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Un segreto svelato

Cuore

È stata una delle storie più apprezzate del numero 26 di Confidenze. Un segreto svelato di Carmelita Fioretto. Rileggetela qui sul blog

Sono cresciuta con i miei zii, perché ho perso i genitori da piccola. Un giorno si presenta uno sconosciuto, dal viso stranamente familiare: «Tu sei Flavia? Allora io sono tuo fratello».
Resto allibita. Non è possibile, sta mentendo 

 

storia vera di Flavia F. raccolta da Carmelita Fioretto

 

Sono circa le quattro di un caldo, sonnolento pomeriggio domenicale, quando suonano alla porta. Zia Elena e io siamo sedute sul terrazzo, mentre zio Carlo sonnecchia sulla sua poltrona. Il cuore e i polmoni, ormai troppo malandati, lo tengono recluso in casa già da qualche mese. Per i medici, non vivrà ancora molto. 

Mentre percorro il corridoio in penombra, diretta all’ingresso, sono tranquilla perché non so che da lì a poco mi verrà rivelato qualcosa che mi turberà profondamente. Non subito però.

Metto la catenella prima di aprire. Sul pianerottolo c’è un uomo alto, ben vestito, dai folti capelli ricci. Restiamo a fissarci per qualche istante. So di non conoscerlo, però colgo subito un che di familiare nel suo viso, negli intensi occhi verdi. Prima che io apra bocca, lui si gira e scompare dal mio campo visivo. Un attimo dopo sento chiudersi le porte dell’ascensore. Vagamente sconcertata torno sul terrazzo.

«Avrà sbagliato porta» commenta la zia.

«Poteva almeno scusarsi» ribatto.

Lo zio ci ascolta, con un che di pensoso nei suoi occhi verdi. Pranzo da loro quasi tutte le domeniche. Ho perso i miei in un incidente d’auto, quando ero troppo piccola per ricordarmene. Da allora i miei genitori sono stati zio Carlo e zia Elena, l’unica sorella di mio padre, che non hanno mai avuto figli. Gli zii sono stati davvero eccezionali con me e con loro il legame è sempre stato molto stretto, speciale, anche se da adolescente ho avuto parecchi scontri con lo zio, che accusavo di essere troppo rigido, severo e intransigente.

Lui si addolcisce soltanto con la zia. Da come la tratta, da come la guarda si capisce che la ama più di quanto ami se stesso.

Arrivano due amiche della zia e io ne approfitto per congedarmi. Quando esco dal portone, lo sconosciuto di prima è lì davanti ed è chiaro che mi sta aspettando. Faccio per passare oltre, ma lui mi blocca.

«Sei Flavia?» mi chiede, in tono un po’ brusco.

«Sì» rispondo perplessa.

«Bene, allora io sono Stefano. Tuo fratello».

È come se mi avesse dato un pugno in testa.

Sono esterrefatta, allibita. Questo è pazzo, penso sudando freddo. O un impostore, un truffatore. La mia mente lavora a velocità vertiginosa. E intanto noto di nuovo un che di familiare nel suo viso, nei suoi occhi.

No, Flavia. Non lasciarti ingannare, suggestionare, mi dico. Tu sei figlia unica. Se avessi un fratello lo sapresti sicuramente… oppure no?

Proprio in quel momento squilla, inopportuno, il mio telefonino. Ce l’ho in mano. Sul display è apparso il nome di Danilo. Sto per rispondere, ma poi rifiuto la chiamata. Prima voglio liberarmi di questo Stefano.

Danilo è… non so proprio come definirlo. Non è un fidanzato, tanto meno un compagno. È una luce a intermittenza nella mia vita, appare e scompare. Sto con lui come sulle montagne russe. In certi periodi sembra tutto mio e poi all’improvviso prende le distanze, si nega, si dilegua. È lava incandescente che in un istante diventa iceberg. Mi ama, mi vuole, così dice, ma è restio a impegnarsi, non ora comunque, forse in futuro, forse. Vuole sentirsi libero e intanto mi incatena in una perenne attesa, in una perenne speranza. Soffro i suoi silenzi, le sue assenze pronta ad accogliere i suoi ritorni.

