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Quella strega di mia suocera

Cuore

Vi riproponiamo sul blog la storia vera del n. 11 più votata sulla Pagina Facebook 

 

Finalmente potevo vendicarmi di lei, dopo anni passati a sentirmi dire che non ero all’altezza di suo figlio. Ora ero a conoscenza di un segreto che avrebbe annullato le rivalità. Invece, contro ogni mia previsione, quell’episodio segnò l’inizio di un’incredibile complicità 

 Storia vera di Angela F. raccolta da Giovanna Sica

 

 

Io mia suocera la detestavo. L’avevo detestata dal primo sguardo che mi aveva dedicato tanti anni prima, quando ero poco più che una ragazzina e lei mi aveva fatto una radiografia dall’alto verso il basso, poi aveva tirato su gli occhi disgustata, come a dire: “E che c’entra questa tizia tracagnotta con mio figlio?”. Da allora, sempre, mi aveva fatto pesare che pesavo troppo per essere amata e accettata da lei e dalla sua famiglia formata solo da individui eleganti e longilinei. Per mia suocera la magrezza era una vera ossessione. Disprezzava la mia passione per la cucina, i miei pranzi abbondanti e succulenti. Mi incolpava di aver fatto ingrassare suo figlio, a colpi di lasagne e arrosti. Ci credo che Luciano, mio marito, era ingrassato, da sposato: finalmente viveva in una casa dove si faceva la spesa e si cucinava tre volte al giorno, anche a colazione. E lui che aveva addosso una fame atavica, mangiava, s’arrotondava ed era felice. Ma il problema con mia suocera non era certo solo il cibo, io le stavo proprio antipatica. Rosa, mia suocera, disprezzava le mie origini. Seppi da una mia amica che parlava male dei miei parenti, “mercanti arricchiti”, li aveva classificati. E ancora, andava dicendo che lei, che veniva da una famiglia di professori da tre generazioni, era molto in difficoltà nelle occasioni in cui era costretta a partecipare a pranzi e feste con i miei genitori. Poverina.

Oggi mia suocera è morta e io non la detesto più, ma non perché è scomparsa. Nove anni fa è successo qualcosa che ha stravolto completamente il nostro rapporto. Eravamo a casa mia, lei era andata in bagno. Mia figlia Rossella, che all’epoca aveva cinque anni, mi portò il cellulare che la nonna aveva lasciato nella sua cameretta: stava suonando. Sul display c’era scritto Gina, non risposi perché era un nome che non mi diceva nulla, e poi non avevo con Rosa la confidenza necessaria per prendere una sua telefonata. Appena il cellulare di mia suocera si zittì, ripartì immediatamente con un’altra serie di squilli. Tutti gli squilli che il telefono prevede dopo che viene composto il numero. Pensai che si trattasse di una cosa importante, se questa Gina insisteva così tanto, così pigiai il dito sul cerchietto verde e comparvero dei messaggi: “Mia amata, perché non rispondevi? Hai letto i miei messaggi?”. Riattaccai senza dire nulla, e senza pensarci su un secondo andai a cercare gli sms con “Gina”, li trovai, e me ne inviai alcuni. Aspettavo da troppo tempo l’occasione per vendicarmi di mia suocera, e quando sì presentò io ero prontissima a coglierla. Rosa tornò dal bagno e mi vide col suo cellulare in mano, si fece bianca in viso, io nel renderglielo le dissi con aria tronfia: «Ti ha cercato Gina, ho risposto io». Nel tempo che restò di quel pomeriggio, mi misi a leggere con attenzione le conversazioni dei due amanti che avevo salvato nel mio telefono. Che sorpresa! Quell’irreprensibile arpia di mia suocera aveva un amore segreto a cui dedicava tutte le parole dolci che non le avevo mai sentito uscire di bocca né per il marito né per i figli. Lei, sempre così severa, distaccata e rigida, si scioglieva davanti ai versi che le dedicava il suo amante. Già pregustavo la faccia schifata che avrebbe fatto mio marito quando gli avrei fatto leggere quei messaggi, forse avrebbe chiuso tutti i rapporti con la genitrice, una volta capito chi era davvero sua madre. Sulla soglia della porta, mentre stava andando via, quando fummo solo io e lei, Rosa mi afferrò per un braccio e mi disse: «Prima che racconti tutto a mio figlio voglio spiegarti come stanno le cose».

«Mi sembra che ci sia poco da spiegare, Rosa. Mi pare chiaro che lei sta ingannando suo marito e i suoi figli, e chissà da quanto tempo. Proprio lei che fa tanto l’irreprensibile, lei che ha sempre da criticare gli altri». Non riuscii a trattenermi dall’essere cattiva, anche se di norma non sono una persona cattiva e non ci godo a mettere gli altri in difficoltà.

 

Eppure, era una soddisfazione che non potevo non togliermi: erano anni che Rosa mi trattava male, che faceva di tutto per rimarcare la sua convinzione che non fossi all’altezza di suo figlio e della sua famiglia. «Dammi la possibilità di parlarti, poi fai come credi» insistette mia suocera. Il giorno dopo, io e la madre di mio marito, per la prima volta in 19 anni, eravamo da sole al bar a fare colazione. E per la prima volta in tanto tempo, quella donna non aveva più il potere di mettermi in soggezione: ero io, adesso, ad avere il coltello dalla parte del manico.

