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La telefonata

Cuore

“La telefonata” di Roberto Moliterni, pubblicata sul n. 21 di Confidenze, è la storia vera più apprezzata questa settimana sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Qualcuno, una volta, ha detto: quando un amore finisce e due si lasciano uno soffre di sicuro; se non soffre nessuno vuol dire che non è mai cominciato; ma se soffrono in due, non è mai finito. Credevo fosse solo una battuta, buona per fare conversazione, finché non ho risentito la sua voce

Storia vera di Carla M. raccolta da Roberto Moliterni

 

L’arrivo di quella telefonata fu inaspettato. Poco prima avevo sentito di nuovo la terra tremare. In casa tutto si era scomposto, le pareti si erano fatte morbide, i bicchieri buoni del matrimonio, i pochi che erano rimasti dopo la botta grossa, avevano tintinnato sbattendo l’uno contro l’altro. Quando sentii la sua voce fu come essere rapita da un treno e portata all’improvviso a molti anni prima, all’ultima occasione in cui l’avevo visto. Si era incrinata per gli anni.
«Carla come stai?». Rimasi in silenzio. La mano cominciò a tremarmi. Mi sembrava che tutto, a quel tempo, si manifestasse nella forma del tremore, come se non ci fosse altra modalità, per la terra e gli esseri umani, di esprimersi.
Visto che non rispondevo, Luigi continuò: «Ho sentito del terremoto. Volevo sapere se tu…». Era incapace di finire la frase. Voleva sapere se fossi morta sotto le macerie.
«Sono qui» dissi.
Lui tirò un sospiro di sollievo.
«Ho visto al tigì, è stato terribile. Non ti ho chiamato subito perché… L’importante è che tu…».
«Grazie del pensiero» tagliai corto. Poi mi resi conto di suonare scortese e aggiunsi: «Hai saputo della tua casetta?».
Luigi tirò un altro sospiro: aveva temuto che stessi per chiudere la telefonata. In effetti era quello che avevo intenzione di fare.
«Ci è passato Beniamino, mi ha detto che è in piedi. Verrò a vedere di persona fra qualche giorno. È tanto che manco».
«Me ne sono accorta» sibilai ironica mentre mi accendevo una sigaretta. «Ho saputo di Elsa, mi dispiace».
Dall’altra parte del telefono cadde un silenzio imbarazzato. Poi finalmente la sua voce trovò coraggio: «Il 5 maggio fanno due anni».
Seguì di nuovo un silenzio lunghissimo. Fu Luigi a romperlo, dopo aver raccolto altro coraggio: «E Stefano?».
«Sta bene. È sulla costa a dare una mano ai miei figli, hanno preferito stare lì per non spaventare ulteriormente i bambini».
«Immagino. Quanti nipoti hai adesso?».
«Tre. Però adesso ti saluto. C’è stata un’altra scossa poco fa e devo rimettere a posto le cose che sono cadute».
«Carla, aspetta!».
Luigi sembrava quasi in affanno, sentivo il suo respiro teso nella cornetta. Non chiusi.
«Visto che nei prossimi giorni verrò lì, ecco, pensavo che, dopo tutto questo tempo, potremmo vederci».
La sua proposta mi spiazzava: 30 anni che non lo vedevo, se per vedere s’intendeva qualcosa in più che incrociarsi sul corso assieme alla moglie o ai figli. Negli ultimi tempi era venuto sempre meno spesso, anche per via della malattia della moglie si allontanava difficilmente da Roma. Dopo la morte della sua compagna non si era più visto. Per quanto ne sapevo, poteva essere scomparso anche lui, magari per il dolore di un grande amore finito, e qualche volta me l’ero chiesta.
Ora però la curiosità di vederlo – e di poterci parlare, faccia a faccia – era smisurata. Ma l’orgoglio era ancora più forte, nonostante tutto, nonostante gli anni.
Gli dissi soltanto: «Buona giornata».
«Va bene, va bene» fece lui, remissivo. «È stato un piacere sentirti» aggiunse sperando di lasciare un’esca.
Chiusi il telefono con determinazione. Ma un attimo dopo dovetti farmi scivolare contro la parete e sedermi per terra, finire la sigaretta con la mano che mi tremava. 30 anni senza la sua voce.
Io e Luigi ci eravamo innamorati in un’altra epoca, sul finire degli anni 70. Eravamo due ragazzi giovani, belli come si può esserlo quando si ha la sensazione che la vita sia ancora da inventare e le preoccupazioni non consumano la pelle, disegnando rughe, o ingrigiscono i capelli: non avevo nemmeno un capello bianco allora.
Lui era uno studente di architettura, faceva il pendolare fino a Roma, ogni giorno. Quando tornava dalla stazione passava davanti alla vetrina: ero commessa nel negozio di detersivi di famiglia. Luigi buttava un occhio, controllava che ci fossi, poi tirava dritto con la sua andatura trascinata, da perditempo con la testa fra le nuvole. Una volta fece tre quattro passi e tornò indietro: entrò dicendo di aver bisogno dell’ammorbidente per sua madre, viveva coi suoi. Da allora venne due volte alla settimana a comprare l’ammorbidente. Io lo prendevo in giro: «Ma quanto ammorbidente consumate in casa tua?».
«I maglioni a mia madre piacciono profumati».
«A questo punto vi conviene il formato maxi».
Luigi si terrorizzò: «No, no! Mia madre si trova malissimo».

