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Non è successo niente

Cuore

“Ho sognato mentre lo leggevo”, “Carino e frizzante”, scrivono Anna e Cristina, due nostre lettrici, sulla pagina Facebook. Parlano di “Non è successo niente”, la storia vera più apprezzata della settimana. Ve la riproponiamo sul blog 

 

Sospesi come in una bolla, prigionieri in un albergo per la troppa neve, io e Marta ci siamo amati oltre ogni nostra aspettativa. Non esistevano più né spazio né tempo ma solo quei centimetri di pelle da accarezzare e il ritmo dei nostri respiri. Finché non è tornato il sole

Storia vera di Riccardo C. raccolta da Roberto Molinterni

 

La vidi abbassare gli occhiali da sole sulla punta del naso. Era al binario otto, davanti al treno. Stava fumando una sigaretta. Mi fissava per capire chi fossi. Forse dalla redazione non l’avevano informata. Mi avvicinai e sfoderai un sorriso.

«Ciao Marta» dissi.

«Ah sei tu» rispose lei, forse delusa.

«Non te l’avevano detto?».

«Ho letto l’e-mail di corsa» fu la sua giustificazione. «Sbrighiamoci». Buttò via la sigaretta ancora accesa, non curante di dove si sarebbe spenta, salì sul treno stringendosi le braccia per il freddo, aveva lasciato il cappotto sul vagone. La seguii, impacciato per le  troppe borse fotografiche che mi ero portato.

Lei si sedette nel posto dove si era già sistemata prima del mio arrivo e ricominciò a leggere una rivista di moda che aveva aperto mentre mi aspettava. Girava le pagine annoiata. Quando ebbi finito di sistemare le borse mi sedetti di fronte a lei e la guardai: era algida come me la ricordavo. Aveva bellissime labbra, carnose e fiorite, ma le contorceva in espressioni di disappunto che le accentuavano le prime rughe agli angoli della bocca: aveva appena superato i 35 anni. Gli occhi erano color nocciola, ma vitrei. I capelli, lisci, erano stati tinti di un marrone autunnale. Aveva levato gli occhiali da sole e li aveva appoggiati sul tavolino. Ci tamburellava attorno, con le dita smaltate di un rosso acceso e lucido. Le mani erano lunghe, quasi maschili. Nonostante tutto, pensai che sarebbe venuta bene in foto: rimaneva una donna di classe.

Le chiesi subito dell’articolo. Il treno intanto era partito, i paesaggi campestri sostituivano scorci metropolitani.

«Allora, che dobbiamo fare?».

«Tirare fuori la magia della Val di Fassa. Dev’essere uno di quei servizi che ti fanno dire: vorrei proprio passarci un fine settimana di fuoco col mio fidanzato… o col mio amante». Sorrise maliziosa.

«Tipo un servizio erotico» scherzai. Poi mi alzai: «Vuoi un caffè? Non ho fatto colazione».

«La mattina prendo tè verde».

«Chiedo allora se ce l’hanno?».

«Già fatto, grazie».

Era una sfumatura – soltanto una sfumatura – ma mi innervosì: avrebbe potuto dirmi subito che non voleva niente. Era un esercizio di potere. Mi avviai e non aprii più bocca.

Al bar c’era tantissima gente. Avrei preferito passare tutto tempo lì piuttosto che con Marta senza dirci granché, ma non c’era posto.

Quando tornai la trovai a giocare al cellulare, aveva una cover con le orecchie da coniglietta.

Mentre mi sedevo, senza alzare lo sguardo, quasi sottovoce, mi disse: «E il caffè? Non me l’hai portato?».

La guardai incredulo. Rideva divertita.

L’ultimo tratto del viaggio lo facemmo su un piccolo bus fino a Canazei. Io e Marta avevamo scelto due posti sulla stessa fila, ma distanti, con un sedile in mezzo. Era stata lei a scegliere la disposizione: era come se non volesse stare in intimità con me. Si vedeva che non era abituata ai reportage che facevo io, in zone di guerra. In questi posti scatta una naturale fratellanza fra colleghi: è come se si volesse stare più vicini per fronteggiare quello che si sta vivendo, stringersi per ricordarsi che cos’è l’umanità in mezzo all’orrore.

