MENU

Pasta e fagioli

Cuore

“Pasta e fagioli” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 10  di Confidenze, è la storia più votata della settimana sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Fu un piccolo miracolo, una breve tregua da una guerra crudele, e ne fu artefice mio nonno. Ogni anno lo ricordo compiendo il suo stesso gesto, di coraggio e generosità

Storia vera di Gino Baronchelli raccolta da Giovanna Brunitto

Nelle famiglie, solitamente, ci si tramandano titoli o patrimoni, invece nella mia ci passiamo da una mano all’altra un pentolone. Sì, una pignatta enorme che il cuoco Gino Baronchelli, mio nonno, si portò dietro direttamente dalla trincea di Asiago dove fu mandato soldato. Da lui, oltre al pentolone ho ereditato anche il nome e ne sono enormemente fiero. Considero mio nonno un eroe, di quelli che fanno le cose semplici e provvidenziali e fanno del bene a coloro che hanno intorno senza neppur darci troppo peso. Una persona rara e, soprattutto, buona oltre ogni ragionevole aspettativa, in un mondo che certamente non predisponeva al bene, come quello del 1918. A gennaio di quell’anno infausto, l’Italia era nel pieno della Prima Guerra Mondiale. A ottobre del 1917, l’esercito italiano aveva subito la disfatta di Caporetto e a novembre con le battaglie del Piave l’avanzata italiana era ripartita. Il fronte si era rispostato in montagna. Nella zona del Monte Grappa le trincee erano da presidiare e c’era bisogno di forze nuove, soldati che avrebbero dovuto sostituire quelli stremati dalle battaglie e dal freddo degli ultimi mesi.

Furono perciò obbligati alla leva i giovani nati nel 1899 che avevano compiuto appena diciotto anni. Tra questi venne arruolato il giovane Gino Baronchelli da Orzinuovi, provincia di Brescia. Mio nonno. La sua famiglia, preoccupatissima per il Ginone, così era chiamato mio nonno per la sua grande stazza, lo riempì di masserizie. Tutte quelle che potevano stare in uno zaino da portare in spalla. In particolare un sacco di pomodori, uno di fagioli borlotti, pasta secca, cotiche, aglio e cipolla affinché potesse sostentarsi durante i lunghi mesi lontano da casa. I miei avi erano contadini e sapevano bene quanto quelle cibarie potessero essere utili in un periodo di scarsità come quello della guerra.

 

Il mese di gennaio del 1918 nelle trincee dell’Altipiano fu davvero terribile. Sul Monte Grappa le cronache riportano temperature che arrivarono a meno venticinque gradi.

Non so bene cosa accadde, se fu per il troppo freddo o per la fame, ma il giovane Ginone, addetto alle cucine del campo, decise di cucinare con le scorte portate da casa una grande pasta fagioli e cotiche per tutto il suo plotone, composto da circa cinquanta commilitoni. Non chiese neanche il permesso al suo comandante, mise nel paiolo gli ingredienti e iniziò a mescolare. Nevicava abbondantemente, ma probabilmente il caldo del pentolone lo riscaldava comunque. Dal paiolo, piano piano, il profumo della sua pasta e fagioli si diffuse per tutta la trincea e, siccome gli odori non hanno confini, l’aroma superò i reticolati di filo spinato e atterrò nella trincea dei nemici che, in fin dei conti, era pochi metri avanti. E accadde una cosa strana.

Dalle trincee austroungariche si cominciarono a sentire diversi sospiri. I soldati nemici, come gli italiani, stremati dalle fatiche della guerra, dalla fame e dalla cattiva alimentazione, cominciarono a piangere ripensando alle loro case, ai piatti che le loro mamme e mogli cucinavano per loro. La cucina di Ginone richiamava in tutti, indipendentemente da quale divisa indossassero, forti emozioni. Marinon von Rokken, un soldato austriaco più sfrontato o forse solo più stanco degli altri, che parlava italiano, trovò il coraggio e cominciò a gridare verso la trincea italiana: «Taliani! Cecco Beppe! Kosa essere questo buon profuminen?».

Nella trincea italiana scese il silenzio e una strana calma. I cecchini italiani si sedettero, cominciarono ad arrotolarsi le sigarette, fu Ginone a rispondere al soldato austriaco: «Uheee crucchi! Ah l’è la pasta e fasoi de la mi mama! A l’è propi bona… Volete assaggiare?». Gelo e silenzio calarono da ambo le parti.  Il comandante di Ginone non sapeva se mandarlo subito davanti al plotone di esecuzione per tradimento o cos’altro fare. Probabilmente aveva fame anche lui e aspettò qualche minuto in più prima di far partire la dovuta punizione, ma nel frattempo tra le due trincee era iniziato un fitto parlottio. I comandanti delle rispettive compagnie dovettero intervenire e, avvolti dal profumo di pasta e fagioli, trovarono un accordo.

Forse fu il buon odore, forse la fame o forse la consapevolezza che quei poveri ragazzi, di entrambi le parti, avevano bisogno di una pausa da una guerra crudele che la grande maggioranza di loro neanche comprendeva, certo è che accadde un vero e proprio miracolo. Decisero una tregua sul campo.

Cinquanta soldati italiani e cinquanta soldati austro-ungarici attraversarono la “terra-di-nessuno”, così era conosciuto lo spazio che divideva le trincee nemiche, e imbastirono un’unica tavolata, mangiando tutti insieme. I soldati austriaci portarono il vino rosso e dei dolci tipici viennesi, simili ai plumcake, i nostri portarono la saporita e profumatissima pasta e fagioli di Ginone, fatta con le sue scorte personali. Per diverse ore tutti dimenticarono di essere nemici. Quel pranzo insieme riportò ciascuno al calore di un focolare. Seppur intimoriti di avere davanti i “nemici”, i soldati si riconobbero, non più come rivali, ma come simili, con l’unico comune desiderio di trascorrere un momento tranquillo. Vennero gridate a squarciagola promesse di pace: nessuno voleva più sparare. Gli uomini, non più soldati, si abbracciarono anche se non si erano mai visti prima. Mio nonno raccontava che tutti si scambiarono regali con chi avevano di fianco. Fotografie o sigarette, sorsi di Grappa, addirittura bottoni della divisa: tutti erano pronti a offrire qualcosa. Seppur solo per qualche ora, in quella landa gelata, riecheggiarono risate di giovani uomini.

La tregua della pasta e fagioli finì, ma grazie a mio nonno e alla sua generosità, i soldati ricordarono di essere prima di ogni altra cosa uomini. La guerra di lì a poco terminò e Ginone riportò la sua cara pentolaccia a casa. Sono passati cento anni giusti da allora, ma il gesto di coraggio e generosità di mio nonno ancora oggi mi riempie di orgoglio. Essere il nipote di un “uomo di pace” è un grande onore e una grande responsabilità. Per far sì che la memoria di quel gesto non si perda, una volta l’anno organizzo una “pasta e fagiolata” proponendo quello stesso piatto, per lo stesso numero di persone, cucinato nel pentolone originale che mio nonno riportò dalla Grande Guerra, con gli stessi pomodori e fagioli che i nostri parenti ancora oggi coltivano nella piana bresciana. E auguro a tutti i presenti di potersi definire sempre anche loro uomini di pace..

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Confidenze