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Pensando a Noa

Mondo

Ora che non se ne parla più, vorrei parlare di Noa, la diciassettenne olandese che, dopo esperienze terribili, ha lottato con tutte le forze per ottenere la morte

Notizie, notizie, notizie. Ne siamo affamati, le mastichiamo e le sputiamo, drogati di novità, per gettarci famelici sulla prossima. Dell’evento più insolito o mostruoso si parla sempre per qualche giorno poi lo si butta, avidi delle altre notizie.

Ora che non se ne parla più, vorrei parlare della ragazza Noa, la diciassettenne olandese che dopo esperienze terribili ha lottato con tutte le forze per ottenere la morte. La notizia è stata truccata alla fonte: all’inizio tutti avevano riportato che era stato un tribunale a sentenziare che per lei non c’era speranza, e avevano autorizzato il suicidio assistito. E tutti a commentare, polli dell’informazione, e io pollo numero uno, mi sono subito accalorata: «come può decidere un tribunale che a 17 anni non ti resta che ucciderti?».

Ci caschiamo sempre. Non abbiamo ancora capito che metà delle notizie sono false. Ci accapigliamo, difendiamo a vuoto i nostri principi per ciò che non è accaduto, marionette di un sistema mostruoso dal quale ci facciamo muovere come vuole. La verità che poi è emersa era più eroica e straziante di qualsiasi fake news. Noa aveva subito violenza più volte, fin da quando era bambina. E ne aveva riportato una ferita che pensava inguaribile anche nel corso di una vita.

Nella malvagità che attraversa il mondo, nel cattivismo che viene ammirato a propagandato, ci sono persone che prendono su di sé tutta la sensibilità che gli altri rifiutano, sentono profondamente, sentono tutto fino in fondo, e ne diventano martiri. Così Noa. Quanto dolore c’era in questa ragazzina bella e bionda per avere tanta determinazione, per impiegare per anni ogni sua energia per guadagnarsi la sua morte? Ci aveva scritto anche un libro.

Penso al lavoro dolorosissimo che deve aver fatto per convincere la famiglia, che alla fine ha accettato il suicidio assistito, in casa. Penso all’energia che ha speso per indurre padre e madre a questo immenso atto di pietà, l’atto d’amore sovrumano di rispettare la sua volontà. Non ho la forza di pensarci, ma loro lo hanno fatto.

Condannandosi a una sofferenza indicibile per sempre. Dal suicidio di chi amiamo non si guarisce. Figuriamoci se lo abbiamo favorito.

Mistica ma non credente, considero il suicidio l’unico patrimonio non deperibile della libertà umana. Non ho scelto se e quando venire al mondo, ma posso decidere quando andarmene.

Nessuno vuole morire. Si decide di farlo solo quando la vita è così intollerabile da sembrarci meno difficile non essere che essere. Ed è misteriosa, insindacabile la scelta di ognuno.

Quando il poeta russo Sergej Esenin si impiccò a 30 anni, il suo amico-rivale Vladimir Majakovskij scrisse nella poesia a lui dedicata

In questa vita non è difficile morire/ vivere è di gran lunga più difficile. E cinque anni dopo si sparò al cuore.

Mi fa un effetto penoso sentir dire che Noa era malata di “depressione”. Una parola medicale che nulla dice sulla tragedia di una vita che ormai giudicava senza uscita. In Toscana lo chiamano “mal di vita”.

Nella ridda di notizie che si cancellano l’una con l’altra, Noa non è una notizia, è una ferita che non si chiude. Ci lascia la più antica domanda: come si può sfuggire al mal di vita? Noa, dopo le violenze carnali, ha subito quello delle istituzioni, ricoverata in manicomi dove la privavano di se stessa sedandola. L’unica cura era impedirle di suicidarsi.

Nessuno era lì, cosa è successo in Noa lo sa solo Noa. Ognuno di noi immagina. Noa che in quel carcere senza luce si ribella, e vede la fine come l’unico modo per sconfiggere  il male che continuano a farle. Lotta da sola: lei e il suicidio, contro tutti, e lui diventa un ideale, l’unica sua passione, il suo riscatto, l’unica cosa vicina all’amore che abbia mai sentito.

Era una vera combattente Noa, non si è arresa: ha reagito. E ci resta LA domanda. Cosa ci consola della vita, cosa ce la rende preziosa?

Dal suo inizio l’uomo ha trovato solo tre modi, ma potenti: Dio, arte, amore. Ognuno di questi è capace di trasfigurazione. La realtà bruta è ignobile. A partire dalla morte. Senza la trascendenza è troppo insensata e amara la nostra vita. Va interpretata. E se una fede, o la bellezza, o la comunione con l’altro la trasforma, vivere diventa creazione, un luogo nostro, non più una terra nemica dalla quale si può solo fuggire.

Noa non aveva altra trascendenza che il rifiuto. Era una piccola filosofa testarda, una grande romantica votata alla sua impresa, la morte.

 

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