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Quando passano gli angeli

Cuore

L’avete votata in tantissime: Quando passano gli angeli di Barbara Benassi, è la storia preferita del numero 37, potete rileggerla sul blog 

Se esiste il paradiso dev’essere fatto come quest’isola, bianco e celeste, inondato di sole e di bellezza. Questo è stato il mio primo pensiero, ma il più importante è il secondo: se esiste la felicità che aspetto ha? Ecco la cronaca della risposta che ho trovato

 

storia vera di Ludovica F. raccolta da Barbara Benassi

È gennaio, e qui fa caldissimo. Dalla finestra vedo i bambini sulla riva del mare. Piccole formiche che giocano con un pallone sulla sabbia. Oggi è bello, ma domani pioverà. Lo fa spesso in questa stagione. Le nuvole ferme, incagliate sulla cima piatta e rugosa della Table Mountain, annunciano l’arrivo imminente di un temporale. Ed è proprio in giornate come questa che i miei ricordi riaffiorano alla mente, si incontrano e si mescolano come i due oceani, quello Atlantico e quello Indiano, poco lontano da qui.

Era gennaio e in Italia faceva freddissimo. Rivedo la mia mano tracciare un segno rapido, veloce, nervoso su un documento troppo schematico per poter racchiudere la mia vita passata e quella futura.

Mi sentivo terribilmente sola. Pensavo che quando non si avevano figli, come me, in fondo ci voleva poco. Un graffio di inchiostro, nemmeno tanto leggibile, poteva bastare per un cambio di rotta radicale. D’altronde la separazione da mio marito dopo soli tre anni di matrimonio era un atto inevitabile e le nostre firme sul documento non facevano altro che sancire la tanto agognata “fine pena”. L’amore si era esaurito da tempo, risucchiato in chissà quale tombino della quotidianità. Lui aveva un’altra da quasi sei mesi.

Il tradimento, quando l’ho scoperto, ci è mancato poco che mi uccidesse. Un colpo alle spalle e nessuna speranza. È stata la mia rabbia ad aiutarmi a sopravvivere e con lei anche la consapevolezza che di lui tutto alla fine mi infastidiva: la vicinanza, l’odore di fumo sulla pelle, la voce arrochita e soprattutto i pensieri, distanti anni luce dai miei, ormai irraggiungibili. Per questo non riuscivo a spiegarmi come mai la firma di quel giorno su quel foglio mi facesse così male, malissimo. Probabilmente avevamo tagliato un cordone ombelicale antico, ormai rinsecchito e morto, un’appendice, ma pur sempre un legame.

I primi tempi cercavo di non pensare. Appena uscivo dal lavoro correvo alla Comunità di Sant’Egidio, alla mensa dei poveri dove facevo volontariato. Avevo letteralmente triplicato la mia presenza. Lo confesso, non per generosità o senso di servizio, ma per stare con i miei simili. E non sto parlando dei volontari che servono ai tavoli, no, mi riferisco agli altri, ai senzatetto, ai poveri, ai diseredati.

Tra quelli in attesa del loro pasto c’era chi chiacchierava, chi se ne stava in silenzio a fissare un vuoto etilico, chi si faceva il segno della croce, chi invece sbottava impaziente a volte imprecando. Vite nel baratro, vite al buio. Come la mia. Io e loro insieme, in fondo al pozzo. Avevo bisogno di loro, della loro vicinanza. Solo tra coloro che sentivo miei simili mi sentivo meno sola.

Una sera, ero arrivata presto, molto prima del solito. Appena preso servizio, un uomo ancora giovane, con la pelle arrossata dall’alcol e pesanti occhiaie, era venuto a sedersi al mio tavolo. Gli servii la cena e lui iniziò a mangiare con calma, spostando di tanto in tanto il lungo ciuffo biondo dal viso. Una volta terminato, prima di alzarsi prese con delicatezza la mia mano tra le sue e mi sussurrò: «A volte c’è chi non ce la fa. Può capitare. Allora bisogna andare».

