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Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič

Mondo

La più grande tragedia ambientale di tutti i tempi raccontata dai superstiti per ricordarci che potrebbe ricapitare

“Sento parlare così spesso di morte che ho smesso di andare ai funerali. Ma li aveva mai sentiti dei bambini, dei ragazzini parlare in continuazione della morte? Nella mia classe, ho una media, ne discutono e si chiedono se faccia paura o meno. Mentre fino a poco tempo fa erano interessati a sapere da dove venivano, come nascevano i bambini, adesso la loro preoccupazione è sapere cosa succederebbe dopo una guerra atomica. Non amano più i classici, quando recito Puškin in classe vedo che i loro occhi si fanno vuoti, indifferenti…Quello che li circonda è ormai un altro mondo. Leggono la fantascienza, che li trasporta in una dimensione dove l’uomo si stacca dalla Terra, manipola il tempo cosmico, agisce in altri mondi. Loro non possono temere la morte allo stesso modo degli adulti, allo stesso modo mio, poniamo, li interessa come qualcosa di fantastico. Rifletto. Medito su questo. La morte che è attorno a noi ci costringe a riflettere molto. Io insegno letteratura russa a bambini che non somigliano per niente a quelli che avevo nelle stesse classi dieci anni fa. Sotto i loro occhi si seppelliscono in continuazione uomini e cose. Si interrano case e alberi. Quando li si fa stare in piedi allineati, dopo quindici o venti minuti cadono svenuti, perdono sangue dal naso. Non c’è niente che li possa stupire o rendere felici. Sono sempre assonnati, stanchi. Coi volti pallidi, grigi. Non giocano e non si scatenano. E se si accapigliano, e rompono senza volere il vetro di una finestra, gli insegnanti sono perfino contenti. Non li sgridano, perché sono ragazzini diversi dagli altri. E come crescono lentamente…Se durante le lezioni chiedi a un tuo scolaro di ripetere quello che hai detto, non è in grado di farlo, e neanche dicendo una frase per volta per facilitarlo si ottiene qualche risultato, lui dimentica ugualmente quell’unica frase. ‘Ma dove sei? Dove?’ cerchi di scuoterlo. Allora penso. Penso molto. Tutta la nostra vita ruota attorno a Černobyl’. Dov’eri in quel momento, a quale distanza dal reattore vivevi? Cos’hai visto? Chi è morto? Chi è andato via? Per dove? Ricordo che nei primi mesi si erano riempiti i ristoranti, era tutto un andare per feste, tanto chiasso e voglia di divertirsi”. 

Quella che appartiene a Nina Konstantinovna è una delle tante voci che compongono il grande lavoro portato avanti dalla Aleksievič e poi collazionato nell’opera che vi consiglio di leggere caldamente. Černobyl’ non è qualcosa di ormai remoto, è una tragedia ambientale che in pochi istanti ha segnato il destino di molti per un tempo non quantificabile, un destino che non ha risparmiato anche chi, complice l’ignoranza e la censura deformante di gran parte dell’informazione controllata dalla politica, ha fatto finta di nulla, anche chi ha chiuso gli occhi, anche chi ha creduto di essere fortunato, di essere localizzato in un luogo sufficientemente distante. Černobyl’ è ovunque (basti pensare alla condizione del reattore numero 4, quello che esplose nell’aprile del 1986 i cui rifiuti radioattivi devono ancora essere stoccati: un sarcofago è stato posizionato su di esso due anni fa, dovrebbe garantire una tenuta per i prossimi cento anni…questo dovrebbe farci riflettere, molto, sulla sua ‘attualità’), può ripetersi altrove e può ancora ripetere se stesso. I danni che ha causato sono incalcolabili. Ascoltare, grazie all’attenta opera dell’autrice, le storie di vita di chi è sopravvissuto è una operazione di salvaguardia, di attivazione di un senso critico necessario per capire il senso di quello che chiamiamo progresso, i suoi limiti. La storia dell’ultimo secolo dello scorso millennio ci consegna materiale che scotta, un romanzo distopico dalla perfezione diabolica.

 

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, e/o

 

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