Mettimi la mano in testa

Cuore

Rileggi sul blog Mettimi la mano in testa di Giovanna Sica, pubblicata sul n. 24 di Confidenze, è la storia vera più apprezzata della settimana 

 

Mi salutava così Saverio, da ragazzi: con un gesto simbolico che racchiudeva tutte le parole che non sapeva dirmi. La vita ci ha separati e di nuovo fatti incontrare. Chissà se questa volta troveremo il coraggio di prenderci ciò che il tempo e la lontananza ci hanno tolto 

Storia vera di Teresa D. raccolta da Giovanna Sica

 

Mi sono accorta che la primavera è arrivata solo quando è venuta a bussare alla mia porta. Letteralmente. Il mio anziano vicino di casa si è palesato davanti al portoncino rosso della villetta per farmi notare che il vento ha fiaccato la mia mimosa. Gli ho risposto che non me ne ero accorta, che avrei chiamato subito il giardiniere. Sono stata cortese, ma distaccata, come sono ormai con tutti da quando mio marito se ne è andato. Non avevo notato la mimosa spezzata e neanche gli altri alberi in fiore perché in giardino non ci vado mai. Nemmeno dall’ampia vetrata del salotto guardo il verde, il giallo e il rosa che puntellano lo spazio attorno casa. Sto sempre in ufficio a lavorare, e anche nei weekend tengo gli occhi incollati solo al pc. Lavorare. Produrre. Non pensare a niente altro. Soprattutto, non pensare alla vita di prima che non ho più. Fino a che il mio corpo mi ha dato una bella mazzata fra capo e collo. Forse, prima di mostrarsi così deciso, quasi efferato, il corpo mi ha mandato altri segnali che io ho deliberatamente ignorato. Fatto sta che quando ho iniziato a sudare, tremare e avere le palpitazioni, ho dovuto fermarmi per forza. Ho fatto delle analisi, il mio quadro clinico sembra regolare. «Stress» ha chiosato il medico. «Hai bisogno di riposo e di svago, Teresa» ha assicurato Michele, che è sì il mio dottore, ma prima ancora è un amico. Il mio capo ha storto il naso quando gli ho detto che volevo prendermi quelle ferie arretrare che tenevo lì ad ammuffire. Ha abbozzato che potevo lavorare da casa, se andare in ufficio mi stressava. Gli ho risposto che non intendevo lavorare proprio per niente per due settimane, che me ne sarei andata al paesello di mia madre. E così ho fatto. Ho preso un treno che da Milano mi ha portata giù in Campania, indietro nel tempo.

Il paese di mia madre si trova in Cilento, abbarbicato alle montagne. Lì per tutti io sono la milanese. Non venivo da otto anni, da quando mia mamma è morta. Maria, mia madre, a 20 anni, sposando mio padre, si era trasferita in città. Ma quando rimase vedova scelse di tornare al suo paese, nella casa in cui era cresciuta, che già da tempo aveva comprato liquidando i fratelli. Dopo i funerali della genitrice, diedi le chiavi di casa alla sua vicina, la comare Michelina, e le chiesi di aprire le finestre, ogni tanto: mamma adorava luce e aria nelle sue stanze. Appena arrivo in paese sento una strana spossatezza, sarà la primavera forse. Mi ronzano le orecchie, mi gira la testa, attorno a me non è cambiato nulla. Le case arroccate su vicoletti stretti hanno vasi coi fiori davanti alle porte d’ingresso e tende di macramè alle finestre. Non c’è quasi nessuno in giro, d’altronde la popolazione si è dimezzata, molte famiglie tornano per le vacanze estive. Anch’ io e i miei genitori venivamo in questo fazzoletto di mondo solo d’estate, per godere della frescura e della quiete del paese. Quando sono davanti all’arco del limoneto che incornicia casa di mamma, il profumo dei limoni mi scioglie nodi della memoria che sembravano chiusi col lucchetto. Mi sale in bocca, come lo stessi mangiando adesso, il sapore aspro del frutto giallo, misto a quello dolce dello zucchero che noi bambini ci godevamo a merenda: zucchero a volontà su grosse fette di limone. Tempi lontani, oggi che il limone mi fa bruciare lo stomaco solo a guardarlo.

