Un folle cuore

Cuore

La storia più apprezzata del n. 34 di Confidenze è “Un folle cuore” di Carmelita Fioretto. Ve la riproponiamo sul blog

 

Lo VEDO e i battiti accelerano. RIVIVO il desiderio per quel corpo MUSCOLOSO, abbronzato. RIPENSO alla mia ATTRAZIONE per lui, così più GIOVANE di me

Storia vera di Silvia R. raccolta da Carmelita Fioretto

 

Il mio cuore lo riconosce forse prima dei miei occhi e sento come un pugno al petto e un altro alla fronte. Per qualche istante è come se l’immenso salone del check-in all’aeroporto di Malpensa sparisse nella nebbia e nel silenzio.

Per un momento c’è soltanto lui e precipito indietro nel tempo: lo rivedo in piedi in un prato inondato dal sole del primo mattino.

Guido indossava solo i pantaloni della tuta, lasciando nudo il torso muscoloso, asciutto, liscio e abbronzato. Stava compiendo i movimenti lenti e circolari del Tai Chi, l’antica arte marziale cinese che mira ad aumentare la vitalità della mente e del corpo, ad acquisire agilità, senso dell’equilibrio e prontezza di riflessi.

Era come assistere allo svolgersi di una danza silenziosa che mi affascinava e mi incantava.

Ero appena arrivata nella casa in Puglia che Enrico, il mio fidanzato, aveva preso in affitto per tutta l’estate. La villetta era proprio in riva al mare, fuori da un paesino, in una zona poco abitata, di una bellezza incontaminata, selvaggia.

Quasi all’ultimo momento, Enrico era stato bloccato a Milano per lavoro, senza sapere se e quando avrebbe potuto raggiungermi, ma io avevo deciso di partire lo stesso. Perché sprecare in una città rovente anche solo pochi giorni delle mie vacanze?

Mentivo a Enrico e persino a me stessa. La verità era che morivo dalla voglia di rivedere Guido e la prospettiva di trascorrere qualche giorno sola con lui era così seducente da non poter resistere.

Guido si era isolato già da qualche settimana nella villetta: si stava preparando per il concorso da magistrato. Io, invece, ero come preda di una strana febbre che mi rendeva irrazionale e folle. Sì, folle! Perché Guido aveva diciassette anni meno di me e, soprattutto, perché era il figlio di Enrico. Guido coabitava con due amici, ma aveva un ottimo rapporto con i genitori, divorziati ormai da diversi anni.

Già al primo incontro mi aveva turbato per una vaga somiglianza tra lui e Elio, l’amore dei miei 20 anni. Un amore intenso, appassionato, ma disperato e infelice perché non corrisposto. Elio non mi aveva voluta e quel rifiuto mi aveva fatto male per molto tempo.

Comunque, non è stato certo il ricordo di Elio a spingermi a conquistare la simpatia di Guido, a farmelo amico. Stavo bene con Enrico e volevo che il nostro rapporto funzionasse. Pensavo quindi che fosse importante andare d’accordo con suo figlio, che lui mi accettasse.

Guido è stato da subito molto gentile, quasi affettuoso con me. Nonostante la differenza di età, avevamo molti interessi in comune. Era piacevole chiacchierare con lui, quando uscivamo tutti e tre insieme, con Enrico che ci ascoltava contento della nostra intesa. Non so com’è stato che mi sono ammalata d’amore per quel ragazzo solare, simpatico, intelligente e, soprattutto, affascinante e sensuale. Quando me ne sono resa conto era già troppo tardi. Il veleno del desiderio mi era ormai filtrato nel sangue e non c’erano antidoti. Ho provato a resistere, ma era come sprofondare nelle sabbie mobili. L’unica possibilità sarebbe stata la fuga, ma non ne ho avuta la forza.

 

 

Ricordo che una domenica di primavera Enrico ha organizzato una gita in montagna. C’era il sole, ma la neve copriva ancora le cime e i crinali più in alto. Ci siamo fermati a mangiare sulla riva di un fiumiciattolo gelido che scorreva vivace tra i sassi. Il fluire dell’acqua e le nostre voci erano gli unici suoni nel silenzio e nella quiete intorno a noi. Quando Enrico si incamminò per un sentiero, scomparendo dietro alcuni enormi massi, non lo seguii perché stavo troppo bene dov’ero. Guido, sdraiato accanto a me sull’erba rada, si era assopito. Nel sonno, l’espressione del suo viso, così intensa, si era addolcita in un che d’infantile e indifeso. Aveva le labbra carnose, morbide, leggermente dischiuse. È stato allora che all’improvviso ho provato per lui un’attrazione e un desiderio così intensi e selvaggi da sconvolgermi. Morivo dalla voglia di toccarlo, di affondare le mie labbra nelle sue. Spaventata da ciò che provavo, sono corsa al ruscello, ho immerso le mani nell’acqua fredda, mi sono bagnata la faccia. Il cuore mi pulsava forte e non voleva placarsi.

«Scendiamo a valle?» chiese alle mie spalle Enrico.

Mi ci è voluto qualche istante prima di riuscire a girarmi e a guardarlo.

Non sarei dovuta andare in Puglia, con o senza Enrico.

Invece, sono partita e ho fatto tutta una tirata, fermandomi di tanto in tanto a riposare in qualche Autogrill. Avevo fretta di arrivare e, al tempo stesso, avrei voluto non arrivare mai.

Quando ho parcheggiato l’auto davanti alla villetta, Guido era immerso negli esercizi del Tai Chi.