 

Mi fece ridere. Poi, all’ennesimo ammorbidente, mi invitò finalmente al cinema: davano Rocky. Ci baciammo quando nel film Sylvester Stallone e Adriana si baciavano. Così iniziò la nostra storia, nel modo più banale e romantico possibile: due ragazzi che vanno al cinema e si baciano. Nonostante fossimo entrambi di cultura cattolica, eravamo molto passionali e non proprio ligi alle regole della chiesa. Ce ne andavamo in macchina appena fuori città, nei campi, e facevamo l’amore. Mi sorprendevo io stessa di come lui riusciva a farmi sentire libera senza provare colpa. Avevo avuto altri fidanzati prima, ma soltanto Luigi mi aveva fatto scoprire me stessa, i miei limiti e i miei desideri. Non mi vergognavo di mostrarmi nuda com’era successo con altri. Era delicato, gentile, ironico e con il suo modo di scherzare riusciva ad alleggerire tutto, rendere possibile ogni cosa, perché era sempre un po’ come giocare. Non mi vergognai nemmeno quando andammo a casa sua a fare l’amore, un pomeriggio che i genitori erano usciti. Con altri ragazzi sarei stata tutto il tempo con l’orecchio teso verso la porta a sentire se tornava qualcuno, invece non pensai a niente se non ad affidarmi a Luigi. Era la prima volta che riuscivo a vedere il suo corpo con la luce, era ancora più bello: il biancore del corpo contrastava col caschetto nero di capelli lisci, come si portavano allora, e con gli occhi scuri, sempre con due rughette agli angoli a sottolineare espressioni impertinenti, la faccia allungata, buffa. Dopo che avevamo fatto l’amore, mi fece visitare la casa: in cantina ritrovai le decine di ammorbidenti che aveva comprato da me.
«Sei proprio scemo» dissi.
Fu l’ultima volta che lo vidi. Perché poi sparì. Chiamavo a casa sua e i genitori mi dicevano che era a Roma, a qualunque orario, anche la sera. «Ma ha preso casa lì?».
«Si appoggia da un amico».
Smisi di cercarlo, passando notti a piangere. Venni a sapere qualche mese dopo che si stava sposando con una ragazza romana che aveva messo incinta. La nostra storia iniziava e finiva in modo banale.
Lessi in quel periodo una brevissima poesia dal titolo Banalità: “Un ragazzo ama una ragazza e questi un altro amore. Banalità. Ma a colui cui questo succede gli si spezza il cuore”.
Eano passati 30 anni e il mio cuore era ancora spezzato. Il vuoto della casa, scombussolata dall’ultima scossa, rimbombava attorno a me, adesso che avevo chiuso il telefono. Nonostante fossi stata io a concludere la conversazione, era come se mi avesse abbandonata di nuovo. In un cassetto del comò, nascoste sotto le mie canottiere, tenevo le lettere che gli avevo scritto in quegli anni e non gli avevo spedito. L’ultima risaliva a pochi mesi prima. Mi rimisi a leggerle.
Trascorsero un paio di settimane. Come sempre passavo dall’edicola prima di andare in negozio. Avevo ancora l’abitudine buona di comprare riviste e quotidiani. Gesti automatici, la battuta con l’edicolante, la ricerca degli spiccioli nel borsellino, la mia risposta da copione e poi: «Carla!».

