo poteva desiderare, eppure ero sempre inquieto. Ho trovato il mio equilibrio aiutando le persone meno fortunate. Un impegno che mi ha portato a mettere l’amore al centro di ogni mia scelta

Storia vera di Michele Ottonello raccolta da Roberta Giudetti

 

Chissà perché, da che mondo è mondo, quando arriva la fatidica ultima notte dell’anno, la maggior parte degli esseri umani sente la necessità di redigere bilanci. Sono quasi sempre notti (e bilanci) per lo più deludenti rispetto alle aspettative. L’importante è fare qualcosa di eclatante, di cui ricordarsi per il resto del nuovo anno. Nel Capodanno del 2015, per la prima volta nella mia giovane vita di diciottenne, forte di questo desiderio, volevo che accadesse qualcosa di straordinario. Come la maggior parte dei ragazzi della mia età, con l’adolescenza anch’io ero cambiato. Da allegro e spensierato ero diventato ostile e polemico. Pertanto, io che avevo sempre trascorso le feste natalizie rigorosamente in famiglia, quell’anno, all’ultimo momento, con arroganza avvisai che me ne sarei andato in discoteca con i miei amici. Dalla serata al Luna Rossa di Bosco Marengo mi aspettavo la festa più trasgressiva e divertente della mia vita. Ovviamente fu un vero disastro. L’unico ricordo che ho è lo scorrere di fiumi di alcol e improbabili coppie che ballavano fingendo di divertirsi. A un tratto dal privé uscì un uomo ricoperto di sangue che si accasciò a terra. Mi sembrava di essere finito in un brutto film. Mi misi a urlare, ma nessuno fece caso a me. Nessuno corse ad aiutare quell’uomo, a parte il servizio d’ordine del locale che si affrettò a portarlo via. Non si potevano interrompere i festeggiamenti, tutti avevano diritto di trascorrere l’ultima notte dell’anno senza pensieri. Non so nemmeno chi mi portò a casa quella mattina. Non ero ubriaco, ero sconvolto. Si insinuava in me la consapevolezza che la vita non può ridursi a questo spettacolo indecoroso di egoismo.

Il Capodanno successivo avevo abbandonato le feste in discoteca. Stavo frequentando l’ultimo anno di liceo psicopedagogico, mi sentivo più tranquillo, la smania adolescenziale di gesta trasgressive era passata e al mio fianco c’era Cristina. L’ultima notte dell’anno, quella che si affacciava sul 2016, la trascorsi con lei. Avendo la casa libera, improvvisai una cena e insieme passammo una bella serata. Stavo bene, ma continuavo a percepire la mancanza di qualcosa a cui non riuscivo a dare un nome. Avevo tutto: una famiglia meravigliosa, amici, sogni, una ragazza, eppure continuavo a sentire come un fuoco acceso nello stomaco che non mi dava tregua. Quel fuoco mi spronava a mettermi sempre in movimento verso nuovi obiettivi, ma sentivo che quell’energia poteva essere convogliata in qualcosa di meglio, di più costruttivo. Però non sapevo ancora cosa. Eppure un’intuizione ce l’avevo. A parte il calcio e l’amore per il teatro, fin da bambino mi ero sempre sentito attratto dalla possibilità di aiutare le persone meno fortunate di me. Già a dieci anni, appoggiandomi all’oratorio della mia parrocchia, mi ero dedicato a organizzare mercatini e banchetti per raccogliere fondi a favore di alcune missioni e di un orfanotrofio del Madagascar. Inizialmente avevo accumulato materiale di ogni tipo da parenti, vicini e amici, in seguito, visto il successo della mia iniziativa, avevo trovato un appoggio proprio in Madagascar in modo che potessi rendere la mia attività ufficiale.

 