Quando arrivammo c’era già il proprietario dell’albergo. Ci portò fino alla struttura: cominciammo a vederla dopo una serie di curve che salivano fino a 2000 metri. L’albergo svettava in una radura in mezzo alle montagne. Era il classico edificio del Trentino, caldo e accogliente, ma spiccava per il lusso; una parte, dove c’era forse una spa, era una struttura sporgente a vetri specchiati, che guardava verso le cime.

Alla reception fummo accolti dai sorrisi delle figlie del proprietario: «Avete fatto buon viaggio?».

Ma Marta spezzò il clima accogliente.

«Senta, le dico subito che non voglio una camera esposta a nord».

Il sorriso delle ragazze diventò formale.

«A me invece va bene anche la stalla» aggiunsi io per stemperare.

Marta mi guardò torva.

 

 

 

Io e Marta ci salutammo in ascensore. Non sarebbe venuta a cena.

«Mi lasci mangiare da solo?».

Marta si avvicinò, mi sistemò il bavero del giubbotto di renna. Era talmente vicina che avrei potuto affondare nelle sue labbra, appena sopra c’era un piccolo neo che mi era sempre piaciuto, un tocco di grazia visibile solo ai più attenti osservatori.

«Ascolta, Riccardo: abbiamo già affrontato questo argomento tempo fa. Siamo troppo diversi».

«Non ti preoccupare, ho capito. Te l’ho detto anche io allora. Fra noi non potrà mai succedere niente».

«Buonanotte, Riccardo».

Uscì dall’ascensore. Io proseguii per il mio piano.

Dopo cena, me ne andai nel piazzale davanti all’albergo a telefonare a mia madre. Lo facevo tutte le sere, mi piaceva farmi raccontare la sua cena («stasera giusto due polpettine fritte al sugo»): sentirla parlare di cibo mi aveva rassicurato moltissimo nelle zone di guerra.

«Ma sei con quella giornalista antipatica che ti piaceva?» chiese mia madre.

«Sì…».

«Non è che ci rimani male di nuovo?».

«Ma’, lo sai come sono fatto: ogni due giorni mi innamoro di una diversa».

«Di questo passo io quando divento nonna?».

«Ma’!».

Finita la telefonata mi misi a passeggiare nel piazzale e a fumare. Vidi Marta incorniciata nella finestra della sua stanza. Parlava al telefono agitata. Mi nascosi dietro una jeep e rimasi a osservarla, senza essere visto. Dopo un po’ Marta chiuse il telefono e scoppiò a piangere, coprendosi la faccia con le mani.

La mattina tornammo a Canazei: Marta girava alla ricerca di storie per l’articolo, io di angoli da fotografare. Dovunque posizionassi la reflex, le immagini uscivano spettacolari, sature di colori vividi che contrastavano con il biancore della neve. Marta aveva incontrato un’artigiana che realizzava bellissime collane in una bottega zeppa di oggetti e lucine natalizie. Andai a fotografarla.

Mentre scattavo, lei scappò via dal negozio all’improvviso, preda di un malore. La raggiunsi fuori, respirava a fatica.

«Cos’hai?».

«Adesso mi riprendo».

Era un attacco di panico. Intanto aveva incominciato a nevicare in modo fitto, i fiocchi ci giravano attorno come insetti. Ci raggiunse preoccupato il proprietario dell’albergo.

«Dobbiamo sbrigarci, sta per mettersi male». Sembrava un vero e proprio temporale di neve: fulmini e tuoni riecheggiavano fra le montagne.

«Andiamo» disse Marta, determinata. Sembrava essersi ripresa. Anche se lo sguardo vitreo aveva perso forza, era diventato timoroso. Facemmo giusto in tempo a rintanarci nell’albergo.

La sera finalmente cenammo insieme. Marta sembrava cambiata, più disponibile. Mi raccontò che aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico da quando l’uomo che avrebbe dovuto sposare era andato via. Le aveva riattivato una vecchia ferita: l’abbandono da parte di suo padre. Una mattina, ancora bambina, si era svegliata e non c’era più. Non una lettera, non un messaggio. Lei e suo fratello, più tardi, lo avevano cercato: aveva una nuova famiglia. Solo che, quando l’avevano trovato, avevano anche capito che non avevano più niente da dirgli. Pensai che c’è un istante nella vita di ognuno in cui si perde la giovinezza e tutto il resto del tempo è un tentativo di riportare le cose a prima di quell’istante, una lotta costante che chiamiamo ricerca della felicità, ma in realtà è solo un ritorno alla spensieratezza.

