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Perché i medici parlano difficile?

Mondo

Anche a voi è capitato di trovarvi davanti un medico che usa un linguaggio incomprensibile? I pazienti hanno bisogno di sentirsi coinvolti e apprezzano chiarezza e semplicità

In un mercoledì come tanti accompagno mia madre a una visita medica. Ci riceve una dottoressa gentile, a cui non sfugge l’agitazione che rende fin troppo mobili gli occhi della paziente e vibra nel tremito leggero delle sue mani.

 

Il medico mi rivolge uno sguardo veloce e sorride, come a farmi intendere che ha intuito il disagio e sa come gestirlo. Di fronte a un camice bianco la maggior parte di noi tende a provare un po’ di inquietudine, anche se si tratta di un appuntamento di routine e conosciamo il dottore. A maggior ragione, si sente nervosa e vulnerabile una persona non più giovane e con qualche acciacco accertato, che si trova a dover raccontare la propria storia a un medico mai visto prima.

 

La visita scorre liscia, di tanto in tanto la dottoressa fa qualche domanda, con un tono calmo e rassicurante. E le risposte arrivano puntuali, segno che la mamma ha conquistato una certa tranquillità.

 

Quando arriva il momento di commentare la situazione, fare il punto e suggerire come procedere, qualcosa cambia. La dottoressa si rivolge alla paziente e, con il suo tono calmo e rassicurante, inanella una serie di frasi in cui compaiono parole come eziopatogenesi, recettori, effetto rebound. Il tutto nel giro di un paio di minuti, durante i quali trova spazio anche un resoconto statistico sulle probabilità che i disturbi conoscano una fase di remissione, ragion per cui la strategia della vigile attesa potrebbe essere una via percorribile.

Così, in una manciata di secondi la serenità ritrovata da mia madre svapora: è difficile rimanere saldi e continuare a credere che il medico sta parlando di te quando lotti per isolare un termine concreto, capace di descrivere la tua situazione, rendertela comprensibile e riconciliarti con il motivo per cui ti trovi in quell’ambulatorio in questo preciso momento. Eppure la dottoressa ha usato dolcezza e, formalmente, ha inquadrato la situazione in modo impeccabile.

Rispetto a pochi anni fa c’è stato un lodevole impegno da parte dei professionisti della sanità per informare e spiegare, restituire alle persone un ruolo più attivo nella gestione del loro percorso di salute e accompagnarle nella condivisione delle decisioni di volta in volta opportune o necessarie: la pastiglia, l’ecografia, l’intervento chirurgico vengono sempre più spesso ampiamente motivati.

Quello che ancora frequentemente manca è lo sforzo di adeguare il linguaggio medico a chi è in quel momento seduto dall’altra parte della scrivania. Alla sua età, al suo livello di conoscenza della condizione che porta e, potendo, anche a quanto si riesce a cogliere del suo modo di essere e di porsi. Perché le persone hanno bisogno di sentirsi coinvolte e di capire.

 

Riconosco per primo che si tratta di un lavoro difficile: la chiarezza è la bussola con cui cerco ogni giorno di orientare la mia attività professionale e di comunicazione. So quanto sia faticoso trovare le parole che traducano con semplicità concetti complessi, così efficacemente condensati nel gergo specialistico degli addetti ai lavori. So anche che c’è il rischio di banalizzare o di omettere aspetti essenziali, che magari confinano con questioni di carattere legale di cui è importantissimo tenere conto.

 

Credo però che valga la pena investire ancora per completare il processo di umanizzazione della medicina che è stato avviato. Innanzitutto per rispetto della dignità e dell’unicità di ogni essere umano. E poi perché solo chi comprende come stanno le cose è in grado di mobilitare le proprie risorse e collaborare fattivamente alle cure. Con maggiore soddisfazione, alla fine, anche dei medici.

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