Un angelo in blue jeans

Cuore
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“Un angelo in blue jeans”, pubblicata sul n. 23 di Confidenze, è una delle storie vere più apprezzate della settimana sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Sono sempre stata atea convinta. Ma le mie certezze si sono incrinate in una notte: volevo raggiungere mia figlia in ospedale, pioveva fortissimo, ero sconvolta. E qualcuno mi ha aiutata

Storia vera di Laura G. raccolta da Jolanda Pergreffi

 

Le mie certezze di ateismo di tutta la vita sbiadiscono di minuto in minuto. Ilaria dorme serena accanto a me e io ringrazio il Cielo e Chi lo governa. Il pensiero di ciò che è avvenuto la notte scorsa scaccia con forza residui di dubbi. I miei genitori, le mie sorelle e molti dei nostri parenti credono solo a ciò che si può vedere e toccare. Così sono cresciuta io, trovando ridicolo chi affermava che abbiamo un’anima e che quella parte spirituale avrebbe vissuto in eterno. «La vita è solo una questione biologica e tutto finisce con la morte». Avevo detto questo solo pochi giorni prima a mia figlia sedicenne che, a casa di una sua compagna di classe, aveva preso parte a una discussione sulla religione.

«Sai, mamma, la zia di Lucia, che era gravemente ammalata, dice di essere guarita dopo un pellegrinaggio a un santuario».

Questa cosa mi aveva innervosito parecchio. Mi infastidiva che le si mettessero queste idee in testa, che la plagiassero. Mi ero ripromessa di parlare con la zia di quella ragazza, tanto amica di mia figlia, per chiederle di non interferire nel mio modo di educare Ilaria. Se lei era convinta che la sua guarigione fosse miracolosa, poteva tenersi la sua convinzione e lasciare che noi pensassimo in un modo completamente diverso. Intanto le due ragazze erano andate qualche giorno al mare con mia sorella minore, felici e spensierate. Ilaria in particolare era contenta di avere un po’ più di libertà di quanta ne concedevo io che, essendo separata, sentivo tutto il peso della responsabilità di allevare un’adolescente da sola. Mia suocera, fino a qualche mese prima, mi dava man forte sostituendosi al figlio, totalmente assente. Purtroppo era improvvisamente mancata e Ilaria, che l’adorava, ne aveva molto sofferto. Quando era in vita però la prendeva spesso in giro per la sua religiosità e per il suo indagare, la chiamava “Santa inquisizione”. Comunque tra nonna e nipote esisteva un feeling fortissimo, una telepatia tale che anche la persona più scettica sui poteri della mente, davanti a certi episodi, rimaneva sconcertata. Se mia figlia aveva qualche problema mia suocera, non si sa come, lo captava come un’antenna. Certo solo poteri della mente umana, non ancora spiegati dalla scienza; niente di divino, pensavo io. Comunque, se la nonna fosse stata in vita e avesse saputo che sua nipote era al mare con un’amica e solo mia sorella, di poco più grande di lei, sarebbe partita, in ogni caso, per raggiungerle immediatamente. Non posso dire di essere stata tranquillissima neppure io: Ilaria è vivacissima, spigliata e curiosa di tutto. Una curiosità che certe volte mi preoccupava.

«Chissà che sensazione danno gli stupefacenti, io almeno uno spinello lo vorrei provare» diceva tra il serio e il faceto. Ridevo con lei perché proprio quel suo scherzare su certe cose mi rassicurava un pochino. Era al mare da due giorni e mi mandava un messaggio almeno ogni due ore. “Sana e salva e niente spinelli”. Più tardi: “Un po’ bruciacchiata dal sole ma ancora nella mia pelle”. L’ultimo di quel giorno: “Più tardi in discoteca, ma di disdicevole, come avrebbe detto la nonna, solo la minigonna che mi hai regalato tu”. 

