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L’uomo dei miei sogni

Cuore

“L’uomo dei miei sogni” di Roberta Giudetti, pubblicata sul n. 44 di Confidenze, è una delle storie vere più apprezzate dalle lettrici questa settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

L’ho incontrato, amato e lasciato perché mi sentivo inadeguata. Non l’ho mai dimenticato però, nemmeno quando ho sposato Alessio. Per quello che è successo dopo sono stata giudicata, ma era il prezzo da pagare per essere felice

Storia vera di Carolina B. raccolta da Roberta Giudetti

 

Ci sono donne che non si accontentano. Donne che, soprattutto in amore, puntano diritte alla meta. E la meta di solito è l’uomo che hanno sempre sognato. L’uomo che corrisponde per aspetto fisico, intelligenza ed empatia ai loro desideri.

Ho smesso di sognare a 17 anni, quando mio padre ci ha lasciati all’improvviso, stroncato a 52 anni da un infarto. Ricco da generazioni, aveva portato avanti la tradizione familiare impegnandosi nella carriera diplomatica. Da bambina ho viaggiato moltissimo e ho vissuto nell’agio, per non dire nel lusso.

Ma quando mio padre è morto, mia madre è riuscita a dilapidare il patrimonio in pochi anni, perso al gioco e in investimenti sbagliati suggeriti da qualche amante di passaggio. Per me e mio fratello è stato come svegliarsi da un bel sogno e ritrovarsi in una dimensione parallela. Addio all’appartamento nel centro di Milano, alla casa ad Alghero, agli abiti firmati, alle lezioni di equitazione. Addio vita facile e benvenute bollette da pagare, bilocale in affitto, creditori da saldare.

Di colpo, erano spariti tutti gli amici che avevano sempre frequentato la nostra bella casa.

Durante l’ultimo anno di liceo Classico mi ero fidanzata con Enrico Maria. Affascinante, elegante, educato. Destinato a diventare un grande avvocato come il padre. Era la vita a cui mi sentivo destinata. Eravamo innamorati e lui il tipo d‘uomo che avevo sempre sognato. Ma quando ho dovuto cambiare stile di vita, mi sono vergognata e l’ho lasciato facendogli credere che ero interessata a un altro. Non ho mai pensato che i miei compagni avrebbero potuto comprendere la mia situazione e aiutarmi anche perché, nei fatti, nessuno mi ha mai più cercata. Dopo il diploma, sono sparita dal loro mondo, dai golf club e dalle feste per debuttanti. Non mi sentivo più all’altezza e poi avevo ben altri problemi, prima di tutto quello di sopravvivere. Mi ero iscritta all’università, ma non riuscivo a pagare le rette e avevo deciso di abbandonare gli studi. Una cosa sapevo fare abbastanza bene: disegnare. Era sempre stata la mia passione e mi veniva naturale.

In anni in cui ancora il computer e i tablet non avevano preso il sopravvento, illustravo libri di medicina. Disegnavo a mano alla perfezione ossa e muscoli.

Avevo affittato un bilocale vicino all’Arco della Pace, perché non riuscivo a concepire l’idea di vivere lontana dal centro, ma ero sola. E gli anni passavano inesorabili. Avevo saputo che Enrico Maria si era sposato con una ragazza bella e ricca e insieme vivevano in un appartamento splendidamente arredato in una delle zone più chic di Milano, dove da sempre vivono i ricchi. Ogni tanto passavo in quella via nella speranza di incontrarlo, di trovare il portone aperto in modo da sgattaiolare nel cortile per ammirare i marmi rosa, le vetrate Liberty e gli intonaci giallo Maria Teresa d’Austria. Se lo avessi incontrato davvero, forse non mi avrebbe nemmeno riconosciuta. Eravamo invecchiati e io mi ero trascurata per tanto tempo. Andavo dal parrucchiere una volta all’anno e non sapevo più cosa fosse un’estetista. I miei abiti li acquistavo al mercato e non frequentavo più il suo giro. Ma non riuscivo a smettere di sognarlo.

 

 

Alla fine mi sono rassegnata: la mia vita era cambiata e dovevo adattarmici. Quando ho conosciuto Alessio, avevo già 38 anni. Era un brillante commercialista di sei anni più giovane di me, figlio di operai che avevano risparmiato tutta una vita per vederlo laureato e sistemato. Ale era un ragazzo molto solo, come me. Ci aveva presentato un amico comune. Dopo tre mesi di frequentazione si era armato di coraggio e si era dichiarato. Diceva di avere perso la testa per me e io mi sentivo lusingata, ma non pensava di essere alla mia altezza perché sapeva che provenivo da una famiglia ricca. Io avevo cercato di dissipare ogni suo dubbio.

«Tu sei abituata al lusso, alla grandezza. Io sono solo il figlio di un operaio» mi aveva sussurrato una volta, quasi tremando.

«Quella vita è lontanissima da me. Non sono più quella persona da molti anni, credimi».

«Certe cose fanno parte del nostro DNA» aveva insistito.

«Ti dimostrerò il contrario» risposi.

Ero sincera. Credevo di amare Alessio e volevo voltare pagina in modo definitivo. Ma forse Ale aveva visto più lontano di me, in effetti.

Ci siamo sposati due anni dopo. La sua testimone di nozze disse che non sembravo una sposa felice, ma non era vero. Quel giorno io mi sentivo raggiante.