A me era capitato in una zona di guerra quando ero stato fermato per una settimana dai miliziani. Pensavo che non sarei più tornato a casa, che ci avrebbero ucciso, ma quello che mi angosciava di più era che mia madre sarebbe rimasta sola: avevamo perso mio padre per un cancro, non avevo fratelli. Ci rilasciarono, e da quella volta promisi che non sarei più partito per zone a rischio. L’idea di lasciare mia madre sola mi tormentava.

Le raccontai tutto questo durante la cena e all’improvviso ebbi la sensazione – ma forse l’avemmo entrambi – che qualcosa l’avevamo in comune, anche se le apparenze, le maschere che indossavamo per stare al mondo ci separavamo: dentro eravamo ancora due bambini che avevamo perso un padre.

Mentre finivamo di cenare entrò nella sala un uomo, con il giubbotto termico sporco di neve:

«Una slavina ha bloccato la strada. Non c’è modo di scendere a Canazei». Un mormorio si diffuse nella sala. Io e Marta ci guardammo. Dovevamo ripartire nel pomeriggio del giorno successivo.

 

 

 

Ci salutammo di nuovo in ascensore, questa volta con un abbraccio caloroso. Mi misi in camera a vedere la tivù. Nei tg parlavano della slavina. Mentre ascoltavo sentii bussare alla porta. Data l’ora, mi spaventai: ebbi timore che fosse qualcuno venuto a dare notizia di un peggioramento critico con la neve. Pensai a Rigopiano. Anche se ero in pigiama, aprii la porta e ci trovai Marta.

«Questa cosa che siamo bloccati mi fa ansia».

Anche lei era in pigiama ed era completamente diverso dal suo abbigliamento solito, niente di ricercato: pile marroncino e una renna rossa stilizzata sul petto. La sua figura longilinea ne usciva comunque esaltata. Entrò, si sedette sul letto e prese il telecomando:

«Vediamo qualcosa insieme?».

Cambiò un po’ di canali finché non trovò La Bella e la Bestia.

«Questo!» esclamò come una bambina. Si stese sul letto. Mi misi accanto a lei. Era iniziato da poco. La storia ci catturò come se la vedessimo per la prima volta. Fuori continuava a nevicare senza sosta. Dopo mezz’ora ci addormentammo entrambi. Me la ritrovai la mattina con la testa appoggiata sulla spalla. Quando si svegliò era imbarazzatissima. Si affrettò a tornare in camera sua.

A colazione ci dissero che la situazione non era migliorata. Tra i servizi che ancora non avevamo provato dell’albergo c’era la spa. Decidemmo di andarci, dandoci appuntamento un’ora dopo: avremmo potuto includere questa esperienza nell’articolo.

Marta arrivò con qualche minuto di ritardo, in accappatoio bianco. Lo sfilò non appena l’assalì l’aria calda e vaporosa della piscina termale. Fra i fumi vidi il suo corpo apparire, bianco e liscio, il seno piatto e teso sotto il pezzo unico del costume olimpionico. Rimasi a guardarla incantato.

«Qualche problema?» disse con un sorriso malizioso mentre scendeva in piscina e il suo corpo si snodava sinuoso per affrontare le scalette. Poi si lanciò sottile e fluida nell’acqua per sparire e riapparire qualche metro dopo, fra i fumi dell’acqua bollente. Dietro, nelle vetrate, le montagne, e la neve che si abbatteva e scioglieva. Avevo portato con me la macchina fotografica per il servizio. Le scattai una foto.

«Smettila. Entra».

Posai la macchina e mi tuffai. Gli schizzi la raggiunsero. S’indispettì. Rispose schizzandomi a sua volta. Ingaggiammo una battaglia, avvicinandoci sempre di più per colpirci meglio. A un certo punto, arrivammo a sfiorarci la pelle.