Per un attimo rimasi immobile a fissarlo.

Lui non aggiunse altro e mi liquidò con un semplice sorriso che mostrava i suoi denti grigi, prima di raccogliere lo zaino e andarsene. Cortese. Posato. Non lo rividi mai più. Lì per lì, reputai quelle frasi lo sproloquio di un uomo solo. Un disperato come me. Ma non consideravo che tra disperati in fondo ci si comprende, volenti o nolenti si arriva a parlare la stessa lingua. O ad ascoltare la stessa musica. E senza che me ne accorgessi, le sue parole, come tarli, a poco a poco si fecero strada nella mia mente.

Forse quando passano gli angeli si fermano e vengono a mangiare un boccone alla mensa dei poveri. «Allora bisogna andare». Quelle parole in fondo al pozzo, nel buio, per me erano una piccola luce, un bagliore.

Ma andare dove? Un viaggio. Un viaggio mi avrebbe portata lontano dalla mia casa, dai miei ricordi e dalla mia vita andata a pezzi. Portare con me poche cose e lasciarmi tutto il resto dietro poteva già essere un buon inizio. Decisi di partire subito. Anche se in passato l’avevo sempre fatto io, in quel periodo non ero in grado di organizzare spostamenti o di prenotare alloggi, così mi lasciai guidare da qualcuno che era in grado di pensare per me. Fui accomodante, lasciai fare tutto all’agenzia di viaggi.

A Roma, a febbraio faceva ancora più freddo rispetto al mese precedente, ma la mia valigia era leggera. Conteneva poche cose estive. Stavo andando al caldo, il Sud Africa mi aspettava.

Atterrai al Cape Town International Airport dopo uno scalo tecnico a Dubai. Lasciai l’aria condizionata gelata dietro la porta a vetri dell’aeroporto per buttarmi nel caldo torrido e umido del parcheggio alla ricerca di un taxi. Il mio hotel si trovava a Green Point, una zona silenziosa proprio di fronte all’oceano. Ancora non riuscivo a realizzare quanto fossi lontana da casa mia e dalla vecchia me.

 

 

 

Arrivai all’hotel e, scesa dal taxi, lo vidi subito a un angolo dell’entrata. Un senzatetto avvolto in un lenzuolo sporco mi tendeva la mano nodosa. Sorrideva con i pochi denti rimasti e con due occhi lucidi e brillanti che risaltavano sulla sua pelle nera. «Welcome Miss! No more alone!» urlò nella mia direzione. Non capii perché dicesse che non ero più sola, ma dovetti ammettere che quel “Benvenuta, non sei più sola” mi scaldò il cuore.

Ero esausta. Mi chiusi nella stanza con la speranza che la tristezza che avevo dentro venisse a poco a poco spazzata via dalla brezza di quel mare potente e straniero che si agitava fuori dalla mia finestra.

L’indomani avevo appuntamento con un gruppo alle dieci e 30 del mattino. L’agenzia mi aveva inserito in un tour guidato della città di quattro giorni. Così io diligentemente con un po’ di anticipo uscii ad aspettare l’arrivo del pulmino.

All’angolo del mio albergo, sul marciapiede, ritrovai il senzatetto dove l’avevo lasciato la sera precedente. Era sempre lì e mi salutò di nuovo con un grande sorriso che questa volta ricambiai allungandogli una banconota rossa, quella con un superbo leone stampato sopra. I suoi occhi si accesero, chinò leggermente il capo e mi disse qualcosa in una lingua a me sconosciuta.

Dopo qualche minuto arrivò il pulmino e parcheggiò. Ne scese un uomo con un cappello a falde larghe color verde militare e mi venne incontro. Sorrideva. Si chiamava Massimo. Mi chiese come stavo e se ero pronta a partire. Non risposi alla prima domanda, ma sorrisi, presentandomi a mia volta e limitandomi a un semplice “sì”.

Prima di ritornare alla guida del van, vidi l’uomo salutare da lontano il “mio” senzatetto e il vecchio rispondere con un semplice movimento della testa.

