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La mamma di Baltimora: coraggio o viltà?

Mondo

La madre di Baltimora che riacciuffa il figlio a suon di schiaffi, al corteo contro la polizia, non è un'eroina: si dimentica che questa è una strage razziale

In un istante ha fatto il giro del mondo il filmato di Toya Graham, la madre afroamericana di Baltimora, mentre riacciuffa il figlio e lo riporta a casa a suon di schiaffi, impedendogli di andare al corteo contro  la polizia. Una manifestazione importantissima: la comunità nera protestava per la morte di Freddy Grays, ammazzato di botte dalla polizia dopo l’arresto. Da alcuni anni, sistematicamente, a freddo, la polizia bianca ha ucciso più di 40 cittadini americani di origine africana.

Sono ormai tre secoli da quando gli schiavisti rubarono e deportarono intere popolazioni dalle coste dell’Africa, per venderle nelle Americhe. Dopo 300 anni il razzismo è più vivo che mai. Quelli che sfilano per la strade chiedendo giustizia non sono terroristi, ribelli contro un’ingiustizia intollerabile. La madre di Michael lo ha riportato a casa “perché non facesse la fine di Freddy”.

Come madre posso capirla, io per figli e nipoti sono pavida,  se escono in motorino mi spavento come se andassero alla guerra. Quello che non capisco è come tutti abbiano santificato la madre, celebrandola come un’eroina, chiamandola “Madre Coraggio”. Io direi piuttosto Madre Viltà.

Con tutta la comprensione per il suo sentimento umano, trovo tremendo che si sia così diffusa una mentalità da schiavi, per cui bisogna chinare la testa a qualsiasi sopruso. Ce lo vedete Garibaldi malmenato dalla mamma?

Negli Stati Uniti la polizia sta mettendo in atto una strage razziale, e chi si ribella dev’essere fermato, ridicolizzato dalla madre, e tutti applaudono? Nessuno schiaffo avrebbe potuto fermare Nelson Mandela che sopportò 30 anni di carcere e ogni tortura, né Malcom X che si battè da leone per la parità, ben sapendo che sarebbe stato ucciso. Come lo sapevano Martin Luther King e migliaia di altri combattenti contro l’atroce ingiustizia, verso questa popolazione di altro colore che vuole le si riconoscano i versi di Langston Hughes, grande poeta del ’900, nipote di schiavi:

ANCH’IO SONO L’AMERICA.  Io sono il fratello più scuro/ Mi mandano a mangiare in cucina, quando vien gente . Ma io rido, e mangio bene, e divento forte/ (…) E poi, vedranno che sono bello, / e si vergogneranno: / Anch’io sono L’America.

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