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Vi sembra una faccia da Pina?

Cuore

Da quando sono adolescenti i miei figli (e i loro amici) mi chiamano Pina. Ma adesso basta: ho deciso di riappropriarmi della mia Albie identità!

Nell’editoriale Con parole semplici (che trovate su Confidenze in edicola adesso), Angelina esordisce con questa dichiarazione: «Quando sento un bambino chiamare “mamma”, mi giro di scatto. So che quella mamma non sono io, ma mi viene istintivo».

In realtà, il comportamento del nostro direttore non è per nulla strano, anzi. Comune a molte madri, è addirittura destinato a non cambiare mai, neppure quando la prole è grande e vaccinata (lo prova il fatto che la figlia di Angelina ormai ha 26 anni). Detto questo, è vero che ci sono sempre le eccezioni che confermano la regola. E su questo argomento l’eccezione sono io.

Infatti, anche quando erano piccolissimi i miei figli non mi hanno quasi mai chiamato “mamma”. In compenso, nel corso degli anni hanno tirato fuori una serie di nomignoli che ancora oggi di tanto in tanto tornano in auge.

Fra i primi c’è stato Panno di cui, visto che da soli non ci arriverete mai, vi svelo subito l’etimologia. Panno è il diminutivo di Pannocchia, l’appellativo ideale (secondo i miei bambini) per una mamma bionda. Ma il nome “ufficiale” della signora Di Giorgio, cioè quello che i ragazzi mi hanno appioppato durante la loro adolescenza e che solo negli ultimi tempi sta andando in disuso, è Pina.

Chiamarmi Pina era diventata talmente una consuetudine, che piano piano hanno iniziato a farlo anche i loro amici di sempre. Seguiti a ruota da quelli nuovi, completamente ignari di rivolgersi a una certa Alberta. Tant’è che se mi capitava di contattarli (un classico delle mamme è telefonare ad altri ragazzi per avere notizie dei propri figli sordi al cellulare dei genitori), mi dovevo presentare come Pina, altrimenti non avevano idea di chi ci fosse dall’altra parte della cornetta.

Come sempre succede, poi, anche il mio nome d’arte è stato declinato in diverse versioni, che spaziavano dallo scolastico Penna allo zoologico Pennuta, allo spagnoleggiante Pinola. Il tutto passando attraverso Ringhia (quando in casa saliva la tensione tipica tra mamme e teenager), Ringhiuzza (appena il nervosismo si allentava) e Ringhiuzzi (la cui “i” finale era il dettaglio che dichiarava ufficialmente la fine delle ostilità).

Questi nomignoli, però, sono rimasti nel cerchio delle amicizie più intime. Mentre Pina si è diffuso a macchia d’olio, sconfinando addirittura nel mondo degli adulti. E a quel punto ho capito che stavo rischiando grosso, perché minacciava di far soccombere definitivamente il dignitoso Alberta (e il più friendly Albie).

Morale, con tenacia e determinazione mi sto riappropriando della mia identità. Ma visto che appena la famiglia si riunisce al completo qualche Panno o Ringhiuzzi ancora ci scappa, giuro che quando avrò dei nipotini non gli permetterò, neanche sotto tortura, di trovarmi un soprannome. Perché se nessuno mi ha mai chiamata “mamma”, loro saranno obbligati a usare il “nonna”. Ma assolutamente non il “nonna Pina”. Altrimenti gli mozzo la lingua!

Confidenze