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Il giallo del sottomarino ha finalmente un colpevole

Mondo

"Ergastolo all'inventore pazzo". È il titolo di tutti i notiziari, per la condanna a Peter Madsen in Danimarca, accusato di aver fatto a pezzi la giornalista Kim Wall.

Nei film sono sempre effetti speciali. Anche le sequenze più insopportabili e morbose di Hostel o di Saw, film che vengono catalogati con la trasparente definizione di “torture porn”,  traboccano solo di sangue finto, sofferenze recitate, teste mozzate e membra dilaniate in virtù di trucchi tecnologici.

Ma l’Uc3 Nautilus non era un set: quello che vi è successo è, per quanto inverosimile, una raccapricciante realtà.

Una storia vera, efferata e fantasiosa, che forse è appena all’inizio. Finora si conosce la scena del crimine: l’angusto spazio di un sottomarino artigianale, costruito con scafo e torretta a perfetta somiglianza dei battelli da guerra, ma lungo soltanto 17 metri, senza bellicosi tubi lanciasiluri (aveva invece numerosi oblò per l’osservazione dei panorami marini), previsto per un equipaggio di otto uomini nella navigazione in superficie e quattro in immersione: di fatto un’imbarcazione giocattolo, modellino claustrofobico dei già poco confortevoli sommergibili d’attacco, lunghi non meno di 100 metri e predisposti per più di 100 marinai.

Si conosce anche l’ambiente: il braccio di mare che divide la svedese Malmö da Copenaghen, la capitale della Danimarca, da cui, il 10 agosto 2017, è salpato il sottomarino.

Uno stretto che è percorso da una delle meraviglie del mondo moderno: il cosiddetto ponte di Øresund, un’opera di ingegneria e architettura di fiabesca bellezza. Una strada sul mare, lunga 16 chilometri, che si snoda fino a un’isola artificiale, dove si inabissa per alcuni chilometri e poi riemerge. Suggestiva da percorrere e da vedere.

Al largo di questa meraviglia, testimonianza dell’intelligenza umana, nel giro di poche ore, si sono intrecciate, in una trama di inimmaginabile orrore, le vite di Peter Madsen e Kim Wall. Lui, 46 anni, una vita difficile alle spalle, è l’ingegnere danese che ha costruito il Nautilus con le sue mani (la sigla che lo contraddistingue indica che è il terzo esemplare, prima erano stati realizzati i battelli Freya e Kraka) e lo ha messo in mare il 3 maggio 2008. Lo usa per escursioni turistiche e osservazioni naturalistiche, mentre, da inventore, coltiva altri ambiziosi progetti: con il suo Rocket Madsen Space Lab vuole mandare un razzo nello spazio.

Kim Wall, 30 anni, è la giornalista svedese che vuole intervistarlo: trova interessante la storia di un sommergibile che è stato costruito grazie a una crowdfunding, una colletta online, e vuole parlarne con l’artefice a bordo della sua nave, di certo per assicurarsi anche un adeguato servizio fotografico con un viaggio sott’acqua.

Kim sale a bordo alle sette di sera, di giovedì 10 agosto. Alle otto e mezzo, il Nautilus naviga in superficie e lei e Peter si godono un bellissimo tramonto dalla torretta: lo sappiamo perché sono accostati da una nave da crociera e un turista li fotografa.

È una scena che starebbe bene in un romanzo del danese Peter Høeg, quello del Senso di Smilla per la neve, o dello svedese Stieg Larsson, quello della trilogia Millennium: perché quello è il preciso istante in cui, di Kim Wall, si perdono le tracce. Non risponde, in serata, alle chiamate e agli sms del fidanzato, Oddur Stefansson.

Si fa sentire invece, via radio, Peter che dice di trovarsi davanti a un problema tecnico, ma rassicura chi lo ascolta: non è niente di grave. È una bugia, o un depistaggio: alle 10 del mattino dell’11 agosto, il Nautilus è avvistato al largo di Copenaghen, alle 11 affonda. Madsen viene tratto in salvo. Dov’è Kim Wall, gli chiedono polizia e familiari, prima ancora di domandarsi come ha fatto una lieve avaria a mandare a fondo il sottomarino.

Le risposte (sono più di una, e contraddittorie, la prima dice addirittura che Kim Wall è stata sbarcata la sera stessa, alle 10.30, dopo l’intervista) non convincono, per quanto sono maldestre. Madsen finisce in prima pagina: “Il proprietario di un sottomarino affondato venerdì è stato arrestato ed è tenuto in custodia dalla polizia di Copenaghen con l’accusa di omicidio colposo, perché una giornalista svedese che giovedì era a bordo del mezzo per scrivere un articolo è scomparsa” è la prima notizia.

Il 12 agosto il Nautilus, ricercato da due elicotteri e tre navi, viene recuperato: è su un fondale dell’Øresund a soli sette metri di profondità. Dentro ci sono soltanto i vestiti di Kim. L’esame dei macchinari fa subito pensare a un affondamento volontario. Peter comincia ad ammettere: è morta. Un incidente, una putrella le ha sfondato la testa. L’ho sepolta in mare. E lui è seppellito sotto i sospetti, c’è chi ricorda persino un cold case del 1986: il corpo, anzi il tronco, di una ragazza giapponese ripescato nel porto di Copenaghen. Qui non c’è neanche il cadavere, solo congetture.

Fino al 21 agosto, quando un comunicato della polizia conferma che sulla “sepoltura in mare” Madsen ha detto una verità: “Il torso di una donna, senza testa né arti, è stato trovato su una spiaggia nella baia di Koge, a 50 chilometri da Copenaghen”. L’ha visto un ciclista di passaggio: il torso è nudo ma ben zavorrato con pesi metallici, è sicuramente un imprevisto gioco delle correnti che l’ha portato a riva. Il dna non lascia dubbi: è Kim Wall. E l’anatomopatologo scopre che sul corpo ci sono 15 ferite profonde: 14 nella regione pubica. Il 6 ottobre, l’orrore a puntate si conclude: i sommozzatori trovano in sacchi zavorrati la testa e gli arti: il cranio non ha nessuna lesione. L’8 marzo inizia il processo al costruttore del Nautilus. Il 25 aprile la condanna: ergastolo. Pena eccezionale in Danimarca, che, per i delitti di sangue, prevede, di solito, una carcerazione di una dozzina d’anni.

Ma l’orrore del Nautilus va oltre ogni immaginazione. Non è stato difficile stabilire una verità giudiziaria, ma quello che non sappiamo è se Peter Madsen, sempre reticente e bugiardo, aiuterà a capire che cos’ è successo davvero.

Tutto è accaduto in brevissimo tempo, sembra chiaro che l’aver accettato di essere intervistato fosse solo un pretesto per avere Kim tra le mani. 14 ferite ai genitali più che ferocia assassina rappresentano una crudele tortura, quasi copiata dagli snuff movies, quegli ambigui film in cui una vittima, donna preferibilmente, appare veramente massacrata.

Perché è andata così? Un interrogativo che nel frattempo ha fatto di certo un’altra vittima: il fidanzato di lei. Condannato a vivere con il rimorso di averla lasciata sola con un inventore megalomane che, notoriamente, non era nnocuo come Archimede Pitagorico o Emmett Brown, il bislacco scienziato di Ritorno al futuro.

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