Per cinque anni mi dedicai a questo, sia d’estate che in inverno, raccogliendo fondi per acquistare latte in polvere per gli orfanotrofi in Africa. Tralasciando gli anni dell’adolescenza, un periodo nel quale avevo perso di vista questo interesse, posso dire che l’amore per il sociale e il volontariato ha sempre fatto parte di me. Subito dopo la maturità, un senso di mancanza e la sensazione di dover fare qualcosa di importante si fecero sentire prepotentemente. Da una parte, c’era il Michele che voleva frequentare l’università e costruirsi una carriera possibilmente nel mondo della pubblicità e del marketing per il quale sentivo di essere portato; dall’altra, c’era il Michele che voleva a ogni costo rendersi utile e aiutare il prossimo. Capii che una cosa non escludeva l’altra e che dovevo solo imparare ad accettare queste due parti di me. Desideravo partire, andare a portare davvero il mio contributo in quelle terre lontane e non limitarmi a inviare soldi. Ma non era così semplice. Non solo non avevo nemmeno ancora il passaporto, ma soprattutto non avevo la preparazione adeguata. Per diventare volontari occorre fare un lungo periodo di formazione, soprattutto per poter andare in Africa. La pazienza, lo ammetto, non è mai stata una mia virtù e io volevo partire al più presto. La mia insistenza fu tale che mi offrirono una possibilità. Avrei potuto fare subito un corso di formazione per volontari a Brescia, e poi partire non per l’Africa bensì per l’Albania. Al momento rimasi un po’ deluso, ma se quella era l’unica possibilità, dovevo prenderla al volo. Mi preoccupava avere problemi con la lingua, ma mi rassicurarono dicendomi che là quasi tutti capivano l’italiano. Andai pertanto a Brescia per frequentare un corso di formazione presso i volontari del Sebino Onlus, una realtà nata nel 1995 per portare aiuti umanitari ai Paesi dell’ex Jugoslavia devastati dalla guerra e poi in Albania. Ero molto determinato e così nell’agosto del 2016, sono partito per Tirana, destinazione Gramsh. Quell’estate il sottoscritto, Michele Ottonello, è diventato anche Hasan Kaçurrel, questo il nome albanese che mi diede suor Besa. È stata l’esperienza più importante della mia vita. Quella prima estate mi sono occupato dell’animazione per bambini e ragazzi, dai tre ai 14 anni, l’equivalente del gruppo estivo organizzato dagli oratori per i più piccoli, insieme ad altri volontari italiani, polacchi e albanesi. Ero animatore semplice, non avevo altri ruoli di responsabilità. Preparavo le colazioni e affiancavo gli educatori albanesi nell’organizzazione di laboratori manuali, piccoli spettacoli e giochi di squadra che, soprattutto il pomeriggio, erano dedicati ai preadolescenti e pensati per integrare le varie comunità locali, cattoliche e islamiche. Tanti i momenti spensierati di gioia, ma anche di riflessione. Uno degli eventi più coinvolgenti fu la prima gita al mare, un grande momento di festa perché molti di quei ragazzi non lo avevano mai visto. Andavo a letto alle due di notte e mi risvegliavo senza colpo ferire alle cinque, pronto per una nuova giornata. Durante le visite pomeridiane alle famiglie più indigenti, toccai con mano povertà assolute che sarebbe impossibile raccontare in poche righe. Ogni giorno facevo un’esperienza nuova e fondamentale. Vivevamo, dormivamo, mangiavamo e lavoravamo tutti insieme, instancabilmente. La voglia di far sorridere questi ragazzini era sempre il nostro obiettivo primario.

Sin da quella prima esperienza durata 15 giorni ho conosciuto ragazzi e ragazze, italiani e albanesi, che sono diventati grandi amici come Patrizia che è stata anche la mia prima guida. E poi Dario, Federica, Luca, il nostro super cuoco Osvaldo, Zenga e tanti altri.

Da subito ho potuto constatare che tutto quello che si sente in giro su questo popolo è frutto di pregiudizi: gli albanesi sono molto accoglienti, ospitali e generosi. Nella terra delle due aquile mi sono sentito di nuovo autentico, vivo, felice. È stata un’esperienza talmente forte che, appena tornato a casa a Masone, comune di Genova, il primo pensiero è stato quello di chiedere all’associazione se avrei dovuto attendere un intero anno per ripeterla.

«In verità c’è la possibilità di tornare in Albania durante le vacanze di Natale. Sono pochi i volontari che si prestano a staccarsi da casa e dalla famiglia durante le feste per cui se vuoi il posto c’è» mi rispose uno dei responsabili. Non avevo dubbi: sarei tornato in quel Paese per festeggiare il nuovo anno. La mia famiglia al momento non la prese benissimo, ma al tempo stesso fu fiera di me. Fra dubbi e fraintendimenti, si concluse la mia storia con Cristina. Una storia che per me era stata importante, ma che in quel momento probabilmente non ero in grado di portare avanti visto che il mio cuore batteva altrove, non per una donna, ma per un ideale e uno stile di vita diverso.

Il 26 dicembre 2016 partii per una nuova tappa albanese: Göstime. L‘esperienza invernale è completamente diversa da quella estiva perché si vive presso gli abitanti. Nel pomeriggio, i volontari vanno a fare visita alle famiglie e a quelle più povere e in difficoltà portano pacchi dono provenienti per lo più dalle collette alimentari.