Quella sera ero stata invitata a una grigliata, ma il cielo cupo non prometteva niente di buono, perciò la cena in giardino era stata rimandata. Avrei cenato davanti alla televisione e più tardi avrei visto un film che credevo straordinario. Siccome tanto straordinario non era, mi ero appisolata quasi subito. Sogno sempre molto, cambiando spesso scenari e personaggi e poi ricordo solo qualche stralcio, ma quella volta uno strano sogno mi rimase impresso nella mente. Mi alzai dal divano per andare a letto avendo chiara la visione di mia suocera che al posto di guida della mia macchina, già in moto, mi diceva di affrettarmi e, come lei, mi sollecitava, sorridendo, il bel ragazzo bruno che le sedeva accanto. Pensai che, nel suo paradiso, a 85 anni, la cara vecchietta aveva preso la patente, lei che non era mai andata neppure in bicicletta. Avendo dormicchiato qualche ora sul divano, non riuscivo più a prendere sonno anche perché, in lontananza, si sentivano tuoni fragorosi. Erano circa le due quando squillò il telefono.

 

«Vieni subito, Laura: un’ambulanza sta portando Ilaria al Pronto Soccorso, si è sentita male e non sappiamo cosa sia successo» mi disse mia sorella, agitatissima.

«Fammi parlare con lei, dalle il cellulare».

Quando rispose che non era cosciente mi infilai qualcosa e mi precipitai in garage. Appena aprii la portiera della macchina, il sogno di qualche ora prima mi tornò in mente come se lo stessi vivendo in quel momento. Non mi soffermai: il mio pensiero erano i 70 chilometri che mi separavano da mia figlia e il bruttissimo temporale che mandava lampi illuminando a giorno tutto il quartiere. Appena fui fuori dal vialetto cominciò a piovere così forte che a malapena si vedeva la strada. Mi lasciavo guidare dalla disperazione e andavo avanti. Non avevo fatto che pochi chilometri quando cominciò a grandinare con violenza,  il tergicristallo sembrava non servire più a nulla. Non mi rimase che ripararmi sotto la tettoia di un distributore di benzina. Piangevo di rabbia e di angoscia quando un ragazzo di circa 25 anni bussò al finestrino. Dove lo avevo già visto? La situazione era tale che sarebbe mancato il malintenzionato a renderla una vera tragedia ma, non so perché, aprii la portiera e lo feci salire pensando che peggio di così non poteva andare.

«Lasci guidare me, signora, lei è troppo sconvolta, troppo preoccupata» disse subito.

Da dove fosse uscito, come facesse a sapere che ero sconvolta, me lo sono chiesta solo quando mia figlia è stata in macchina accanto a me mentre tornavamo a casa. Tutto era dipeso da una bibita troppo fredda che le aveva provocato un malore e non da una pasticca che, secondo la sua amica, Ilaria aveva preso.

«Ne sono certa, signora, perché la stessa ragazza ne ha data una anche a me, eccola, io ho fatto finta di ingoiarla» mi disse l’amica, mostrandomela nel palmo della mano. In quel momento, la mia adorata bambina, aprì gli occhi e il pugno che teneva serrato con forza.

«Ecco la mia, la tenevo per dimostrarti che non mi faccio plagiare».

Spuntava l’alba quando finalmente il medico mi disse che Ilaria aveva passato un brutto momento, ma che ora stava abbastanza bene per tornare a casa. Provai un’ondata di sollievo immediata,  subito seguita da una domanda: dov’era finito il ragazzo che mi aveva accompagnata?

Chiesi all’infermiera che mi aveva vista arrivare: «Sa dov’è andato il ragazzo che era con me?».

«Non mi pare che sia venuta con qualcuno, io l’ho vista entrare sola».

Provai a chiedere a un uomo che avevo incontrato nel parcheggio e che, ancora, attendeva il suo turno. «Ha visto quel ragazzo alto, coi capelli neri che guidava la mia macchina? Portava una maglietta bianca e un paio di jeans stinti, strappati sulle ginocchia».

«Lei qui è arrivata sola, signora, ne sono certo, l’ho vista scendere ed era lei che guidava».

Non ho insistito oltre, per non sembrare pazza. Ho solo pensato che gli angeli esistono e indossano jeans all’ultima moda.

Ilaria e io siamo tornate a casa e tutto è tornato come prima. Non è davvero cambiato nulla: la mia bambina, ogni tanto, esce e torna tardi; io continuo a preoccuparmi sapendo che questo è il destino di ogni madre.

Più volte ho tentato di parlare del ragazzo che mi ha portato in ospedale, facendo mille ipotesi, ma senza mai arrivare a una spiegazione convincente. E ora è proprio mia figlia che, al mio racconto, scuote la testa incredula.

 

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