 

La sua voce, di nuovo. Questa volta era tonda, tridimensionale, non appiattita dal telefono. Era stato di spalle fino a quel momento a sfogliare riviste. Lo vedevo da vicino: quante rughe, quante macchie. La chioma del suo caschetto era ora fatta da capelli grigi e ispidi. Persino l’impertinenza che gli si disegnava agli angoli degli occhi aveva lasciato posto al timore. Ero io a fargli paura. Era il dolore che mi aveva provocato e che il mio volto gli restituiva come uno specchio. Non dissi niente, l’edicolante ci guardava. Me ne andai, con un generico: «Buona giornata».
Mezz’ora dopo me lo ritrovai davanti alla vetrina del negozio. Lo fissavo. Mi fissava. Si fermò a lungo prima di decidersi. Poi entrò. Il campanello sopra la porta suonò enfatizzando l’ingresso. Venne diretto verso il bancone.
«Carla…».
«Ma che vuoi? Ho già un sacco di problemi». Luigi guardò i flaconi spaccati sotto il peso di uno scaffale crollato per il terremoto.
«Un caffè, solo un caffè» insistette. «Chi vuoi che venga a comprare detersivi a quest’ora?».
Non fui io a decidere, fu il mio cuore spezzato che forse ancora sperava di ricongiungersi. Mi arresi e dissi: «Va bene».
Abbassai la serranda – lui provò ad aiutarmi ma non ci riuscì, era ormai troppo debole, si vergognò per l’affanno – e andammo al bar, uno lontano che non frequentavo abitualmente, temevo di essere vista.
Ci sedemmo l’uno di fronte all’altra. Eravamo timidi, piccoli, impauriti, facevamo attenzione a non porre domande scomode – parlavamo come due adulti che hanno imparato l’abile mestiere delle conversazioni di circostanza. Mano a mano che lo guardavo, sotto quella crosta di rughe, riconoscevo il ragazzo che avevo amato. Per molto tempo ho provato a convincermi che ci si innamora della giovinezza e non di una persona. Ma lui, ora, era la prova che mi sbagliavo: lo amavo nonostante la vecchiaia. Fui io a rompere l’argine, parlando a bruciapelo.
«Ti ho scritto tante lettere in questi anni che non ti ho spedito».
Luigi si gelò, non era pronto a ritrovarsi all’improvviso negli angoli irrisolti della nostra relazione. Ma ciò che rispose mi sorprese: «Per anni, ogni giorno, fino a oggi, anche io ti ho scritto mentalmente una lettera che non ho mai avuto il coraggio di finire, perché non volevo smettere di parlarti».
«Io l’ultima te l’ho scritta qualche mese fa».
«Mi piacerebbe leggerla».
«Non te la darò mai».
«Leggimela tu, ad alta voce».
«Perché mi vuoi umiliare?».
Luigi tossì, si schiarì la voce.
«Non voglio umiliarti. Ci sono tante cose che non abbiamo potuto dirci in questi anni e forse è arrivato il momento di farlo».
«Perché mi hai lasciato?».
Luigi era nervoso, tossì di nuovo.
«Non volevo lasciarti».
«L’hai fatto». Diventai incalzante.
«Eravamo giovani. Avevo fatto un errore, non me la sentivo di lasciare sola Elsa e il bambino senza padre. Era più dignitoso sparire».
«Infatti». Mi alzai. Era come se mi stesse lasciando di nuovo. Ma lui mi afferrò il polso. Lo stesso calore di quando ci tenevamo le mani passeggiando per il corso.
«Leggimi le lettere, ti prego».
Ci rivedemmo altre volte, allo stesso bar, che diventò il nostro rifugio. Io leggevo le lettere, cercando di tenere basso il tono di voce, per non farci sentire, lui si avvicinava perché alcune parole non le capiva, allora riuscivo a sentirgli il dopobarba che mi aveva ossessionato per anni, scambiandolo per il suo ogni volta che arrivava a zaffate per strada. Partii dall’ultima lettera, in cui gli raccontavo del fatto che iniziavo a sentirmi vecchia e che stavo decidendo di chiudere il negozio, e poi indietro, a ritroso fino alla nascita del mio primo figlio, nel 1985: “Chissà come sarebbe stato un figlio nostro, se avrebbe preso i tuoi occhi, le tue labbra…” gli chiedevo in quelle lettere senza risposta. Via via che ci incontravamo la tensione e la rabbia si scioglievano, riacquistavamo intimità. Qualche volta piangevo e lui mi asciugava le lacrime col fazzoletto di stoffa. Ci tenevamo le mani, con tenerezza. Ridevamo di certi miei pensieri stupidi o dei nostri ricordi.