Devo ammettere però, che ormai non provo più per lui l’amore, l’attrazione, gli slanci di una volta. È come se la lunga attesa mi avesse svuotata, logorata, prosciugata. Eppure, è ancora come una droga di cui non riesco a fare a meno. Così continuo a inseguire il miraggio di una vita insieme a lui.

 

 

 

Ma torniamo a questo sconosciuto che con tanta sicurezza, e anche arroganza, afferma: «Sono tuo fratello».

«Non è possibile!» esclamo. «Io non ho fratelli».

«Capisco che tu non mi creda» commenta. «Ma io voglio rivedere papà, prima che sia troppo tardi».

«Mio padre è morto 33 anni fa» replico sollevata, perché l’equivoco mi appare evidente.

Ora è lui a essere sorpreso, sconcertato. «Tu non sei la figlia di Carlo P.?».

«Certo che no! Lui è mio zio».

«Allora non sei neppure Flavia».

«Certo che sono Flavia».

Rimane per qualche istante in silenzio, fissandomi e premendosi una mano sulla fronte.

«Per favore» dice. «Ti dispiace se ne parliamo con calma?» e mi indica una birreria sull’altro lato della via.

Esito, ma alla fine accetto perché, per quanto mi sembri assurdo, incredibile, questo Stefano non solo ha gli stessi occhi di zio Carlo, ma sembra uscito da una vecchia foto in cui lo zio sorride in sella a una moto, in una remota estate della sua gioventù.

Così, con davanti due boccali di birra che neppure sfioriamo con le labbra, Stefano mi racconta la sua storia. L’ascolto, pronta a cogliere la più piccola discrepanza, contraddizione, ancora molto cauta e diffidente.

La relazione di zio Carlo con Mirella, la mamma di Stefano, era durata poco. Quando lei era rimasta incinta, lui voleva che abortisse. Discussioni, litigi, minacce. Immagino lo zio terrorizzato al pensiero che zia Elena scoprisse tutto, che lo lasciasse. Mirella aveva tenuto duro. Quando era nato il bambino, lui non lo aveva riconosciuto.

«Però non mi ha fatto mancare nulla» racconta Stefano, con amarezza: «Soldi, consigli. Nulla tranne l’amore, l’affetto. Lo vedevo poco. Spesso, per mesi, si limitava a una rapida telefonata. Con mia madre ormai si detestavano».

Stefano conosceva poco quel padre un po’ misterioso. Diventato adolescente, però, ha deciso di saperne di più. Così, piano piano, è riuscito a scoprire che lavoro faceva, dove abitava.

«Ho cominciato ad appostarmi in quel portone» continua a raccontarmi, indicandomi il portone proprio davanti a casa degli zii. «E un giorno, finalmente, vi ho visti uscire tutti e tre insieme. Ho capito subito che la donna era la moglie di papà. Mi ha fatto male la tenerezza con cui la teneva per mano. Poi c’eri tu. Chi potevi essere se non la figlia?». Gli sfugge un sorriso. «Avrai avuto circa otto anni, ed eri proprio carina, con quella gran massa di riccioli rossi. A un tratto…» ora Stefano non sorride più, «sei scesa dal marciapiede proprio mentre arrivava un’auto. Papà ha urlato e ti ha strattonato per un braccio, poi ti ha abbracciato forte, ti ha baciato. Quanto ti ho invidiato in quel momento! Quanto ti ho detestato».

E io provo pena, una grande pena e anche un’immensa tenerezza, per quel ragazzino che spiava nell’ombra l’armonia familiare, i gesti d’amore che a lui erano negati.

