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I miei alunni senza libertà

Cuore

“Un racconto molto toccante che mostra come gli insegnanti giusti possano fare la differenza” scrive Rossana, una nostra lettrice, sulla pagina Facebook. La storia più apprezzata della settimana è “I miei alunni senza libertà” di Caterina Rotundo, pubblicata sul n. 29 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Fu solo per un anno che INSEGNAI in un carcere minorile, eppure quei ragazzi sono rimasti nel mio CUORE. E, per quanto ho potuto, ho trasmesso loro la VOGLIA D’IMPARARE e soprattutto la SPERANZA in un FUTURO diverso

Storia vera di Caterina Rotundo

 

“Non è mai troppo tardi“, la fiction trasmessa tempo fa in televisione, mi ha fatto rivivere l’anno in cui ho insegnato anch’io in un carcere minorile. Erano i primi di settembre del 1983, faceva ancora tanto caldo e io ero in vacanza nel bel mare della Calabria. La scuola sarebbe cominciata verso la metà del mese di settembre e io potevo ancora godere del sole caldo e del mare di fine estate. Ma non fu così. Proprio in quei giorni fui convocata dal Provveditorato agli Studi per una comunicazione urgente. Entro il 4 settembre avrei dovuto prendere servizio come insegnante al carcere minorile. La notizia non mi sconvolse affatto, anzi ero contenta perché avrei avuto per quell’anno il lavoro vicino casa. Ritornai quindi in città e alla data stabilita mi presentai al lavoro.

Il direttore mi accolse con molta diffidenza, vedendomi così minuta e dolce pensò di certo che non ce l’avrei mai fatta. Mi disse che se non fossi stata dura e severa non sarebbe stato possibile tenere testa a quei ragazzi. Le sue parole non mi turbarono più di tanto, al momento opportuno so tirare fuori grinta e difesa.

Cominciai così il mio lavoro. Era una giornata caldissima, mi ero vestita piuttosto elegante e mi presentai alla segreteria del carcere. Una guardia mi sottopose a una specie di perquisizione: controllo della borsa, tasche e vestiti. Dopo mi accompagnò nella stanza che sarebbe stata l’aula dove c’erano una lavagna, una cattedra e tanti tavolini che dovevano servire come banchi. Qualche minuto dopo accompagnati da un agente carcerario entrarono circa dodici ragazzi dai 14 ai 16 anni. Erano arrabbiati, si insultavano tra loro, gridavano, pronunciavano parolacce e bestemmie. Si sedettero e con furia cominciarono a tirare pugni sui tavoli. Questi atteggiamenti non mi scoraggiarono, rimasi un poco turbata ma mi aspettavo simili reazioni. Lasciai che si sfogassero tranquillamente e questo mio atteggiamento li colpì, infatti dopo un po’ si acquietarono e guardandomi sorpresi mi chiesero chi fossi e cosa volessi.

Con calma e con un bel sorriso mi presentai, sapevo che solo mostrandomi paziente e garbata ma anche ferma avrei potuto offrire quel contenitore psicologico di cui tanto avevo letto sui libri. Chiesi loro di fare altrettanto. Uno alla volta mi riferirono nome, cognome ed età.

Mi avevano spiegato che era vietato chiedere il reato commesso e la pena da scontare. A ognuno chiesi la preparazione scolastica. Un bel gruppo fra loro non sapeva leggere e scrivere, un altro leggeva e scriveva stentatamente, un altro infine era più preparato e doveva completare il secondo ciclo di studi. Così cominciai il mio lavoro che, oltre allo studio, aveva lo scopo di conquistare la fiducia dei ragazzi e stabilire un rapporto di amicizia con loro. Ci volle del tempo, ma con fatica ci riuscii. Non mi sedevo quasi mai alla cattedra, la lezione cominciava con una bella conversazione sugli argomenti più vari, da quelli personali alla politica, al calcio, alla vita carceraria. La noia e la vita stentata e ristretta li tormentava e li amareggiava. Così cercai di soddisfare un po’ i loro desideri e bisogni. Comprai libri, giornalini, sigarette, dolciumi e tra noi si stabilì subito un rapporto di stima e simpatia. I ragazzi cominciarono a frequentare le lezioni con piacere. Il gruppo che non era mai andato a scuola cominciò a impegnarsi e al termine dei tre mesi imparò a leggere e scrivere. Gli altri andarono avanti migliorando sempre più la loro preparazione.

 

In me trovarono l’insegnante ma soprattutto l’amica e la persona fidata. Mi confidarono i loro pensieri, le loro ansie e tormenti. Un ragazzo mi raccontò che la madre lo aveva cacciato da casa perché era diventato un delinquente, da tre anni non la vedeva più e sentiva la sua mancanza. Lo convinsi a scriverle una lettera, lo aiutai. Era una lettera commovente e la madre appena la lesse chiese di incontrare il figlio in carcere. Si riabbracciarono promettendosi di non separarsi mai più.

Un altro mi raccontò che a dodici anni aveva cominciato a drogarsi: per procurarsi la roba andava di notte con il suo gruppo a scassinare i negozi e a rubare di tutto. Diceva che sotto l’effetto della droga ogni oggetto anche il più pesante, come lavandini, frigoriferi e cucine, sembrava leggero. Un altro mi confidò che faceva il rapinatore, rubava minacciando le vittime con le armi. Mi raccontò anche dove teneva nascoste le pistole: nel cimitero. Non sapevo cosa fare, se mantenere il segreto, e riuscii a convincere il ragazzo a parlarne con il direttore. Ognuno mi raccontò della vita fuori dal carcere, di quello che avevano fatto prima di finire lì. La mia aula piano piano cominciò a diventare un punto d’incontro anche per altri detenuti che non frequentavano la scuola, per gli educatori e per il personale carcerario. Uno degli educatori rivolgendosi ai ragazzi disse ad alta voce: «La vostra maestra è speciale, siete stati fortunati ad averla incontrata».

Per loro ero diventata un sostegno, e il rapporto che avevamo stabilito era diventato prezioso anche per me. Cercai di creare delle occasioni di divertimento, organizzai uno spettacolo di teatro con l’aiuto di una compagnia che avevo contattato. Tutti i ragazzi assistettero entusiasti, anche quelli che non frequentavano la scuola. Organizzai giochi, gare sportive e culturali; la direzione del carcere sostenne le mie iniziative vedendo quanto tutto ciò faceva bene ai ragazzi.

Il direttore si disse ammirato dell’impegno e della dedizione da me dimostrati e mi fece tanti complimenti.

L’anno trascorse splendidamente e quando finì fu un dispiacere per tutti. Questi ragazzi sono rimasti nel mio cuore e conservo con amore la poesia che uno di loro mi ha dedicato. “Non volevo, non sapevo che cos’era la scuola, ora so cos’è e sono felice”.

 

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