Non interruppe questo rito nemmeno il ritorno di mio marito dal mare. Non si accorse di nulla, mi trovava solo più gioviale, meno invecchiata. «Che hai?» mi chiedeva. «Niente», dicevo io, «la primavera».
Quando io e Luigi non potevamo vederci gli scrivevo nuove lettere che poi leggevo ad alta voce al bar. Gli parlavo delle impressioni che i nostri incontri mi generavano, fantasticavo stupidamente su un futuro insieme, un buen retiro in qualche paese caldo e assolato dove avremmo avuto una casa sul mare. Luigi sorrideva mesto: avrebbe voluto dirmi di sì, che anche lui desiderava tutto questo, ma non si azzardava perché non voleva compromettere la relazione con mio marito. E poi, era troppo tardi. Saremmo stati ridicoli. Già mi vedevo i titoli di giornale: “Fidanzati in gioventù, scappano da vecchi in Portogallo. Lei lascia marito e figli”. E i commenti dell’edicolante, testimone scomodo del nostro primo incontro.
Una sera, a cena, dissi a mio marito: «Stefano, come la vedresti se me ne andassi questa estate una decina di giorni in Portogallo con un’amica?».
«Quale amica?».
«Devo ancora decidere quale amica».
«Se ti va…» fu il suo unico commento. Per la prima volta da quando lo conoscevo lo sentii preoccupato.
Nel nostro incontro al bar feci la proposta folle a Luigi: dieci giorni in Portogallo, da soli. «Ci stai?».
Lui scoppiò a ridere, ma questa volta c’era una scintilla che gli illuminava gli occhi: l’entusiasmo di un progetto che ci ridonava vita, a noi che sembravamo condannati solo a rievocare ricordi. Invece avremmo prodotto un nuovo ricordo, definitivo. «Non ti preoccupare per Stefano. Me la vedo io, va bene?».
«Ci penserò. Ti do una risposta la settimana prossima, quando ci rivediamo».
Per un momento temetti che sarebbe sparito di nuovo. E che mi ero illusa, fino a diventare una vecchia patetica.
Invece, ben prima del nostro appuntamento, Luigi passò dal negozio. Ero terrorizzata. Mio marito sarebbe venuto ad aiutarmi quella mattina. Lo dissi subito a Luigi perché se ne andasse: «Volevo solo l’ammorbidente». Risi. «E dirti che sì, vengo».
«Davvero, amore?». Mi sfuggì come una bestemmia. Mi coprii la bocca, stupefatta di me stessa.
«Sì, amore» rispose lui. «Torno a Roma per qualche giorno, giovedì ci vediamo al bar e decidiamo i dettagli».
Lo abbracciai. Non me ne importava nemmeno più di Stefano, se, entrando, ci avesse visti.
Era andata esattamente come doveva andare. Al bar non si presentò. Provai a chiamarlo, qui e a Roma, ma il telefono squillava a vuoto. Lo seppi dopo una settimana dall’edicolante: aveva avuto un infarto. Non ero nemmeno andata ai suoi funerali. Mio marito mi vide scossa ma non mi chiese niente. Apprezzai la sua discrezione. A luglio andammo sulla costa, a stare con figli e nipoti, tornai a fare la nonna. A volte, da sola, piangevo, pensando che era morto senza il mio conforto, senzapoterlo salutare. Ma poi arrivavano i bambini a schiamazzare, i figli a rubarmi il sugo dalla pentola col pane, Stefano ad abbracciarmi da dietro mentre lavavo i piatti e tutto tornava sereno. ●
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