Michelina mi aspetta sulla soglia di casa, l’avevo avvertita del mio arrivo. È felice di vedermi, dice che mi trova sciupata, che sono bianca bianca, che si vede che a Milano sto sempre a lavorare e non piglio mai un po’ di sole. Apre la porta di questa casa, che da otto anni è diventata di mia proprietà, e io scopro che anche fra queste stanze il tempo ha smesso di scorrere: ogni cosa è al posto che ricordavo, solo il frigo è nuovo, Michelina mi aveva avvisato che quello vecchio l’aveva dovuto buttare. Sono felice che in questi anni ci sia stata lei a occuparsi della casa. Qualche volta mi ha chiesto se poteva farci dormire dei suoi parenti, e io le ho sempre detto che non c’era neanche bisogno che me lo chiedesse, che mi faceva piacere sapere che questo spazio era ancora abitato da qualcuno.

 

Abbraccio Michelina e mi commuovo, mi sembra di ritrovarmi bambina, bambina fra le braccia di mamma mia. Loro due erano tanto amiche, erano cresciute assieme, e lo restarono anche negli anni in cui si vedevano solo d’estate. Negli altri mesi dell’anno, Maria abitava in città, si era maritata con un ingegnere. Michelina, invece, aveva sposato un paesano e lavorava nei campi. «Dopo vieni a mangiare da me? Ti ho preparato i tagliolini al sugo, le polpette e i carciofi arrostiti che ti piacevano tanto. E pure la torta mimosa» mi invita la vicina.

«E come faccio a dirti di no, Michelina, se hai preparato tutto questo ben di dio?». Lei per tutta risposta mi fa scivolare la mano sulla guancia e poi se la bacia. Da quanto tempo non ricevevo una carezza così, me la faceva anche la mamma. All’inizio quasi mi viene da ritrarmi, non sono più abituata a farmi toccare dagli altri, ma poi accolgo la mano di Michelina e mi fa un gran bene sentire la consistenza ruvida e calda delle sue dita sul mio viso.

In realtà, avrei voluto starmene un po’ da sola, ma non posso rifiutare un invito così accorato. Durante il pranzo Michelina mi aggiorna sui fatti del vicinato. Un paio di divorzi che qui sembrano ancora una roba scandalosa, molti defunti, d’altronde erano tutti paesani che avevano festeggiato parecchi compleanni con l’otto davanti, se non addirittura col nove. E poi un clamoroso coming out: Gennaro, il figlio di don Ciccio, è gay. Non sono più abituata a mangiare così tanto, ho bisogno di fare una passeggiata. Scendo verso l’unica piazzetta del paese, se ancora esiste il bar di Nunziante mi faccio preparare un bel caffè. Nunziante s’è fatto vecchio, se ne sta seduto al sole e guarda i piccioni con l’aria di chi si alzerà da un momento all’altro per mandarli via, ma non si alza, non credo ce la faccia. Al bancone c’è suo figlio Antonio, è felice di vedermi, borbotta che suo padre non ci sta più con la testa. Vado alla cassa per pagare, ma una voce alle mie spalle assicura: «Il caffè alla signora lo offro io». È una voce che non posso non riconoscere, nonostante non la senta da tanto tempo: Saverio.

