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L’ultimo saluto

Cuore

L’ultimo saluto di Sabrina Bergamini, pubblicata sul n. 46 di Confidenze, è la storia più apprezzata sulla pagina Facebook questa settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Sono venuta per dire addio a Giulio, l’uomo che ho amato nell’ombra per 20 anni. No, la nostra non è stata una squallida relazione extraconiugale, ma uno scambio di anime. Ci siamo regalati il meglio di noi, cercando di non fare del male a chi ci stava vicino

Storia vera di Ludovica D. raccolta da Sabrina Bergamini

 

La chiesa è gremita di gente, la cerimonia già cominciata da alcuni minuti quando mi decido a varcare la soglia. I miei passi sono incerti, mi muovo senza sapere bene dove andare. L’unica cosa che so è che devo assolutamente sedermi, un improvviso senso di nausea mi fa girare la testa.
«Signora, venga» sento qualcuno che mi afferra e mi sorregge per un braccio. Quest’uomo gentile deve essersi accorto del mio mancamento e mi fa segno di accomodarmi in una delle poche seggiole rimaste vuote. Le lacrime si fanno strada dietro i grandi occhiali scuri che servono a proteggermi dagli sguardi altrui. Frugo nella borsetta in cerca di un fazzoletto e, quando rialzo lo sguardo, mi rendo conto che da questa angolazione riesco a scorgere nitidamente la bara di legno scuro. Accanto, ci sono la moglie e i due figli ormai grandi. È la prima volta che vedo riunita la famiglia dell’uomo che ho amato per 20 lunghi anni. Anche nel giorno del dolore i posti che ci sono assegnati definiscono i nostri ruoli. A me tocca questa sedia, dalla quale posso spiare senza essere notata, in ombra dov’è sempre rimasto il nostro amore. Le parole del parroco, un uomo giovane dalla barba ben curata e dalla voce pacata, mi giungono del tutto prive di significato. Mi rendo conto che non riesco a seguire il senso logico del discorso, forse sono troppo stanca, o forse, sto semplicemente impazzendo. “Dài Ludo, alzati che ce ne andiamo”. Alzo la testa di scatto, mi guardo attorno. Quella che ho appena sentito è la voce di Giulio, l’ho sentita chiaramente. Adesso davvero temo di impazzire, abbasso lo sguardo e mi sfugge un sorriso. Dopotutto, potrebbe non essere così spiacevole perdere la ragione se questo servisse a farmi sentire meno sola, meno disperata. Se Giulio fosse vivo, se non fosse disteso a mani giunte dentro una bara, se questo non fosse il suo funerale ma il funerale di un altro, adesso mi direbbe esattamente queste parole. “Dai Ludo,alzati che ce ne andiamo, è una giornata troppo bella per sprecarla così”. Lo direbbe sorridendo, con quel sorriso dolce e innocente che mi ha fatto innamorare e alle parole accompagnerebbe quel gesto che mi mancherà per sempre: prenderebbe tra le sue dita una ciocca dei miei capelli e li farebbe scivolare come una carezza. Se Giulio fosse vivo, se non fosse disteso a mani giunte dentro ad una bara, se questo non fosse il suo funerale ma il funerale di un altro, io adesso mi alzerei e lo seguirei. Usciremmo da questa grande chiesa senza farci notare, come abbiamo imparato a fare in tanti anni di clandestinità, saliremmo nella sua auto parcheggiata un po’ distante, io mi lamenterei del freddo e lui alzerebbe il riscaldamento al massimo solo per farmi contenta e partiremmo felici con la prospettiva di un intero pomeriggio insieme. Chiudo gli occhi e tutto il presente svanisce. Sono davvero, adesso, nell’auto di Giulio, una vecchia utilitaria di colore azzurro come il mare. Siamo davvero io e Giulio in una giornata fredda di inizio inverno, fredda ma bellissima: il cielo è terso, l’aria profuma di pulito, il sole mi bacia il viso inondando di luce l’abitacolo. Superiamo due semafori, svoltiamo a destra e ci lasciamo rapidamente la città alle nostre spalle. E intanto, ci lasciamo dietro anche tutta la tensione delle nostre vite, la paura sempre presente di essere scoperti. Ci scambiamo un sorriso di intesa. Giulio mi accarezza una gamba, una guancia, una porzione di mano. Mi attira a sé per un bacio svelto sulle labbra. “Metti un po’ di musica mi dice. Cosa ascoltiamo oggi?”. E senza attendere risposta premo play e le parole delle nostre canzoni preferite riempiono l’aria.
Restiamo così, in silenzio, per il resto del viaggio. Pranziamo nella stessa trattoria di sempre. L’abbiamo scoperta per caso, un giorno di tanti anni fa, mentre camminavamo mano nella mano tra le strette strade di collina senza una meta precisa. Quando arriviamo, la cucina sta per chiudere ma la padrona del locale, una donna robusta dai modi schietti e diretti, ci accoglie con un gran sorriso e ci fa accomodare nel tavolo accanto alla finestra, il nostro preferito. Ordiniamo le specialità del giorno e ancora prima di chiederlo arriva in tavola il vino sfuso della casa. Alziamo i bicchieri e li avviciniamo sussurrando a noi. Tutto è così perfetto e familiare che è la realtà ad apparirmi strana e deformata. Davvero non posso accettarla. La nostra, sarebbe potuta essere una delle tante squallide vicende extra coniugali che si sentono raccontare in giro, ma non lo è stata. La nostra è stata semplicemente una meravigliosa storia d’amore. Forse i tempi sono stati sbagliati, chissà.
Ci siamo conosciuti, una mattina, per caso. Ero entrata nel bar più vicino al mio ufficio, era il primo giorno di lavoro dopo la nascita di mia figlia Rebecca, ero nervosa e già stanca, tremendamente in ritardo. Ordinai un caffè mentre armeggiavo dentro la borsetta in cerca di qualche spicciolo che non riuscivo a trovare, alzai gli occhi e bevvi distrattamente la tazzina posata sul bancone.
«Spero almeno sia buono» mi disse sorridendo il ragazzo che mi stava accanto. Lo guardai e senza darmi il tempo di replicare, aggiunse: «Ha preso la tazzina sbagliata, quel caffè era mio».
Mi sentii sprofondare ma lui continuava a sorridere e così sorrisi anch’io. Era il primo sorriso della giornata. O forse della settimana.