A 20 anni la ribellione, il grande litigio. «Gli ho urlato che non volevo più una lira da lui». Lo sguardo di Stefano si fa cupo, tempestoso: «Che non volevo più vederlo, che lo odiavo! Da allora non l’ho più incontrato. Lui non mi ha cercato e io non ho cercato lui. Nel frattempo, mia madre si era ammalata e quando è morta mi sono trasferito a Boston, dove ho dei cugini. Là ho conosciuto la mia ex moglie. Un matrimonio sbagliato. Per fortuna non abbiamo avuto figli. Un anno fa, sono tornato a vivere in città. Avevo troppa nostalgia dell’Italia. Ho aperto una scuola guida, in società con un vecchio amico. Gli affari vanno bene e sono soddisfatto». Si interrompe e il suo sguardo corre lungo la facciata del palazzo dove abitano gli zii. «Lo so, avevo giurato che per me non esisteva più, ma non ce l’ho fatta. È pur sempre mio padre. È stata la portinaia a dirmi che lui non esce più di casa, che non ne ha per molto…».

Lo ascolto in silenzio, turbata, sconvolta.

All’improvviso mi sembra che zio Carlo sia quasi uno sconosciuto per me. Lui, l’uomo che considero mio padre e di cui scorgo ora mille ombre e menzogne e un enorme segreto. L’uomo che credevo integerrimo e che invece è stato un adultero e che ha negato il suo affetto, la sua presenza al proprio figlio. Questo mi fa stare molto male.

«Devo vederlo almeno un’ultima volta» afferma Stefano. «Lo capisci, vero?».

Sì, lo capisco, ma devo anche proteggere la zia.

Non voglio che sappia che suo marito ha un figlio segreto, che l’ha tradita. Già per me è sconvolgente, ma per lei sarebbe devastante. Tutta una vita, un matrimonio messi in discussione.

«Ho bisogno di riflettere» replico. «Ti prego, dammi un po’ di tempo. Intanto promettimi che non tenterai di vederlo. Ti supplico!».

Lo promette. Ci scambiamo i numeri di cellulare e poi ci separiamo.

 

 

 

Non parlo a nessuno di questa storia, nemmeno a Danilo anche se ci vediamo quella sera stessa. Ed è proprio in quell’occasione che intuisco quanto ormai mi sia allontanata da lui, che nemmeno si accorge di quanto sono turbata, distratta e silenziosa.

Con Stefano ci telefoniamo parecchie volte nel corso della settimana. Lui insiste, io prendo tempo. Una sera mi invita a cena. Mi aspetto che mi parli dello zio, invece è me che vuole conoscere meglio. Non credo di avere mai parlato così tanto di me con un uomo, di certo non l’ho mai fatto con Danilo. Stefano mi fa sentire a mio agio, dimostra di comprendermi al punto da scovare persino ciò che nascondo dietro i miei silenzi. Ci vediamo anche qualche altra sera per correre insieme in un parco. Stefano adesso mi parla della sua infanzia, della sua adolescenza soltanto quando gliene chiedo. Però io so che è sempre tutto lì, dentro di lui, in quell’ombra di malinconia che gli offusca sempre lo sguardo, in quella piega un po’ amara agli angoli della bocca.

Con gli zii sono in imbarazzo. Con la zia per il segreto che nascondo, con lo zio per la rabbia che mi assale al solo vederlo e a ripensare a tutti i suoi bei discorsi sulla moralità, sulla sincerità, sull’onestà. Un sepolcro imbiancato, ecco cos’è, penso.

E poi un giorno che siamo da soli, con la zia dal parrucchiere, ecco che mi dice: «Ho un favore da chiederti».

Ancora prima che parli, so già di che si tratta.

È sicuramente difficile, emotivamente faticoso per zio Carlo parlarmi del suo figlio segreto. È stupito ma anche sollevato quando sa che ho conosciuto Stefano. Non cerca di giustificarsi, mostra invece un pentimento e un dispiacere che mi ammorbidiscono verso di lui, anche se ormai è tardi per rimediare al male fatto a Stefano.

«Devo incontrarlo, Flavia, per chiedergli perdono. Non voglio morire con questo rimorso nel cuore». Anche lui però pensa alla zia, non vuole che venga a scoprire tutto proprio adesso.

Decidiamo che porterò Stefano da loro come se fosse un mio amico anche se, certo, la cosa è un po’ strana.

Il pomeriggio dell’incontro, Stefano è tesissimo e lo sono anch’io.

Quando entriamo in salotto, zio Carlo si illumina tutto. In tre siamo emozionati, impacciati, soltanto la zia è tranquilla, sorridente. Con la scusa del caffè, me la porto in cucina. E allora lì lei cambia, si fa serissima.