Non sono mai piaciuta ai suoi genitori, mi consideravano una snob. E nemmeno ai suoi amici. La cosa non mi toccava più di tanto. Eravamo innamorati e volevamo un figlio. Ale si prendeva cura di me come nessuno aveva mai fatto. Ero serena.

Avevo 40 anni quando sono rimasta incinta del nostro bambino e a me è sembrato un miracolo. Finalmente la vita mi restituiva la gioia di vivere che mi aveva tolto con la morte di mio padre. Quando è nato Federico, mi sono sentita una donna realizzata. Ogni tanto, lo ammetto, discutevo con Ale perché secondo me era poco ambizioso. Lavorava come commercialista in uno studio di associati, ma sapevo che era troppo in gamba per non mettere in piedi uno studio tutto suo. Alessio lavorò giorno e notte e nel giro di quattro anni, infatti, riuscì ad aprire il suo studio. Federico cresceva e io ero una madre orgogliosa. Avevamo cambiato casa, ci eravamo ingranditi. Certo, mi sarebbe piaciuto realizzare qualcosa di mio, ma non sapevo bene cosa. Ormai nessuno richiedeva un’illustratrice di muscoli e ossa, tutto si era velocizzato con il digitale, ma io non ero stata al passo con i tempi. Avevo iniziato a dipingere, anche sulla stoffa. Per un certo periodo avevo confezionato delle spille molto chic con le stoffe che dipingevo ed ero riuscita a venderle in alcune boutique di abbigliamento vintage. Ma era un lavoro troppo impegnativo per guadagnarci davvero qualcosa. Potevo considerarlo solo un hobby. Professionalmente ero una frana, questa è la verità.

Un giorno, girovagando per il centro, ho incontrato Luisa, una ex compagna del liceo. Un tuffo nel passato. Mi ha invitata a casa sua, un immenso attico, a bere un aperitivo. Riprendere contatto con uno stile di vita che ero stata costretta ad abbandonare mi fece male. Mi sentivo un’ingrata, ma non potevo non ammettere con me stessa che invidiavo Luisa, la vita che faceva, il poter spendere senza pensare. Le invidiavo tutto: le tende, i soprammobili, le vacanze, le borse griffate, la scuola americana frequentata dai figli. Non sopportavo l’idea di aver perso per colpa di mia madre la possibilità di vivere così. Lo so che i soldi non danno la felicità, me lo ripeto ogni santo giorno, ed è vero. Però nemmeno la povertà. So perfettamente che passerò per una snob, superficiale, piena di luoghi comuni, ma io che ho vissuto entrambe le realtà non riesco a non essere sincera. La vita agiata rende tutto più semplice. I problemi restano, ma sono meglio gestibili.

Ho iniziato a rifrequentare Luisa e lei ha voluto organizzare una rimpatriata della nostra classe dopo oltre vent’anni dalla Maturità. È così che ho rivisto Enrico Maria e ho saputo che si era diviso dalla moglie. Ho ricominciato a uscire con lui e ho tradito Alessio. Per mesi ho vissuto nella menzogna, senza darmi pace. Come potevo fare una cosa così infame al padre di mio figlio? Le voci che iniziarono a girare suonavano come un insulto: tutti sicuri che fosse il patrimonio di Enrico l’unica cosa che mi interessava davvero. Invece lui era semplicemente l’uomo dei miei sogni che mi ero strappata dal cuore quando mia madre ci aveva gettati in quella situazione. Era l’unico uomo di cui ero stata davvero innamorata. Nessuno ha creduto alla sincerità dei miei sentimenti quando ho lasciato Alessio. Non ero la donna adatta ad Ale e lui lo aveva capito subito. Se non lo avessi lasciato, non avrebbe mai conosciuto Martina: si sono sposati tre anni fa e hanno avuto due figlie a cui Fede è attaccatissimo. Non ha perso tempo il mio ex, ma so che non ho alcun diritto di esprimere sentimenti e giudizi. Una parte di me è ancora molto legata ad Alessio, e lui a me. In cuor nostro sappiamo che non eravamo fatti l’una per l’altro.

 

 

Siamo stati d’accordo nello scegliere l’affido condiviso. Federico oggi è un adolescente abbastanza sereno che adora le sue sorelline. Enrico si comporta come un padre con lui. Agli occhi del mondo, la mia è la storia di un’opportunista saltata sul carro del primo che le ha dimostrato un po’ di amore per poi voltargli le spalle appena si è presentata un’occasione migliore. Ma non è così. Se non fosse stato Enrico Maria, il vero amore della mia vita, non avrei mai lasciato Alessio, ma molto probabilmente lo avrebbe fatto lui. Abbiamo confuso l’amore con la paura di restare soli e di non riuscire a costruire una famiglia. Accade quando non si è più giovanissimi.

C’è chi ha il coraggio di rimanere solo. Chi aspetta fino all’ultimo la persona dei suoi sogni. Ci sono donne che non si accontentano e in amore puntano diritte alla meta. Io ho percorso una strada molto contorta per essere felice. Ma quando ho sposato Alessio non mi sono accontentata, ero convinta fosse la scelta giusta per entrambi, che fosse amore. Insieme, abbiamo dato la vita a nostro figlio, la gioia più grande al mondo. Tutti e due, ognuno a suo modo, abbiamo trovato la nostra strada accanto alla persona che amiamo. E la felicità ha trovato noi.

 

 

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