 

Mi giro e lui accompagna un “bentornata” a un inchino plateale. Lo abbraccio e scopro che l’odore che sento sul suo collo è lo stesso che aveva da ragazzo, quando mi accompagnava a casa dopo che con gli altri amici avevamo passato la serata in piazzetta. Davanti alla porta di casa mia, Saverio non si decideva mai ad andarsene, ma neanche a baciarmi. Con l’indice mi tratteggiava i contorni del viso, ma non trovò mai il coraggio di attirarmi a sé e conquistare le mie labbra. E allora io, che pure ero timida, lo abbracciavo per togliermi dall’imbarazzo di chi aspetta. Quando ci staccavamo lui mi metteva la mano in testa e racchiudeva in quel gesto simbolico di cura tutte le parole che non sapeva dirmi. Non mi è successo mai più che un uomo mi mettesse la mano in testa. «Che ci fai qui?».

«Sono venuta a riposarmi e a rigenerarmi nel tuo piccolo magico borgo».

«Sei con tuo marito?».

«Non ce l’ho più un marito, ma, piuttosto, parlami di te. Michelina mi ha detto che hai aperto un’osteria da sogno dove una volta c’erano le cantine di tuo padre, che sopra ci hai fatto pure le camere, che d’estate vengono perfino dall’America a dormirci!».

«Sì, a giugno scorso ho ospitato una comitiva del Connecticut, qui in paese li guardavano manco fossero stati marziani».

«Sei stato bravo, Saverio. A restare. A inventarti una vita qui, ricordo che fin da ragazzo lo dicevi sempre che tu da questo posto non te ne saresti mai andato».

«Già, tu invece già allora ci venivi solo in vacanza. Era tutto già scritto. Io sarei rimasto un paesanotto e tu una ragazza di città».

«Be’ non direi tanto paesanotto, Michelina mi ha detto che organizzi concerti, presentazioni, mostre…».

Per tutta risposta Saverio si mette a ridere, e poi, visto che in fondo è ancora un ragazzo timido, mi mette la mano in testa e mi scompiglia i capelli, come faceva una volta. «Vuoi vedere il locale?» .

«Volentieri». Ci andiamo a piedi, lui mi cammina avanti, mi dice che sono ancora lenta, mi aspetta, e poi mi rimette la mano in testa. Il ristorante di Saverio sembra uscito da un libro di favole. Ha una terrazza davanti con fiori e alberi da frutta in grossi vasi. Sopra c’è un piano per le camere e sotto ci sono ancora le cantine di suo papà, dove il mio amico porta i suoi ospiti a degustare vini e formaggi.

«Che meraviglia! Sei diventato bravo pure a cucinare?» lo interrogo. «

«No, quello è il regno di mia moglie, io mi occupo della sala».

Me l’aveva detto Michelina che Saverio si era sposato, eppure non riesco a trattenere un’amara smorfia di delusione, che lui coglie, non sa gestire e allora distoglie lo sguardo. Anche se non capisco la mia reazione e nemmeno la sua: fra noi in fondo non c’è stato mai nulla, ci piacevamo da ragazzi, passavamo molto tempo assieme, più in silenzio che a parlare. Lui mi accompagnava a casa tutte le sere, poi ci siamo fatti grandi, io non sono più venuta qui d’estate, mi sono trasferita a Milano, mi sono sposata e infine mio marito mi ha mollata…

«Hai figli?» domando, anche se anche su questo la vicina di mia madre mi ha informata.

«Una femmina, ha tre anni, si chiama Angela, come mia madre. È una gran monella, mia figlia, un incanto».

«Saverio, io vado, immagino tu abbia da lavorare».

«Posso avere l’onore di invitarti stasera a cena? Non potrò occupare la sedia accanto alla tua, ma ti prometto che mi prenderò cura di te».

«Facciamo un’altra sera, ancora non ho digerito il lauto pasto che mi ha preparato Michelina a pranzo».

«Non è che te ne torni a Milano e sparisci di nuovo?».

«Domani sera, dai. Per te va bene?».

«Certo. Io sono qui tutte le sere tranne il lunedì».