Occupavano i sedili posteriori altri sei turisti: una coppia, due ragazzi, un uomo e una donna che come me viaggiavano soli. Erano allegri, spensierati e sperai di cuore che il loro buon umore potesse contagiarmi. Nuove conoscenze e nuove vite da affiancare alla mia, almeno durante quella breve parentesi. Insieme a loro avrei visitato la città e i dintorni.

Massimo ci raccontò di essersi trasferito dall’Italia in Sud Africa oramai da dieci anni. Quella terra unica e piena di contrasti, disse, lo aveva conquistato fin da subito. Sembrava entusiasta del suo lavoro attuale e di poterci mostrare la città che lo aveva accolto e che ancora oggi riusciva a incantarlo. La sua voce era calda e ci sentimmo subito a nostro agio. Mentalmente ringraziai l’agenzia di viaggi.

Prima di iniziare il tour, qualcuno chiese del Victoria & Alfred Waterfront, il cuore storico del porto cittadino. Massimo rispose che lo avremmo visto al tramonto, nel suo momento magico. L’aria limpida del mattino invece era perfetta per mostrarci la Table Mountain e per colpirci subito con un panorama mozzafiato. Era un tipo deciso e aveva ragione. Gliene fummo tutti molto grati quando, con le nostre macchine fotografiche, cercammo di immortalare la bellezza di Cape Town da un’altezza di oltre 1.000 metri, da quella che i locali chiamano Hoerikwaggo, cioè la “montagna al mare”. Uno splendore.

 

 

 

Massimo si stava confermando un’ottima guida e dentro di me pensai che partire non era stato un errore. In fondo, partire un errore non lo è mai.

Al momento di scendere di nuovo verso Cape Town prendemmo la Cableway, la spettacolare funivia. Trattenni il fiato. Mentre a poco a poco la città ci riaccoglieva nel suo ventre, riflettei sul fatto che Massimo pur essendo gentile con tutti, riservava sorrisi e piccole cortesie aggiuntive a me, sempre con garbo e delicatezza. Soprattutto confessai a me stessa che quelle attenzioni mi provocavano una sensazione allo stomaco che avevo da tempo dimenticata, un misto di piacere e turbamento. Sentivo di essere attraversata da una nuova energia.

Nel pomeriggio la nostra guida sempre entusiasta ci portò a Bo-Kaap, il quartiere storico con le sue case a schiera dai colori vivaci in stile olandese e georgiano, abitate dalla comunità musulmana di Cape Town. Poi, quando era arrivata l’ora ideale per un aperitivo, al Victoria & Alfred Waterfront. Eravamo esausti e come prima giornata poteva bastare.

Seduta a un tavolo che lambiva l’acqua nel locale del porto vittoriano, riuscii a sentire a malapena Massimo mentre mi chiedeva se volevo cenare con lui quella sera. Non riuscii a rispondere subito mentre, con il cappello tra le mani, mi fissava in attesa.

«Ho un cuoco mio amico che fa miracoli. È il primo ristoratore nero della città. Magari ti va di provare qualcosa di diverso?» insistette per spezzare il mio silenzio.

Mi aveva presa alla sprovvista. Che fosse un don Giovanni scaltro abituato a provarci con tutte le turiste sole? Da buon cacciatore aveva fiutato la preda più fragile del gruppo? In testa mi passavano questi pensieri, ma aveva un’aria talmente seria nell’invitarmi che non riuscii a dirgli di no.

Era una vita che non avevo un appuntamento con un uomo. Arrivata in hotel, il cuore mi batteva all’impazzata. Mi fermai per un attimo a fissare la città dalla finestra e con stupore mi sentii a casa.