 

Durante queste visite bisogna rispettare un certo protocollo: prima entrano i volontari maschi, poi possono entrare le donne. Ci si presenta più di una volta, la prima sulla porta di casa, la seconda in salotto, o nella stanza dove ci si accomoda. A questo punto si beve del raki, una grappa molto forte che è bene non rifiutare, e si mangia un dolce. Gli albanesi sono ospitali e per loro sarebbe un’offesa quella di rifiutarsi di condividere il cibo delle feste. Il Capodanno per loro è un momento davvero sentito e noi volontari festeggiamo con loro. Durante il cenone tipico albanese non possono mancare qofte (polpette fritte), gjel deti (il tacchino ripieno) e börek, una pasta sfoglia farcita con carne, verdure o formaggio. E dolci come il trileche, torta ai tre latti, o il baklavà, di origine turca, una strepitosa millefoglie al miele, noci e cannella. Finita la parte gastronomica, parte il momento delle danze. Sono balli popolari collettivi molto sentiti, dei lunghi serpentoni di uomini e donne di ogni età. Le due persone che aprono e chiudono il serpentone sventolano un fazzoletto e hanno il compito di raccogliere i soldi che vengono lanciati dal pubblico in base a quanto viene apprezzato il ballo, soldi con cui quasi sempre viene pagato il gruppo di musicisti di turno. In Albania i soldi mancano, ma questo gesto di lanciare lek (la moneta albanese) a Capodanno per loro è simbolico: sta a significare che lo stare insieme e il festeggiare è più importante di qualche moneta.

Durante questi viaggi nei campi di Gramsh, Muçan e Göstime, c’è chi ha trovato la vocazione, chi l’amore, chi il vero significato della parola solidarietà. Poi c’è chi, come me, ha trovato se stesso e una seconda casa. Oltre al vero senso del volontariato che, se ci credi veramente, diventa uno stile di vita e non può essere svolto ogni tanto, fingendo di non vedere quello che accade a due metri da noi. Anche per questo motivo nel 2016 è nato il “Masone’s Got Talent”. È sorto dalla passione per il teatro mia e di Monica, una compagna di classe con cui avevo creato un duo prevalentemente comico, Didi&Gogo, che si esibiva soprattutto a scuola. Il progetto, quasi per caso, andò oltre. Da un contest nazionale sul web arrivammo in finale al teatro Ariston di Sanremo, e da quel momento iniziammo a ricevere diverse richieste per esibirci a Masone. La possibilità di salire sul palco di tanto in tanto non mi interessava davvero, nonostante la passione per il cabaret. Ma l’idea di riuscire, attraverso lo spettacolo, a fare del bene e a raccogliere fondi per qualche iniziativa umanitaria iniziava a solleticare la mia mente. Abbiamo coinvolto altri nostri amici che avevano la passione per il teatro, la danza, la musica e altre discipline artistiche e sportive, ragazzi che proprio quell’anno avevano raggiunto traguardi importanti. Con Monica abbiamo messo in piedi un gruppo di giovani talenti al fine di allestire un primo spettacolo presso il teatro parrocchiale. Il progetto venne denominato appunto “Masone’s Got Talent”. Dovevamo andare in scena il 15 settembre, ma qualche settimana prima arrivò la terribile notizia del terremoto ad Amatrice. Il gruppo non se la sentiva più di portare avanti lo spettacolo. Però ci venne un’idea. Cosa mi aveva insegnato l’Albania? Il fatto che nelle situazioni più tristi e dolorose si deve cercare, anche con piccoli gesti, di far sentire la propria presenza. Invece di sospendere lo spettacolo, abbiamo pensato di introdurre un’offerta libera per raccogliere fondi per la Croce Rossa di Amatrice. L’iniziativa ebbe un grande risultato: oltre 400 partecipanti e circa 800 euro raccolti. Una goccia nell’oceano, ma per noi un primo traguardo. Questo successo ci spinse ad andare avanti. Alla nostra porta bussarono altri ragazzi di paesi della zona, selezionati non tanto per la bravura artistica, quanto per un comune ideale di solidarietà e integrazione. Così da sette che eravamo siamo diventati una trentina. Ogni anno sposiamo un progetto di solidarietà e organizziamo spettacoli per raccogliere fondi. Nel 2018 il progetto, dopo aver abbracciato diverse realtà territoriali, ha preso il nome di “Valley’s Got Talent” e siamo diventati un’associazione a tutti gli effetti. Abbiamo ottenuto molti riconoscimenti, sia a livello nazionale, sia europeo. Fra i più importanti, quello del Sermig (Servizio Missionario Giovani), la comunità fondata da Ernesto Olivero, candidato nel 1996 come premio Nobel per la pace: siamo stati nominati “Punto di pace nel mondo” entrando così a far parte di una lista di gruppi che promuovono i valori di pace, solidarietà e integrazione. Al momento mi divido fra Valley’s, gli studi in accademia e l’Albania e sono soddisfatto del mio percorso. Anche questo Capodanno infatti sarò nella terra che mi ha restituito il valore dell’altruismo. Papa Giovanni Paolo II ha detto: «Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro». Sono ancora molto lontano dalla meta, ma sto facendo del mio meglio. Una cosa l’ho capita: non serve fare bilanci, né a Capodanno né in altre circostanze. La vita è amore e può essere l’occasione per fare del bene e sentirsi in pace con se stessi e con gli altri, ognuno a proprio modo, secondo le proprie possibilità. Dipende solo da noi, anche quando si ha la mia età. Dunque, Gezuar vitin e ri! (Felice anno nuovo!).

 

 

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