 

Da quanto non sorridevo in modo così spontaneo? Era tutto così complicato ultimamente. «Il mio starà per arrivare» risposi.
«Lasci stare non ho tempo, questo è già pagato, vorrà dire che domani offrirà lei» disse, avviandosi verso l’uscita. Lo seguii con lo sguardo. Indossava una giacca di velluto color caramello, pantaloni dello stesso colore, un foulard blu al collo. Il suo profumo era rimasto sospeso nell’aria, come il suo sorriso. Sincero, aperto, non i soliti sorrisi di circostanza a cui ci abitua la vita di tutti i giorni. Era uno di quei sorrisi che ti fanno venire voglia di vederlo ancora, che ti fanno rilassare, ti spingono a metterti comoda sul divano con un bicchiere di vino rosso in mano a parlare per ore del più e del meno.
Il giorno dopo tornai in quello stesso bar con la segreta e ridicola speranza di incontrarlo e poter rivedere quel suo sorriso così speciale. Rimasi molto delusa quando non lo vidi. Il mio umore cambiò bruscamente, il peso di quella giornata appena iniziata mi travolse. Mi sentii una vera sciocca nel provare certi sentimenti. Non ero una donna infelice, quel pensiero non mi aveva mai sfiorato la mente. E tantomeno insoddisfatta. Ero sposata da cinque anni e non avevo mai messo in discussione la possibilità di non amare mio marito, da poco ero diventata mamma di una bellissima bambina. Eppure da alcuni mesi una sensazione di fastidio e tensione accompagnava le mie ore. Mi sentivo vagamente e stranamente fuori luogo, fuori posto, a volte mi ero ritrovata a pensare che il ruolo di madre non mi si addiceva e naturalmente un secondo dopo mi sentivo in colpa per quei pensieri. Durante certi interminabili pranzi di famiglia, mentre mia suocera brandiva consigli non richiesti, mi ero ritrovata a domandarmi se davvero il destino di tutte le donne fosse quello di procreare e guardando la mia dolce Rebecca il senso di inadeguatezza cresceva. Non avevo avuto il coraggio di parlare a nessuno di queste cose ed ero arrivata alla conclusione che era certamente una fase delicata che attraversano molte donne, come le prime mestruazioni, l’adolescenza e la menopausa e che sarebbe passata come tutto il resto. Avevo ormai perso la speranza di rivederlo quando una mattina sentii il suo sorriso dietro di me.
Proprio così. Lo sentii ancora prima di vederlo.
«È arrivato il momento di restituirmi il caffè» disse scivolando sulla sedia alla mia destra.
Sorrisi anch’io senza riuscire a nascondere la gioia e la sorpresa. Lo guardai e mi accorsi di dettagli che mi erano sfuggiti la volta precedente: gli occhi anch’essi ridevano insieme alle labbra, erano verdi e allegri, i capelli ricci un po’ lunghi ricadevano sulla fronte spaziosa, quando parlava si formavano piccole rughe attorno alle labbra sottili.