«Mi sono fatta scoprire come una sciocca! D’altronde, il cellulare non è un oggetto che appartiene alla mia generazione e quindi non lo so governare. Pensavo bastasse registrare al femminile il nome del mio amante per stare tranquilla. Davvero, che stupida, ti ho servito la vendetta su un piatto d’argento. Hai ragione a odiarmi, ti ho trattata male dal primo giorno che ti ho vista con mio figlio, ma Luciano è la luce dei miei occhi. Se ti fossi presa Mario non sarebbe andata così. Infatti, come ben sai, non ho niente contro Agnese, sua moglie, e non perché lei mi piaccia più di te, ma perché di Mario mi importa meno che di Luciano. Lo so, è una verità brutta da confessare, ma così stanno le cose e io non posso farci nulla: non è vero che i figli si amano tutti allo stesso modo».

«Io ho sempre pensato che con Agnese avesse un buon rapporto…».

«Per niente, solo che non mi interessa più di tanto del figlio che si è preso. Mi sono accanita contro di te perché tu invece mi portavi via Luciano, e io solo in lui ho trovato consolazione, in tutta la mia vita. In lui e poi negli ultimi tre anni in Luigi, così si chiama il mio amante».

«Io suo figlio non ho mai pensato di portarglielo via, semplicemente lo amo e ho messo su famiglia con lui».

«Tu me l’hai cambiato! Lui prima era come me: preso dalla letteratura, dalla poesia. Ambizioso, volitivo. Per te ha rinunciato al dottorato all’università e si è accontentato di insegnare nel liceo vicino casa vostra, pur di stare con te e Rossella».

«Non gliel’ho chiesto io. Evidentemente per lui è più importante stare con me e sua figlia che rincorrere la cattedra all’università. E poi, si sbaglia, Rosa: Luciano non è come lei, se no io non mi sarei innamorata di lui».

«Mio figlio prima di conoscere te si dimenticava persino di dormire e di mangiare per studiare, poi sei arrivata tu e il tuo culto volgare dei pasti regolari, delle otto ore di sonno, e lui ha smarrito la forza del suo spirito, s’è fatto ingannare dalla pasta al forno e dalla tranquillità di una vita senza spessore, ha messo a tacere la sua vera natura…».

«Rosa, lei sta delirando. Mio marito è felice della vita che ha. Lei sta confondendo le aspettative che aveva lei su Luciano con i sogni di suo figlio».

«Anche Luigi sostiene la stessa cosa. Dice che su Mario non ho mai potuto puntare, visto che si è messo a lavorare da giovanissimo nei cantieri col padre, e che quindi ho riversato le mie ambizioni su Luciano, volevo che lui facesse la carriera che non ho potuto fare io perché donna».

«Perché donna? Ma se non fa altro che vantarsi di venire da una famiglia di intellettuali e professori, ora mi vuole dire di aver subito disparità di genere?».

 

«E secondo te, allora, perché io ho insegnato alle scuole medie e i miei fratelli all’università? Vuoi sapere perché detesto tanto il cibo? Perché mia madre, da piccola, mi obbligava a servire mio padre e i miei fratelli e solo quando avevano mangiato loro potevamo metterci a tavola io e lei. Fu allora che iniziai a disprezzare il cibo e quello che rappresentava. Decisi che avrei ammaestrato il mio corpo a stare anche senza mangiare. Il mio fu un matrimonio di interessi. Io non lo volevo il figlio del palazzinaro, sognavo un ragazzo che scrivesse poesie, che amasse il latino, l’Iliade e l’Odissea. Ma i miei genitori dissero che il figlio del palazzinaro era un buon partito, per me che ero femmina e dovevo fare i figli, che ero già fortunata che mi facevano studiare. Ecco perché io li ho sempre odiati, i miei genitori, e quando sono morti per me è stato un sollievo. Tu sai cosa vuol dire passare la vita accanto a un uomo che non ami? Per fortuna, con mio marito non c’è mai stato granché a letto. Credo che lui abbia sempre avuto delle amanti. E poi tre anni fa ho conosciuto Luigi, al parco. Tutti e due col cane e con un libro in mano, ci guardavamo di sottecchi da panchine adiacenti. Abbiamo cominciato a parlarci e non abbiamo mai più smesso. E la vuoi sapere un’altra cosa? Io con Luigi ho scoperto cosa si prova a fare l’amore con un uomo che ama e da cui mi sento amata, e l’ho scoperto adesso, da pochi anni. Ti rendi conto di quanto mi è stato scippato dalla vita? Non mi importa nulla di cosa penseranno mio marito e Mario della mia relazione, mi dispiace solo di deludere Luciano. Ora sai tutto, fai come credi».