«Non ci provare!» urlò scherzando. Le cinsi la testa con il braccio, la avvicinai a me. «Non ci provare…» ripetè ancora una volta. Era una protesta più seria ma anche più debole e arresa. Ci guardammo immobili negli occhi. I suoi avevano ancora una volta cambiato temperatura: non erano più né vitrei né spaventati; erano una pasta di nocciole. Morbidi e accoglienti. Come le sue labbra che iniziavo a sentire confondersi con le mie.

 

 

 

T utto perse i contorni. In pochi istanti eravamo un tutt’uno con l’acqua bollente: eravamo fluidi e ci scambiavamo le parti del corpo e ce le toccavamo senza più sapere cosa apparteneva all’altro. Le tenevo la nuca mentre la baciavo e un attimo dopo le abbassavo le spalline del costume e ancora dopo la mia testa si sperdeva fra i suoi seni nudi. Lei reclinava la testa all’indietro e mi accoglieva, oppure mi respingeva tenendomi i capelli. Le mie mani scendevano sui suoi fianchi morbidi, li afferravano; le sue gambe si avvinghiavano al mio petto.

Piano piano, scendevo con la bocca, le labbra sull’ombelico tondo del ventre piatto, e poi ancora più sotto. Lei si arrampicava ancora di più, allungandosi come un lupo che parla alla luna. Le sue gambe mi abbracciavano morbide e tremanti, la desideravo moltissimo. Poi la girai e la spinsi contro l’angolo della piscina; lei si aggrappò alle scalette contorcendo le braccia. Lo scontro tra il freddo dell’acciaio e il caldo dell’acqua le provocò un sussulto, subito chiuso da un mio bacio a cui ne seguì un altro e un altro ancora sul collo, nell’incavo fra i seni, sui capezzoli offerti come frutti della natura.

La presi per i fianchi e la feci aderire a me. Cercammo un incastro perfetto e un ritmo che fosse comune e che era scandito dai nostri sospiri, dai nostri gemiti, dalle nostre voci rotte di piacere. Non ci importava più che potesse arrivare qualcuno o fuori nevicasse. Non esisteva più né spazio, né tempo: esitevano solo quelle poche decine di centrimetri di pelle di cui erano cuciti i nostri corpi e il ritmo del nostro respiro che cresceva come un tamburo tribale e finì in una scarica di acuti soffocati per il tardivo timore che qualcuno ci sentisse.

«Fra noi non potrà mai succedere niente» disse Marta, serissima, rompendo il silenzio, mentre ce ne stavamo abbracciati a galleggiare. Non dissi niente.

La neve durò altri due giorni, tenendoci prigionieri nell’albergo. Ma era una prigione dolce. Ogni tanto, quando cessava la bufera, ci concedevamo brevi passeggiate, pranzavamo e cenavamo insieme, parlavamo a lungo delle nostre paure, fino a notte fonda, sul mio letto. Qualche volta guardavamo dei film.

Avevamo stretto amicizia con altri ospiti dell’albergo, giocavamo con loro a burraco nella hall. Marta si ritirava solo ogni tanto a scrivere in camera. Non sembrava più in preda all’ansia. Se il tempo era appena migliorato, io ne approfittavo per scattare altre foto nei dintorni. Scattai molte fotografie a Marta. Mettendole una in fila all’altra si leggeva il cambiamento: era sempre più disponibile al mio obiettivo. Facemmo l’amore altre volte, quasi sempre da me. Il patto era che, non appena fossimo tornati in città, tutto sarebbe andato avanti come prima. Vivevamo in una specie di bolla.

E come tutte le bolle, che sono deliziosamente fragili, a un certo punto scoppiò. Il proprietario dell’albergo venne a dirci che la strada per Canazei era stata liberata. Salutammo gli ospiti con affetto, la nostra grande famiglia di quei giorni.

Durante il viaggio in treno io e Marta restammo in silenzio, un silenzio denso di domande e dispiaceri.

Alla stazione la aiutai a scendere le valigie. Poi, alla fine del binario 8, lo stesso da cui eravamo partiti, ci salutammo definitivamente. Ci abbracciamo. Ci baciammo. Ci dicemmo, ridendo: «Non è successo niente».

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