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Il corredo

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L'usanza del corredo resiste ancora o è sorpassata? Ce lo racconta Giovanna Brunitto nella storia vera Una dote per te. Io qui vi spiego cos'è successo a me

Una volta di una fanciulla particolarmente sfortunata e derelitta si diceva che “si è dovuta persino comprare le lenzuola“ , per indicare che alle spalle non aveva grandi ricchezze o che nessuno si era preso cura di lei per rifornirla di quanto necessario in vista del grande passo del matrimonio.

Il corredo infatti rappresentava un patrimonio imprescindibile nella dote di ogni ragazza in età di marito, come ci racconta magistralmente su Confidenze Giovanna Brunitto nella storia vera Una dote per te, e non era cosa che s’improvvisava dall’oggi al domani, entrando in un qualsiasi negozio di biancheria per la casa, ma era frutto di anni di accantonamenti, di tele scelte con cura e poi fatte ricamare a mano a dovere da qualche zia o ricamatrice di professione.

Quella che oggi può sembrare un’usanza sorpassata e poco in sintonia con il nostro stile di vita  è stata invece per secoli un dictat al quale bisognava provvedere per ogni figlia femmina.

Giunta all’età da marito, la fanciulla, ben prima di conoscere il principe azzurro, doveva essere accessoriata di tutto il necessario per la casa, oltre che preferibilmente di una cospicua dote (ma questo è un  capitolo a parte). Se poi la sventurata restava zitella la biancheria di famiglia passava solitamente ad altre generazioni, nipoti e parenti femmine che avrebbero goduto di quel beneficio rimasto inutilizzato.

Dell’esistenza del  mio corredo io venni a sapere solo dopo la morte di mia nonna. Mia madre troppo impegnata nel suo lavoro di insegnante, non aveva tempo per pensare a queste cose, ma  sua mamma sì. E così a nostra insaputa, negli anni la nonna aveva acquistato da un rappresentante di biancheria fiorentina che girava di casa in casa (proprio come quello citato nella storia di  Giovanna Brunitto) parure di lenuola, coppie di asciugamani, tovaglie e quant’altro un domani potessero servire a me e a mia sorella. L’unica vagamente a conoscenza della cosa era nostra madre.

Quando aprimmo gli armadi trovammo così innumerevoli confezioni di lenzuola, con dentro un biglietto scritto a mano che riportava data, decrizione del contenuto e destinatario del pacco, onde evitare bisticci e discussioni. Un dettaglio che mi commuove ancora ricordare perché testimonia con quanta cura a amore il tutto fosse stato preparato in vista di un evento a cui mia nonna non riuscì  a partecipare (leggi il matrimonio delle nipoti).

Oltre alle lenzuola del  mercante fiorentino c’erano pacchi di tele di lino, e biancheria cifrate di famiglia ereditata da parte di mio nonno, di cui la nonna aveva taciuto l’esistenza (che fossero le iniziali della suocera sugli asciugamani ad averla indispettita? ). Non erano state date neppure a mia madre che si giustificò dicendo che per la nonna i suoi continui traslochi da una città all’altra avevano rappresentato un serio rischio per l’incolumità della preziosa biancheria.

Ma la cosa più divertente fu che tanto ben di dio a me destinato rimase chiuso a chiave in quell’armadio finché non mi sposai. Nel periodo in cui andai a vivere da sola e poi iniziai a convivere con mio marito dovetti anch’io “comprarmi le lenzuola” .

Chissà forse la mamma temeva che qualche fidanzato potesse fuggire con la biancheria di famiglia, o forse voleva custodire quel passaggio di testimone fino al momento opportuno.

Oggi nel mio armadio troneggiano i pacchi di lenzuola e di asciugamani di lino insieme a improbabili pesantissime tovaglie mai utilizzate. Ogni tanto mi piace aprirle e guardarle, sono un ricordo della mia famiglia, anche se le lenzuola che utilizzo di più sono quelle che mi sono comprata da sola.

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