La guardai, e per la prima volta non mi si palesò davanti la strega che mi era sempre sembrata. La osservai bene: aveva troppe rughe in faccia per la sua età. Forse quelle linee erano tutte le strade che il dolore e le mancanze avevano scavato sulla sua pelle.

Da quel giorno il mio rapporto con Rosa cambiò. Non diventammo mai amiche, eravamo troppo diverse per piacerci veramente, ma complici sì, è proprio la parola giusta. Non solo non rivelai a mio marito quello che avevo scoperto su sua madre, ma, addirittura, cominciai a coprirla. Ci vedevamo regolarmente, io le raccontavo del mio matrimonio, lei mi confidava come andavano le cose con Luigi, lo struggimento di vivere nella menzogna, ma anche la gioia sempre inaspettata che questo distinto signore aveva il potere di portare nelle sue giornate. Le consigliai di dire tutto al marito, di chiedere il divorzio, di pensare a sé, i figli erano grandi, avrebbero capito, a Luciano avrei parlato io. Ma Rosa non volle mai prendere in considerazione questa possibilità. Intanto mio marito s’accorse che fra me e sua madre era cambiato qualcosa in positivo e ne fu felice, anche se non indagò mai le ragioni di quel mutamento: forse gli sembrò un miracolo che io e la sua genitrice avessimo trovato qualcosa che ci univa, chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che cos’era. Davanti agli altri io e Rosa cercavamo di comportarci come sempre, ma evidentemente l’astio nero che prima ci avvolgeva si era dissolto ed era impossibile non percepirlo.

Fu un buon periodo. Non mi sono mai sentita in colpa verso mio marito, anzi: dentro di me lo sapevo che quello che stavo facendo per sua madre, in fondo, era un’espansione del mio amore per lui. Sì, però lui non doveva sapere, avevo giurato a Rosa che non gli avrei mai rivelato la verità. Ero sicura però che se Luciano avesse conosciuto il dolore di sua madre, avrebbe approvato la sua felicità clandestina con Luigi. Poi successe che mia suocera iniziò a perdersi, sempre di più. All’inizio non demmo peso ai segnali, né io né lei, ma la cosa si ingigantì la mattina che al bar, per una delle nostre colazioni assieme, lei non ricordava che il giorno prima era stata al funerale del suo vicino di casa.

Mi parlava di quell’uomo come se fosse ancora vivo e quando io le feci presente allarmata che Osvaldo, il vicino, era morto, lei mi guardò atterrita, come se avesse toccato con mano il destino senza ricordi che l’attendeva, lo stesso che aveva visto allargarsi sul viso di sua madre. Il declino di Rosa fu rapido, ma prima che non fosse più padrona dei suoi pensieri, delle sue parole e delle sue azioni, io e lei decidemmo di cancellare i messaggi con “Gina”. Lei era terrorizzata all’idea che le loro conversazioni cariche d’amore e poesia finissero in mano a suo marito e ai suoi figli. Luigi telefonava a me per sapere della sua amata, ero io che l’avvertivo quando la portavo a fare una passeggiata al parco, e lui veniva sempre, anche quando Rosa ormai non lo riconosceva più. Luigi veniva e le leggeva qualche poesia.

Oggi che mia suocera non c’è più e mio marito dall’altare legge parole per ricordarla, io mi ritrovo a pensare che non ne sappiamo mai abbastanza di chi ci vive accanto, che a volte puoi passare tutta la vita con una persona e non aver capito nulla di lei, perché quello che Luciano sta dicendo per commemorare sua madre non corrisponde a verità.

Io e Luigi la conoscevamo veramente. Era una donna che aveva sofferto molto, che era stata umiliata dai suoi genitori. Una donna abbrutita dalla mancanza di amore nel suo matrimonio. Però era anche la stessa persona che scriveva versi meravigliosi al suo amante, che anelava a un pezzettino di felicità e se l’era preso, anche con il mio supporto. Io sono felice di aver risposto nove anni fa al cellulare di mia suocera, allora ne fui felice perché volevo sbugiardarla. Adesso ne sono felice perché da quella telefonata ho scoperto che Rosa non era la strega che pensavo fosse. E sono felice di averla aiutata a frequentare fino a che è stato possibile l’uomo che amava e da cui si sentiva amata. Tutti applaudono, quando mio marito scende dal pulpito. Anch’io, perché conosco la purezza dei suoi sentimenti. Forse un giorno gli dovrò confessare che sua madre non era irreprensibile e severa come lui l’ha sempre pensata, ma, non credo lo farò, mi sembrerebbe di fare un torto a Rosa, alla sua memoria. Forse le cose vanno lasciate così come stanno, forse non si può dire sempre la verità. Uscendo dalla chiesa vedo Luigi, sapevo che sarebbe stato qui, appoggiato a qualche colonna per non cadere. Lo abbraccio forte e piangiamo guancia a guancia. Luciano mi guarda stranito e mi chiede chi è l’anziano signore a cui mi sono aggrappata.

«È il fratello di Gina, un’amica di tua madre, io e Rosa lo incontravamo al parco e ci mettevamo sempre a chiacchierare». Lui non replica nulla, ma dedica un lungo sguardo all’amante di sua madre.

 

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