 

Avrei voluto dirgli che lo stavo aspettando, che lo avevo aspettato tutti i giorni durante quelle interminabili settimane, ma certamente mi avrebbe presa per una squilibrata e così mi limitai a dire: «Ciao, certo cosa posso offrirti?».
Mi spiegò che la moglie non era stata bene ed era toccato a lui farsi carico di preparare e accompagnare a scuola i loro bambini di sei e otto anni. Così seppi che aveva due figli e una moglie. Restammo a parlare per un lasso di tempo molto breve, ma durante il quale mi sembrò di conversare con una persona intimamente connessa con la mia vita e non un perfetto estraneo come effettivamente era. Senza darci nessun appuntamento iniziammo a vederci ogni mattina prima di andare a lavoro. Andò avanti così per un po’.
Poi una mattina, le nostre dita, puramente per caso, si sfiorarono, i nostri occhi si incontrarono lungo quel piccolo gesto da niente. Il tempo si fermò. Indugiammo qualche istante di troppo prima di tornare padroni delle nostre azioni.
Il giorno dopo non tornai in quel locale. Non ci tornai più. Rinunciai a quel semplice rito del caffè prima dell’ufficio, sentivo che la mia vita tranquilla era in pericolo, come un animale selvatico mi detti alla fuga. Gli alberi spogli e tristi di novembre stavano lasciando posto al riverbero delle luci natalizie, la città si stava vestendo a festa e le strade brulicavano di gente intenta a fare acquisti, quando il destino ci fece incontrare la seconda volta. Ero ferma davanti a una vetrina senza riuscire a decidere se il maglione esposto valesse il prezzo indicato.
«Ludo, perché?» sentii la sua voce alle mie spalle, alzai lo sguardo e vidi il suo volto riflesso sulla vetrina illuminata. Il tono non era quello di una domanda, ma di una supplica. Mi voltai e lo guardai come si guarda un miracolo, una stella cadente in una notte buia. Era come se improvvisamente qualcosa dentro di me fosse andato a posto. Mi accorsi che aveva l’aria stanca, il viso dimagrito, lo sguardo velato di una malinconia nuova.
«Mi sei mancato» dissi. Il suo viso tornò a illuminarsi di quel sorriso così speciale, poi prese tra le sue dita una ciocca dei miei capelli e li fece scivolare come una carezza. «Anche tu mi sei mancata» rispose.
Due giorni più tardi facemmo l’amore per la prima volta nella camera di un hotel fuori città. Ci amammo senza fretta e senza ansia, indovinando le esigenze dell’altro, rispettando i reciproci tempi come se un direttore d’orchestra ci guidasse su note musicali di uno spartito imparato a memoria. Ricordo che dopo la passione soddisfatta restammo sdraiati l’uno accanto all’altro senza parlare, completamente in pace con noi stessi e con il mondo. Ricordo anche un’altra cosa. Ricordo che mi tornarono alla mente le parole che disse il parroco durante gli incontri prematrimoniali: fare sesso è un’esperienza che possono fare tutti ma fare l’amore con la persona che davvero è quella a noi destinata è qualcosa di grande. È sentirsi vicini a Dio come nella preghiera. È stare in Dio. Mi resi conto di quanto fossero vere le sue parole. Inutile dire che mi sentii in colpa per averle comprese a letto con un uomo che non era mio marito, ma poi mi voltai e incontrai lo sguardo di Giulio, oltre le sue spalle, dalla finestra si vedevano cadere i primi fiocchi di neve. E seppi che quello era il mio posto.
Da quel giorno le nostre vite rimasero intrecciate come le dita di una mano. Non ci lasciammo più. Numerose volte ci provammo, ma senza troppa convinzione e senza volerlo mai veramente. Così come pensammo di separarci, di stare insieme definitivamente e alla luce del sole, ma anche in questo caso senza troppa convinzione e senza mai riuscirci. Ogni volta che eravamo a un passo dal comunicare alle rispettive famiglie la verità, accadeva qualcosa che ci faceva vacillare, ci faceva rimandare a un altro momento. E quel fatidico momento non arrivò mai.