Sono rimasta come paralizzata a guardarlo. Dal finestrino abbassato, un venticello tiepido e profumato di salsedine e oleandro mi accarezzava dolcemente il viso. Poi lui è venuto verso di me. Il cuore mi martellava forte e quasi mi mancava il respiro.

«Hai fatto bene a venire anche senza papà» ha commentato, prendendo la valigia dal portabagagli.

Io avrei voluto sparire, dissolvermi nell’aria. Ma ormai era troppo tardi e lo sapevo.

Per qualche giorno i nostri rapporti non hanno oltrepassato i confini di un’amichevole convivenza. Del resto io non ho mai cercato di provocare Guido, neppure con l’abbigliamento. Anzi, ostentavo modi di fare quasi materni. Avevo troppa paura di rendermi ridicola, patetica e temevo anche il suo giudizio, un possibile disprezzo. Eppure ogni volta che mi guardavo allo specchio, mi chiedevo come apparivo ai suoi occhi. Dopo tutto, ero una donna ancora giovane e desiderabile. Ma anche per un ragazzo della sua età?

Subito mi pentivo e mi vergognavo di essermelo chiesto.

 

 

Guido si alzava all’alba per studiare. Quando aprivo le persiane della mia camera, lo vedevo chino sui libri sotto il pergolato, sul retro della casa.

Accoglieva con un sorriso grato me e il vassoio della colazione. Bevevamo il caffè, chiacchieravamo un po’ e poi io mi eclissavo per lasciarlo studiare in pace. Sapevo quanto fosse importante per lui vincere quel concorso, diventare magistrato.

Passavo la mattinata in spiaggia, a ubriacarmi di sole e di azzurro. Dopo mezzogiorno, Guido arrivava correndo dalla villetta, già in costume, e si tuffava subito scomparendo sott’acqua. Riaffiorava al largo e tornava a riva nuotando a vigorose bracciate. Quando usciva dal mare, l’acqua gli riluceva sul corpo atletico e abbronzato e mi appariva come uno stupendo dio marino. Poi si gettava sulla sabbia e restava lì ansante, con gli occhi chiusi. E io avrei voluto trasformarmi in una delle gocce salate che scivolavano lentamente sulla sua pelle morbida e liscia.

Dopo pranzo, riprendeva a studiare sino al tramonto. Quindi passeggiavamo nella luce azzurrina del crepuscolo e sedevamo a bere qualcosa al bar sulla piazza del paese. Purtroppo era quasi sempre a quell’ora che la telefonata di Enrico si frapponeva tra noi , il suo arrivo si faceva sempre più vicino.

È accaduto il quinto giorno di quella strana vacanza. Quel pomeriggio non eravamo andati in paese, perché Guido aveva studiato più a lungo del solito. Stavo cucinando un sugo per la cena, quando mi ha gridato: «Vado a fare un bagno in mare». È rincasato dopo mezz’ora e si è chiuso subito in bagno. Sentivo lo scrosciare dell’acqua e lo immaginavo nudo sotto la doccia. Da dietro la porta, gli ho chiesto se voleva qualcosa da bere. Mi ha risposto di non preoccuparmi, che ci avrebbe pensato lui dopo.

 

 

Ero seduta sulla veranda davanti alla casa, quando è arrivato con due bicchieri colmi di Coca-Cola e rhum. Più rhum che Coca-Cola. Indossava pantaloni di tela ampi e una maglietta a canottiera, che lasciava nuda la muscolatura possente delle spalle e delle braccia. Si è seduto su uno dei tre scalini. Abbiamo sorseggiato il cocktail in silenzio.

Il tramonto incendiava di rosso il cielo che andava scurendo. A un tratto ho notato che aveva una ferita alla spalla.

«Ho strisciato contro uno scoglio» mi ha spiegato, «ma è solo un graffio».

L’ho convinto che acqua e sapone non bastavano, ci voleva il disinfettante. Sono andata a prendere l’occorrente in bagno. Mentre lo medicavo e gli sfioravo la pelle con le dita, ho sentito un brivido attraversargli il corpo.

Si è voltato e mi ha guardata con occhi che sembravano di fuoco. E a farglieli ardere era la vampa del desiderio, della passione.

È stato un momento denso, palpitante, rovente. Abbiamo fatto l’amore con furia selvaggia. Dopo, lui è sprofondato in un sonno profondo, mentre io sono rimasta sveglia ad ascoltare il suo respiro e a pensare.

Più pensavo più mi invadeva una densa malinconia e un profondo struggimento perché sapevo che all’alba i suoi sensi di colpa me lo avrebbero reso estraneo, nemico e che non mi avrebbe mai perdonata di essere stata sua.

Un’ora dopo correvo in auto nella notte lungo la litoranea.

Credo che Enrico non abbia mai saputo ciò che è successo. Dubito che Guido glielo abbia confessato. Quanto a me, nel lasciarlo, non gli ho certo detto la verità. O meglio, una verità gliel’ho comunque detta: non lo amavo, non abbastanza.

Dopo qualche anno, del tutto per caso, ho saputo di avere fatto meno danni di quanto pensavo: Guido è diventato magistrato ed Enrico ha una nuova compagna.

Forse chi ha fatto più fatica a riprendersi da quella storia sono stata proprio io. Per ritrovare pace ed equilibrio mi ci è voluto del tempo e ho anche avuto bisogno dell’aiuto di uno psicologo.

Sussulto quando lo sguardo di Guido mi sfiora, senza però fermarsi. Quindi si avvia verso gli imbarchi: spinge il carrello dei bagagli e ha accanto una ragazza con un passeggino.

Non so perché gli occhi mi si velano di lacrime.

«Tutto ok?» mi chiede mio marito.

«Sì, tutto ok» rispondo.

Riesco persino a sorridere.

 

 

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