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Resta con me di Elizabeth Strout

Mondo

C'è il peccato e c'è la redenzione, tra queste pagine. C'è la paura. C'è il dolore infinito della piccola Katherine. C'è il silenzio, infine. Elizabeth Strout usa la perfezione della parola e della forma per raccontarci l'imperfezione della vita terrena.

Di libri splendidi ne sono stati scritti tanti. Di capolavori anche, ma un po’ meno. Resta con me appartiene a quest’ultima categoria.

Elizabeth Strout è davvero una delle scrittrici più brave che ci siano, ogni suo libro è un mondo che racconta con la perfezione della parola e della forma l’imperfezione della vita terrena.

Leggerla è come ascoltare, sembra davvero di sentirla parlare, narrare. E la crudezza degli eventi, i fatti della vita, il fato, i tentativi umani di mettersi in salvo, ci arrivano con la sapienza di un’autrice che conosce alla perfezione la differenza abissale che c’è tra chi si limita a scrivere utilizzando la grammatica e chi sa che ogni tempo, ogni latitudine, ha una sua cifra, una sua intimità lessicale.

È davvero un viaggio nel tempo e nello spazio, quello che si compie leggendo questo romanzo. Ci si ritrova a West Annett, in una cittadina del Nord, vicino a Sabbanock River, lassù, dove il fiume è stretto…negli ultimi mesi invernali del 1959.

Il ministro del culto Tyler Caskey, la sua giovane moglie Lauren, morta troppo presto, le loro due piccole bambine, la gente del posto, i pettegolezzi, le storie familiari dietro le porte chiuse. Basta un attimo per arrivare lì e credere di conoscere tutti loro. Non è così. Non conosciamo proprio nessuno esattamente come ognuno di loro è all’oscuro di se stesso e di chi ha accanto, preda inconsapevole del disegno di un Dio che, scopriranno dopo aver attraversato il buio della notte, non ci lascia mai soli, resta con noi.

C’è il peccato e c’è la redenzione, tra queste pagine. C’è la paura. C’è il dolore infinito della piccola Katherine. C’è la Parola. C’è il silenzio, infine. Quello delle lacrime di un reverendo che, solo davanti all’assemblea e alla sua vita sfregiata dal lutto e dal segreto, porterà consolazione e un nuovo coraggio, una speranza.

“Quello che non sapevo della morte”, disse, sbirciandosi le unghie, “era che non si trattava solo della morte di mio padre, ma di quella della mia infanzia, della mia famiglia così come l’avevo conosciuta fino ad allora. Mi fa venire in mente l’aereo di Glenn Miller che scompare sulla Manica. Non fu solo la morte di un direttore, ma anche quella di un’intera orchestra”. Guardò fuori dalla finestra. “Ecco cosa fa la morte. Ammesso che tutto ciò abbia un senso”.

Elizabeth Strout, Resta con me, Fazi Editore

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