 

Così passarono i giorni, i mesi e infine gli anni e quando davvero non c’erano più scuse, i figli erano grandi e non rappresentavano più la causa principale dei nostri sensi di colpa, ci accorgemmo di essere vecchi e distruggere le nostre famiglie ci sembrò un atto di crudeltà ancora maggiore rispetto a prima.
Cos’avremmo lasciato dietro di noi? Solo macerie, negando alle persone che lasciavamo anche la possibilità di rifarsi una vita. Una mia cara amica, l’unica a essere a conoscenza della verità, una volta mi disse: «Ludovica, ma cerca di essere sincera con te stessa per una buona volta. La tua storia con Giulio è così straordinaria solo perché esula dal tran tran quotidiano, e inconsciamente lo sapete anche voi. Probabilmente non avrebbe retto se aveste sbattuto il muso contro la vita di tutti i giorni». Le sue parole mi amareggiarono, per anni non avevo fatto altro che desiderare di svegliarmi ogni giorno accanto a lui, stirargli le camicie, tornare a casa e cenare commentando le notizie del telegiornale. Eppure quel commento mi fece riflettere, dopotutto poteva non avere torto. Io e Giulio ci eravamo presi il meglio, lasciando agli altri il gusto amaro dei risvegli mattutini, le bollette da pagare, la spesa del sabato pomeriggio. Queste erano cose che appartenevano alle vite di tutti. Con mio marito condividevo le grane di ogni giorno, le preoccupazioni di un mutuo a tasso variabile, le gioie delle promozioni di Rebecca, le vacanze nei villaggi turistici, la complicità frutto di tanti anni insieme e resa più forte dalla presenza di una figlia che attraversava le varie tappe della vita fino a spiccare il volo.
Un bel giorno capii che non avevo nulla da rimproverarmi e smisi di biasimarmi. Sono stata una buona moglie e una buona madre, certamente migliore di tante altre. Sono rimasta accanto a mio marito nella buona e nella cattiva sorte, quando la sua attività ha dichiarato bancarotta ho ripagato i suoi debiti, non gli ho mai fatto trovare la tavola sparecchiata, non gli ho mai negato la mia presenza. Mia figlia è una giovane donna piena di entusiasmo, ha terminato l’università, ha un fidanzato, un lavoro, una vita ricca di amici e interessi. No, non ho nulla da rimproverarmi.
A Giulio spettava tutto il resto. A Giulio spettava la mia anima. Siamo invecchiati insieme senza mai smettere di guardarci con la stessa meraviglia del nostro primo incontro. Quando si è ammalato sono stata la prima persona a saperlo. Ho odiato sua moglie, lo spazio che occupava. Vedersi divenne difficile, ma continuammo a farlo. La sera prima di morire riuscì ancora a sorridermi. Anche nel dolore, il suo sorriso restava speciale.
Mentre i pensieri si riavvolgono nel nastro della memoria, mi accorgo che la messa è finita. La bara si sta avviando verso l’uscita. Vorrei avvicinarmi per l’ultimo saluto ma le gambe si sono fatte di piombo, non riesco a muoverle di un passo. E allora rimango qui. In ombra, esattamente dove sono rimasta per tutti questi anni. Faccio scivolare lentamente un bacio sulle dita, come una carezza. Ciao amore. Ciao.

 
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