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Non scavalcare quel muro di Loredana De Vita

Cuore

Una madre, una figlia, una trama drammatica, piena di folgoranti intuizioni psicologiche

“In fondo, Giovanni era un bambino in cerca dell’amore non ricevuto, perché mai avrebbe dovuto sottrarsi? Lei lo sapeva e lo avrebbe amato così come voleva lui. Quello che Maria non capiva era che il suo desiderio di salvarlo non lo avrebbe salvato né avrebbe salvato lei. Quello che Maria non vedeva era che la morbosità di Giovanni la portava allo svuotamento da se stessa e che non poteva chiamarsi amore la loro relazione. Ci si educa all’amore, quando si è sofferto molto e anche se non si è sofferto per niente, quando si ama davvero. Questo Maria non lo vedeva, o non voleva, o non riusciva perché aveva scambiato tutte quelle attenzioni al suo corpo per amore, dimenticando di non essere solo il corpo di cui lui abusava”.

Loredana De Vita, in oltre quattrocento pagine di scrittura tormentata, ha scolpito e diretto una via crucis della disperazione, dell’incomprensione, del malamore.

Una sapiente e complessa costruzione narrativa mette l’una accanto all’altra la voce di una figlia, Francesca, alla storia di una madre, Maria, tessendo una trama fitta, drammatica, piena di folgoranti intuizioni psicologiche.

Francesca racconta il funerale della madre. Si avverte il dolore straziante, il rammarico per una vita difficile, violata nelle relazioni primarie; il dolore in ricaduta seriale, la sofferenza della madre come nutrimento impossibile da non mandare giù, le scelte come ombre. Ogni monologo, ogni ricordo che si intreccia con il presente, apre la strada alla narrazione della vita di Maria, al suo matrimonio con Giovanni.

In una Napoli che sprigiona colori e odori nonostante la drammaticità degli eventi narrati, Loredana De Vita inserisce gli abissi comunicativi che non appartengono solo alla coppia ma soprattutto alla dimensione psicologica di ogni singolo. Maria cede non solo all’incapacità amorosa del marito, cercando di tradurre in positivo l’assenza di empatia, Maria cede soprattutto alla sua stessa fragilità emotiva, alla sua paura, al suo bisogno di credere che dietro quella freddezza ci sia solo amore e carattere, severità, rigore.

Innamorarsi dell’amore, di una aspettativa, di un desiderio; innamorarsi di una inconsistenza relazionale e di promesse senza basi, senza ossa, è una malattia che può colpire. Una malattia che può colpire chi non conosce la lingua dei sentimenti. Non è una colpa, ma non si guarisce con facilità. E chi non è stato amato, chi non si è sentito amato, cercherà senza sapere cosa e dove deve cercare. E colpirà anche, non dimentichiamolo. La mano armata di cattivi sentimenti ha una matrice, l’assenza di amore vero.

“Purtroppo, non esistono gli ideali in certe menti egoiste e contorte i cui piedi ben piantati a terra, mostrano stabilità solo nel proprio egoismo; i cui occhi bassi guardano solo il poco niente che li circonda; il cui silenzio è quello di una voce che non ha niente da comunicare. Perché è questo, in definitiva, l’atteggiamento corporeo di chi non conosce altro che se stesso”.

 

Loredana De Vita, Non scavalcare quel muro, Nulla Die

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