Coppie in crisi da lockdown

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La quarantena ha messo a dura prova mogli e mariti, amplificando i problemi. Ma non tutto è da buttare

 

Abbiamo resistito impavidi per 100 giorni condividendo 24 ore su 24 con la nostra dolce metà, adattandoci ai nuovi ritmi di lavoro, riprogettando spazi e layout di casa affinché ciascuno avesse la sua postazione di computer.

Abbiamo superato maratone sfiancanti ai supermercati (entra tu, no questa volta tocca a me, dove hai lasciato i guanti e la mascherina?), riempito infinite liste della spesa che puntualmente venivano disattese con new entry dell’ultimo minuto dettate dai gusti di chi si era aggiudicato il carrello, e infine sì abbiamo litigato per il telecomando e per la scelta del film serale, unica botta di vita in giornate sempre uguali dove l’unica boccata d’aria era il balcone.

E Adesso? Adesso che finalmente il peggio ce lo siamo lasciati alle spalle, molti scoprono di non poterne più del partner, di non sopportarne più la vicinanza. Leggo in un’intervista all’avvocato matrimonialista Annamaria Bernardini De Pace che nei giorni del lockdown le richieste di nuove separazioni sono aumentate in modo esponenziale: “Annamaria Bernardini de Pace ha contato sessanta email da quando in Italia si è fermato tutto. E con la Fase 2 ha avviato dodici nuove pratiche di separazione” scrive il Corriere della Sera dello scorso 18 maggio.

Durante i mesi del mantra #Iorestoacasa i siti Internet di incontri hanno registrato picchi di iscrizioni mai visti prima, i fedifraghi si sono destreggiati tra le chat di WhatsApp e Zoom (c’è anche chi non ha proprio resistito al richiamo dei sensi: come Neil Ferguson, il consigliere di Boris Johnson per l’epidemia, che ha violato tutte le norme di distanziamento sociale per incontrarsi con l’amante) e infine i monogami hanno fatto un triplo esercizio di pazienza.

Insomma è proprio vero che la coppia scoppia messa di fronte a nuovi equilibri che sconvolgono i precedenti? E che anche davanti alla più grande pandemia dell’ultimo secolo non bastano più le braccia del partner a infonderci coraggio e speranza ?

Del tema parliamo su Confidenze nella rubrica di Maria Rita Parsi, dove la nostra psicoterapeuta dà utili consigli su come non buttare via il bambino con l’acqua sporca, (ovvero il matrimonio) ma ciascuna di noi potrà riflettere sulla sua esperienza e verificare se questi mesi hanno rafforzato o sfilacciato la coppia.

Guardando a casa mia, senza voler trasmettere un quadretto melenso da Mulino Bianco, posso dire di essere partita considerando i giorni da trascorrere con marito e figlio in casa come un dono prezioso che il destino ci stava facendo e che stare tutti uniti nell’emergenza del Coronavirus, quando davvero a Milano sembrava di vivere il day after di una guerra nucleare, avrebbe infuso sicurezza e trasmesso a tutti il senso vero della famiglia.

E infatti così è stato. Abbiamo fatto il pane in casa, (come penso migliaia di italiani visto che lieviti e farine erano esauriti in tutti i supermercati) mio figlio ha imparato a fare i chocolate cookies. Mio marito si è industriato a costruire mascherine, nei primi giorni del lockdown, quando non si trovavano da nessuna parte e io ho sfornato torte in continuazione per dare finalmente un segno tangibile della mia presenza in casa.

Insieme abbiamo visto e commentato i bollettini della protezione civile delle 18.00, lui ogni giorno produceva dati e tabelle in Excel incrociando le proiezioni epidemiologiche dell’Imperial College con quelle di altri Istituti e io mi sforzavo di appassionarmi a curve e derivate leggendo con lui lunghi papiri in inglese, ma poi tornavo a casa dall’edicola con il libro di Paolo Giordano Nel contagio e lo obbligavo a leggerlo. E infine pochi giorni fa abbiamo scaricato la App Immuni perché non si poteva fare senza…

Ma non ci sono rose senza spine… e allora ecco che dopo 90 giorni comincio a non poterne più di trovare magliette sporche in giro per la casa, calzini buttati sotto la scrivania, computer parlanti che si collegano in chat oltre oceano in inglese mentre io sono in riunione con le colleghe, tazzine di caffè lasciate in giro a qualsiasi ora, e film di fantascienza proposti con cadenza estenuante. Comincio a rimpiangere quelle belle giornate in ufficio dove non dovevo rincorrere calzini spaiati e padelle sul gas.

Mi accorgo che la convivenza forzata alla lunga pesa. Anche se ognuno ha i suoi spazi, mancano quelli mentali. Lui commenta le mie telefonate di lavoro e io non posso neppure entrare nel suo studio, che sembra il laboratorio della Nasa, per spolverare scrivania e i computer. Lo so, sono le piccole miserie quotidiane della vita di coppia che poi, viste con un minimo di distacco, fanno sorridere, ma immagino che in tante coppie dove già c’erano altri problemi, questa abbiano fatto da detonatore.

Alla fine il mio saldo di questi 100 giorni è positivo. Al di là delle incomprensioni amplificate dalla tensione e dall’angoscia per quanto ci capitava intorno, credo che no, non avrei voluto trascorrere altrove questa Quarantena se non tra le braccia di lui, forse magari con qualche grafico excel in meno…

Confidenze