Avrei voluto dire di sì, subito. All’improvviso mi è presa una grande frenesia di stare con lui, di guardarlo lavorare, di starcene vicini in silenzio, come facevamo da ragazzi. Però, l’idea che ci sarebbe stata sua moglie mi ha frenata, ho avuto paura di sentirmi in imbarazzo, o semplicemente di non farcela a reggere la loro felicità. L’indomani però mi faccio coraggio e vado. Mi sono truccata un po’, ho sciolto i capelli, ho messo un vestito semplice perché non mi andava di mostrarmi troppo elegante, e comunque ho le scarpe basse che per le stradine del paesello i tacchi son banditi per via dei sanpietrini. Il mio amico sta prendendo l’ordinazione a un tavolo con tre persone, però, quasi avesse sentito il mio odore, alza gli occhi appena sono davanti alla vetrata grande. Non me l’aspettavo, forse lui mi stava aspettando. Dall’emozione, dallo sbando, mi cade lo scialle dalle spalle.

Saverio mi viene incontro, mi apre la porta, mi sorride, mi fa accomodare a un tavolino delizioso. Poi però dice: «Chiamo mia moglie, così te la presento».

Lucia è una donna semplice, lo intuisco al primo sguardo. È una ragazza di paese, felice della vita che ha, in adorazione del marito. Il mondo per lei è tutto dentro il perimetro delle montagne che la circondano. Non le importa niente di quello che succede altrove. È gentile, secondo me avverte che suo marito mi tratta con eccessivo riguardo, ma lascia correre, tanto sa che sono solo di passaggio, che non posso portarle via niente. Per fortuna mia, vengono pochi clienti, Saverio può stare molto tempo con me, e pure quando sta da un’altra parte mi guarda, mi guarda sempre. Lucia se ne va appena sono finite le comande, sua madre è con la bimba, ha fretta di tornare a casa.

Quando restiamo soli, Saverio stappa una bottiglia di vino rosso e mi chiede se ho voglia di andare a vedere le cantine. Io gli dico di sì, e se tergiverserà ancora nel darmi quel bacio che sto aspettando da una vita, sarò io ad accostarmi. Ma Saverio sente la mia stessa urgenza di toccarmi la bocca. Appena arriviamo giù mi mette la mano in testa, ma stavolta non è per togliersi dall’imbarazzo, stavolta mi attira a sé e mi bacia, mi annusa le spalle, mi spoglia, vuole sentire la consistenza del mio corpo. E senza dire una parola facciamo l’amore, guardandoci negli occhi. Neanche dopo abbiamo bisogno di parlare. È stata la normale prosecuzione di un finale che avevamo procrastinato troppo a lungo.

La sera dopo, finito il servizio al ristorante, senza avermi nemmeno avvisata, Saverio si presenta alla mia porta con una bottiglia di vino in mano. Per tutte le sere che resterò a casa di mia madre, lui verrà da me e faremo l’amore. A lungo. Secondo me, lo sanno già tutti in paese, anche sua moglie, ma fa finta di nulla, tanto lo sa che poi me ne vado. E infatti i 15 giorni di ferie passano e io me ne devo andare. Ho preso colore sulle guance, qualche chilo e non ho più le palpitazioni. «E se restassi?» mi scappa una notte, all’improvviso, mentre Saverio si sta rivestendo.

«Se resti, io lascio mia moglie e mi metto con te». Ma è un pensiero folle, una vertigine. Il profumo dei limoni e del corpo di Saverio mi confondono. Sarà la primavera, eppure. Io sono dentro un’altra vita. Ho un lavoro che mi piace molto e una mimosa fiaccata dal vento che mi stanno aspettando a Milano. Non mi posso inventare locandiera a 36 anni, che poi cucinare non mi piace proprio per niente. E così me ne vado, ma non lo dico a Saverio l’ultima notte che è l’ultima volta che facciamo l’amore. Sull’uscio della porta, mentre se ne sta andando che il cielo sta già schiarendo, per una volta gli metto io la mano in testa. Lui sorride innamorato e non capisce.

 

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