Raggiunto il ristorante, dove Massimo e Bokamoso, il suo amico chef, si abbracciarono a lungo. Poi parlando in inglese me lo presentò. Lo sguardo del cuoco si fece serio mentre prese la mia mano tra le sue. Aveva una voce profonda, da baritono, ed era altissimo e robusto. Mi disse quanto era contento di avermi nel suo locale poi, appoggiando una mano sulla spalla di Massimo, aggiunse che mi stava aspettando da tanto. Lì per lì pensai di aver capito male. Il mio inglese non era perfetto e faticavo ad adattare le mie conoscenze alle varianti sudafricane. Lasciai correre.

In ogni caso sorrisi. In effetti, da quando ero arrivata in Sud Africa non facevo altro che sorridere, a riprova che tutto sommato quel Paese mi stava facendo bene.

 

 

 

Una volta seduti, Massimo iniziò a raccontarmi di sé e della professione che l’aveva portato a Cape Town, ingegneria informatica. Mi spiegò che aveva seguito l’informatizzazione della città innamorandosi di quell’aria, del mare potente e di una donna che ora non amava più. Mi descrisse le difficoltà iniziali e la scelta successiva di rimanere e di cambiare lavoro dedicandosi al turismo. Era rimasto solo per tanto tempo, eppure si sentiva sereno. Aveva amici cari a Cape Town e altri in Italia il cui ricordo conservava nel cuore. Si rendeva conto che col tempo era diventato anche lui un po’ africano e ormai sentiva una piena sintonia con quel Paese magico. Poi, abbassando lo sguardo, mi confessò di avere fede nel destino e negli incontri. Per un momento mi sembrò che respirasse a fatica. Rimasi in silenzio per dargli il tempo di tranquillizzarsi: solo dopo aver sorseggiato il vino rosso, riprese a parlare con slancio.

«C’è un uomo che vive in strada al quale lascio sempre qualcosa. È fisso davanti al tuo hotel, all’angolo con la caffetteria. Ieri mattina, quando ancora non ti avevo conosciuta, sono passato da lui. Mentre gli lasciavo una moneta, mi ha detto che sarebbe arrivato per me qualcuno di speciale. Ha aggiunto che sarebbe stata la “donna del leone”. L’ha chiamata così perché lei avrebbe lasciato nel suo cappello di paglia una banconota da 50 rand, quella col leone sopra. Secondo lui l’avrei riconosciuta subito. Lei era qui per me e non avrei dovuto lasciarmela scappare. La donna della banconota sei tu, vero?».

Rimasi senza parole e provai un leggero giramento di testa. Forse il vino faceva il suo effetto, o forse era la vicinanza di quell’uomo con il quale mi sentivo così a mio agio. Annuii e da quel momento la serata trascorse sospesa in una dimensione senza tempo. Al resto pensò Cape Town con le sue luci, la sua atmosfera, la sua magia.

Quel senzatetto si chiamava Thato ed è venuto al nostro matrimonio. Era seduto in prima fila e ha mangiato per due quel giorno. Con il suo flauto di latta ha anche suonato una allegra musica da ballo sudafricana chiamata kwela che abbiamo danzato tutti. Dopo la torta, se n’è andato e non lo abbiamo più rivisto. L’angolo della strada che ha occupato per anni, accanto all’hotel dove avevo soggiornato, ora è vuoto.

Spesso pensiamo a lui. Mi piace immaginarlo mentre suona il flauto insieme al senzatetto incrociato nella mensa italiana. Forse gli angeli quando passano si fermano a riposare e può capitare che facciano una sosta anche in un angolo di strada a Cape Town aspettando che qualcuno faccia loro l’elemosina.

Io e Massimo siamo sposati da sette anni, abbiamo due figlie bellissime che frequentano le elementari e che ora giocano a pallone sulla spiaggia con gli altri bambini.

È gennaio e fa molto caldo qui. Dalla finestra di casa nostra le vedo. Oggi è bello, ma domani pioverà. Lo fa spesso in questa stagione. Le nuvole ferme sembrano incagliate sulla cima piatta e rugosa della Table Mountain e annunciano l’arrivo di un temporale.

Le gocce pesanti e calde laveranno le strade della mia città, Cape Town, qui in Sud Africa, la terra dove ho ricominciato a vivere. ●

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