Che scuola ci aspetta a settembre

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In molti si interrogano sul futuro scolastico dei nostri ragazzi e dal mondo della cultura arriva un appello: la didattica a distanza non può sostituire il confronto in aula

 

Ormai è chiaro la scuola non riapre più, anche se in molti Paesi d’Europa le lezioni in aula sono ricominciate, se pur con tutte le dovute cautele, da noi l’anno finisce così: niente foto di classe finale e le pagelle? Daranno anche queste a distanza?

Su Confidenze in edicola parliamo di didattica a distanza nel servizio Quando la scuola online funziona dove alcuni dirigenti scolastici di diversi istituti ci raccontano come si sono organizzati in questi mesi di lockdown per garantire comunque le lezioni ai ragazzi.

Il tema è più che mai di attualità e oggetto di roventi polemiche soprattutto in vista di una riapertura quanto mai incerta dell’anno scolastico a settembre (che ad oggi non si sa ancora quando inizierà).

Ieri sul quotidiano La Stampa è stata pubblicato l’appello di un gruppo di 16 intellettuali e personaggi della cultura guidati dal filosofo Massimo Cacciari (tra cui Alberto Asor Rosa, Luciano Canfora, Nadia Fusini, Pier Aldo Rovatti e Carlo Sini) che lanciano l’allarme per i messaggi che giungono dal governo in questa fase 2. In gioco c’è proprio quanto succederà a settembre, quando, per timore di una nuova ondata di contagio, i ragazzi potranno alternare l’attività in aula alla didattica a distanza, secondo un piano di smistamento delle classi ipotizzato dalla ministra Azzolina, e già inviso alla maggior parte delle famiglie (sfido chi ha due o tre figli a lanciarsi nell’impresa di far combaciare orari e presenze a scuola o in casa dei pargoli con gli orari lavorativi dei genitori) .

Dare superficialmente per assodata l’intercambiabilità fra le due modalità di insegnamento – in presenza o da remoto – scrivono i firmatari della lettera “vuol dire non aver colto il fondamento culturale e civile della scuola, dimostrandosi immemori di una tradizione che dura da più di due millenni e mezzo e che non può essere allegramente rimpiazzata dai monitor dei computer o dalla distribuzione di tablet”.

La scuola non vuol dire meccanico apprendimento di nozioni, non coincide con lo smanettamento di una tastiera, con la sudditanza a motori di ricerca. Vuol dire anzitutto socialità, in senso orizzontale (fra allievi) e verticale (con i docenti), dinamiche di formazione onnilaterale, crescita intellettuale e morale, maturazione di una coscienza civile e politica. Insomma, qualcosa di appena più importante e incisivo di una messa in piega o di un cappuccino”.

E come dar torto a questa protesta, visto che hanno riaperto tutti, ma proprio tutti, persino i cinema e teatri dal 15 giugno, luoghi non certo esenti da potenziali contagi?

 

A soffrire di più sono i bambini delle scuole elementari nella fascia di età dai 6 agli 11 anni, per i quali la didattica distanza è quasi improponibile, nel senso che hanno bisogno della costante presenza di un adulto che li aiuti a connettersi e a fare i compiti e scontano un livello di attenzione e concentrazione più basso, dovuto all’età.

Per non parlare dei bambini e ragazzi disabili che prima si avvalevano di strutture di assistenza e attività di stimolo quotidiane spesso fornite dalla scuola e che ora sono invece totalmente a carico dei genitori che nel frattempo magari hanno ripreso il lavoro

Se guardo alla mia esperienza in famiglia non posso non pensare che mio figlio, 16 anni, come tanti altri ragazzi è stato privato in questi mesi di valori fondamentali per la sua crescita, come la socializzazione, il confronto diretto in classe con compagni e insegnanti, le attività sportive e formative, il tutto nel nome di un’emergenza senza precedenti che ha chiuso le scuole dal 24 febbraio (per inciso durante la Seconda guerra mondiale le scuole a Milano chiusero solo nel febbraio del 1943 dopo il bombardamento sulla città, così mi hanno raccontato i miei genitori).

Per quanto i singoli istituti si siano industriati per coprire integralmente o quasi il tempo scolastico è chiaro che non è la stessa cosa della frequenza in aula. Vi faccio qualche esempio:  quando la prof  di mio figlio interroga  due o tre compagni, gli altri si staccano dalla lezione e non sanno cosa fare, e allora eccolo comparire in giro per la casa, in cerca di compagnia, di quello scambio di due parole che normalmente si fa all’intervallo con i compagni. Lo stesso dicasi per l’ora di Educazione Fisica che salta ogni volta a piè pari. E lui è uno dei più fortunati, frequenta un istituto che si è mosso subito e bene con la didattica a distanza.

Una situazione del genere la si è potuta accettare perché eravamo nel pieno di un’epidemia, ma il fatto che ora non sia neppure voluto tentare di riaprire le scuole, magari facendo stare i ragazzi all’aperto, sfruttando i mesi della bella stagione, da molti è stato visto come l’ennesima mancanza di attenzione per il comparto dell’istruzione.

Scrive il Coordinamento Regionale Lombardia Diritti Salute (CreLDiS) in una lettera: “Gli Articoli 33 e 34 della Costituzione italiana sanciscono il fondamentale diritto all’istruzione senza discriminazioni. La scuola dev’essere aperta a tutti. Le Istituzioni hanno il dovere di garantire questo diritto e renderlo fruibile da tutti. La didattica distanza non assolve a questo diritto perché non è inclusiva, non permette socialità tra i compagni e tra lo studente e l’insegnante… Per non parlare del fatto che, improvvisamente, alle famiglie è stato attribuito un compito arduo, quello di fungere da insegnanti ai propri figli, di seguirli quotidianamente nella gestione dei compiti e degli strumenti tecnologi per poter effettuare le ormai note video chiamate. Non tutte le famiglie italiane godono dei mezzi (PC, connessione ad internet), delle competenze e del tempo necessari per svolgere in modo appropriato tale ruolo. E tutto ciò non si può compensare solo con dei contributi economici”.

Il CReLDiS, a nome delle migliaia di famiglie aderenti alle varie associazioni che lo compongono, fa poi una serie di proposte concrete che andrebbero tenute in conto: la ripresa immediata delle attività scolastiche in presenza almeno nella fascia di età da 0 a 6 anni, a partire dal nuovo anno scolastico 2020-21; la possibilità di ripensare le attività in aula, spostandole all’aperto, almeno nei mesi della bella stagione subito dopo l’estate, e quella di dividere i ragazzi tra più attività da svolgere all’interno dell’istituto, creando dei percorsi d’ingresso e uscita separati per evitare assembramenti.

Non c’è da perdere tempo e il silenzio che arriva dal ministero dell’Istruzione non lascia supporre niente di buono. Se dobbiamo imparare a convivere con il virus bisogna garantire alla popolazione il prosieguo in sicurezza delle attività essenziali e tra queste la scuola riveste un ruolo primario. Ne va del futuro dei nostri ragazzi e della nostra società.

Confidenze