«È suo figlio, vero?» chiede, fissandomi negli occhi. «Dai, per piacere!» sbuffa, davanti al mio silenzio imbarazzato: «Mi ritieni una stupida? Credevi che non lo sapessi? Certo non da lui, no! Dalla moglie di un suo amico, che non aveva saputo mantenere il segreto. In quel periodo eravamo in crisi per colpa mia, perché non accettavo la mia sterilità. Lo trattavo male, lo respingevo. Però il suo tradimento mi ha ferito, mi ha fatto molto male. Ho avuto così tanta paura di perderlo!».

«E non hai mai detto nulla?» mi stupisco. «E sei rimasta con lui?».

«Lo amavo così tanto! Poi ho saputo che con quell’altra era finita, anche se gli aveva dato un figlio. Lui aveva scelto me. Lui amava me. Se me lo avesse confessato, te lo giuro, io avrei accolto quel figlio, non gli avrei impedito di prendersene cura come si deve, ma lui ha taciuto. Allora ho taciuto anch’io. E guai a te, se adesso gli dirai che sapevo, che so tutto».

 

 

 

Quando rientriamo in salotto con il caffè, la zia torna a sorridere. Più tardi nell’accompagnarci alla porta, arriva al punto di invitare Stefano a tornare.

«Grazie, Flavia». Stefano ha gli occhi lucidi: «Senza di te questo non sarebbe stato possibile».

Non mi offendo, quando mi confessa che ora desidera stare solo, a riflettere su tutto quello che si sono detti lui e suo padre. Del resto, ho appuntamento con Danilo, anche se anch’io preferirei stare da sola. Ci sono emozioni dentro di me, che vorrei ascoltare e capire.

Danilo stasera è premuroso, affettuoso. Mi porta a cena e poi insiste per salire da me. È la prima volta in tanti anni che non glielo propongo per prima. Appena in casa, mi bacia avidamente, mi accarezza, mi sospinge verso la camera da letto. Faccio l’amore con lui, ma sono lontana con la testa, con il cuore. È come se indossassi il corpo di un’altra. Nessuna emozione, nessun piacere. Danilo però non se ne accorge e, dopo l’amore, si addormenta tranquillo. Io rimango sveglia a lungo riflettere, a scrutarmi dentro, prima che il sonno mi vinca.

È mentre facciamo colazione che, stringendomi una mano, afferma: «È arrivato il momento di convivere, Flavia».

Non mi chiede se sono d’accordo. È abituato a essere quello che decide tra noi due.

Troppo tardi, penso. Troppo tardi, per fortuna.

Danilo è sconcertato e offeso dal mio rifiuto.

«Potrei non chiedertelo più» minaccia andandosene.

A me non importa. Sento che tra noi è finita, senza alcun rimpianto.

Stefano torna più volte da suo padre, con e senza di me. È lui che zia Elena chiama quando, all’alba di un giorno di settembre, si accorge che lo zio se n’è andato in silenzio nel sonno.

Stefano si precipita da me. Quando apro la porta, capisco subito perché è lì. Mi abbraccia e io piango piano, con la faccia premuta contro il suo petto. Il calore del suo corpo mi consola, mi rassicura.

«Son contento di essermi rappacificato con lui» mormora, commosso: «Di averlo perdonato».

Siamo entrambi profondamente addolorati e poi c’è zia Elena da sostenere, da consolare. È mentre usciamo dal cimitero che sento la mano di Stefano afferrare la mia, stringerla, accarezzarla. E un’emozione densa, calda, piacevole mi avvolge tutta. Poi lui mi passa un braccio sulle spalle, attirandomi dolcemente a sé, si china verso di me e mi sfiora le labbra con un bacio. Io mi stringo un po’ di più a lui, Sorrido, mentre camminiamo abbracciati. Sono in debito con Stefano. Devo restituirgli tutta la tenerezza, l’amore che zio Carlo ha dato a me e invece spettava a lui. Anzi gliene darò di più, molto di più.

Gli darò tutto il cuore. ●

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