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Una madre

Cuore

“Una madre” di Lucia Cabella è una delle storie vere più apprezzate del n. 43 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Si può vivere la MATERNITÀ anche senza generare una nuova VITA. L’ho capito dal SORRISO di Andrea e dei BAMBINI che, come lui, hanno PAURA di non ridere più

Storia vera di Raffaella L. raccolta da Lucia Cabella

 

Anche questa volta è andata male. Tutti cercano di convincermi che si trattava solo di un fagiolo acerbo e non del mio bambino. Si sbagliano. Sono stata mamma quattro volte, ognuna delle quali per cinque settimane: in totale tremilatrecentosessanta ore. Tremilatrecentosessanta ore di un amore mai provato prima, diverso e più forte di tutto il resto, perfino del dolore arrivato dopo. Amore e dolore: due sentimenti totalizzanti che hanno sconquassato la mia esistenza, senza lasciare posto ad altro; due sentimenti che mi fanno morire lentamente, ma che, allo stesso tempo, mi tengono viva. Più viva di quanto vorrei.

Anche questa volta mio figlio ha preferito fuggire da un’arida pancia incapace di accoglierlo. Il mio utero è freddo e ostile: la vita riesce a nascere, ma non a maturare. Continuo a essere una donna a metà, inadatta a generare il frutto di un amore. Una donna mutilata. Inutile.

Anche se non avrei dovuto, questa volta ci avevo sperato davvero. Era quella buona, pensavo. Dovevano valere qualcosa le sofferenze del corpo e dell’anima inflitte dalle impietose cure ormonali che mi stavano cambiando il carattere. Dovevano servire a qualcosa gli infiniti colloqui con esperti in camice bianco che riducevano l’intimità a una catena di montaggio: giorni fertili, provette, odore di disinfettante. Quello che doveva essere un atto d’amore si era trasformato in meccanica.

Ero convinta che la nostra ostinazione ci avrebbe premiato. A Marco, però, ripetevo fino allo sfinimento che non dovevamo farci illusioni perché probabilmente sarebbe andata come tutte le altre volte; volevo preservare lui e me stessa dall’ennesima e, forse, inevitabile delusione. Gli preannunciavo che le nostre speranze sarebbero crollate, che il nostro futuro sarebbe stato trascinato via da un fiotto rosso sgorgato dal mio corpo inutile.

Infatti anche questa volta è andata così: l’ormai nota fitta al basso ventre, la corsa in bagno senza lacrime, il Pronto Soccorso, l’ecografia che conferma l’inevitabile, la pietà negli occhi della ginecologa, Marco accanto a me, che stringe la mia mano più per essere consolato che per consolare.

Pensavamo di soffrire meno stavolta, soltanto perché ad alta voce non avevamo mai concesso che le cose potessero andare in un modo diverso. Eppure non si può essere preparati al dolore: non esiste un algoritmo per cui si soffre di più o di meno in base alle barricate mentali che costruiamo per difenderci. Siamo solo due genitori che non abbracceranno mai il loro bimbo. Un bimbo che, seppur per un battito d’ali, ha condiviso con me sangue, cibo e sogni. Non mi possono chiedere di non amarlo. Non mi possono ordinare di considerarlo “materiale abortivo” e non, semplicemente, mio figlio.

Sono tornata al lavoro, fingendomi indifferente alle occhiate di curiosità delle colleghe: tutte madri vere loro, capaci di generare vita e di spiattellarmela in faccia.

«Come stai?».

«Tutto a posto». Ma a posto non è nulla, né il mio utero né, tanto meno, il mio cuore.

 

Questa è stata l’ultima volta. Io e Marco abbiamo deciso che non ci proveremo più. Non tenteremo neanche l’adozione: troppa burocrazia, troppi ostacoli, troppa sofferenza. Non saremo mai genitori, ora lo so. So anche, però, che non abbiamo bisogno di un bambino per amarci. Mi ripeto cento volte al giorno che non ho bisogno di un bambino per sentirmi donna.

Mi concentro sul lavoro perché è l’unica cosa che può distrarmi. Mio figlio, d’ora in poi, sarà il mio ufficio. Annego nei numeri, conto e riconto con foga e precisione, sono perfino entusiasta di fare gli straordinari.

Tutte le sere, a letto, Marco mi abbraccia, ma io non ricambio. Rimango lì, immobile e gelida come il mio utero. So che passerà e che ci ritroveremo. Ho bisogno solo di un po’ di tempo.

Ovviamente pare che tutte le mie amiche abbiano deciso di sfornare figli proprio adesso, per ricordarmi ciò che a me è precluso per sempre.

Vado in ospedale a trovare Maria. Un vero e proprio quadro della Madonna col Bambino. Le voglio bene, e gliene voglio anche a quel fagotto di carne e lacrime che le somiglia già. Eppure l’amara sensazione che avrei dovuto esserci io lì, su quel letto nel reparto maternità, non mi abbandona e riesce ad avvelenare la dolcezza che dovrei provare. Resto poco, il tempo di inghiottire lacrime che non avrei potuto, o voluto, spiegare.

Mentre attraverso il freddo corridoio dell’ospedale pediatrico, accade una cosa strana. Sento delle risate. Risate vere. Sfrontate. Risate che mettono allegria. Insolito posto dove ridere così. Mi accorgo che è molto, troppo, tempo che non rido. Il mio istinto mi guida e mi impone di seguirle.

Improvvisamente mi trovo in una stanza piena di bambini di ogni età. Molti di loro sono calvi. Alcuni sono sprofondati su una sedia a rotelle più grande di loro. Alcuni sono attaccati a una flebo. Altri hanno arti ingessati. Sorridono tutti.

Al centro della stanza due ragazzi col naso rosso da pagliaccio stanno raccontando una storia. I bambini pendono dalle loro labbra e il mondo sembra essersi fermato. La stanza si riempie di animali parlanti, di maghi e di principesse. Qui e ora tutto è possibile. Anche stare bene.

Alla fine dello spettacolo, dopo una marea di applausi e di abbracci, mi avvicino ai due ragazzi clown e chiedo loro come si può far ridere quei bambini che avevano temuto di non ridere mai più. Mentre mi parlano dell’associazione di cui fanno parte, intravedo negli occhi di quei due giovani volontari una luce che nei miei non ha mai brillato. Immediatamente decido.

 

E ora eccomi qui, qualche mese dopo. La vita è andata avanti, risoluta. Al lavoro il mio impegno e gli straordinari sono stati ricompensati da una promozione. Io e Marco ci siamo riavvicinati. Oso dire che stiamo bene.

È una calda domenica settembrina. Il sole filtra attraverso il vetro della finestra e illumina questa asettica stanza di ospedale. Sto leggendo una favola ad Andrea, seduta accanto al suo letto.

Andrea ha otto anni e la fibrosi cistica. I suoi genitori abitano lontano, lavorano anche nel fine settimana ed è difficile per loro venire fino a Genova a trovarlo. Non riesco nemmeno a immaginare quanto debbano sentirsi impotenti. Andrea è ricoverato in ospedale da tre settimane perché i suoi polmoni sono deboli e incapaci di difendersi dai germi. Indossa una mascherina, e anch’io.

Intorno a noi, però, adesso volano draghi dai colori sgargianti e altre mille creature fatate: un principe capace di volare, una strega pasticciona, ragazzini che salvano il mondo da un’imminente catastrofe.

Alla fine della storia Andrea stringe la mia mano e sorride. Non so se è per il racconto o per me. Forse anche lui sogna di volare e di salvare il mondo. O, forse, sogna semplicemente di andare a scuola, di fare un bagno in mare e di essere abbracciato senza guanti. Riconosco una scintilla di gioia sul suo viso, anche se la mascherina gliene copre metà. È la gioia di vivere che hanno tutti i bambini del mondo. Il mio cuore accelera.

Forse non esiste un solo modo per essere madre.

 

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