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Un appello per Beppe Costa, autore di Romanzo siciliano

Mondo

Ho riletto Romanzo Siciliano di Beppe Costa, poeta di talento straordinario, ma che oggi versa in indigenza. Perché nessuno si occupa di lui?

35 anni dopo rileggo Romanzo siciliano di Beppe Costa (da poco ripubblicato da Pellicano), e mi entusiasma più di allora. Perché dal 1984 questo libro vede il tempo nostro, ed è la vulcanica profezia di una catastrofe morale – insieme al racconto di una vita passionale.

Il romanzo, tradotto in molte lingue fra cui inglese, francese, spagnolo, e presente nelle biblioteche di mezzo mondo, è un capolavoro della coscienza e del paradosso. In Romanzo siciliano tutto è rivoluzione: il pensiero, lo stile, lo sdegno, l’amore, con lampi di folle ironia. È l’unico romanzo dove il protagonista si spara nella prima pagina e resuscita nella seconda. C’è tutto l’autore in questo giovane senz’arte né partito, innamorato furioso, poeta fuorilegge, in rivolta contro ogni mafia, quella che spara e quella della politica, della burocrazia, del mondo letterario.

Beghin, Reagan, Arafat, Khomeyni, continuavano a vivere mentre altri venivano da loro uccisi, massacrati, violentati, affamati. Tutti ne scrivevano. (…) Lottavano per la pace. E ogni guerra è santa: SGRUNT!.  (Sgrunt, come nei fumetti di Topolino- la libertà dello stile sorride dei confini).

L’autore passa dal personaggio a se stesso, con la leggerezza del morituro:

Il suo autore è piuttosto stanco. Più di lui. Vuole farla finita forse più del suo protagonista. 

Siamo sempre così bravi ad imparare tutto, tranne che a vivere. 

Marco si era pentito subito, come i comunisti. Dopo vennero i terroristi, si pentirono anche i mafiosi, i delinquenti comuni, si pentì anche la Chiesa che per 2000 anni aveva predicato il pentimento. L’Italia straripava di pentiti. Si poteva fare di tutto. Importante pentirsene dopo. Nasceva una nuova categoria, il pentito come professione.

Questo è l’occhio politico, ma ciò che lega tutto è la trama d’amore, una fame d’amore che attraversa ogni riga, evocando un antico pianoforte, un’antica bambina, e una donna lì, presente… L’amore dei 7, dei 13, dei 60 anni. E con l’amore la sua compagna indissolubile, la morte.

Nella vita Beppe Costa non è solo scrittore, né si limita all’invettiva. Dà battaglia in prima persona, agisce.

Lascia la Sicilia per Roma, dove si impegna in una spericolata battaglia per la cultura, come piacere e come arma contro il sonno della ragione. Fonda la casa editrice Pellicanolibri, pubblica autori classici (Luigi Capuana, Federico De Roberto) e autori moderni, traduce Fernando Arrabal. Apre una libreria che diventa un luogo di incontri, conferenze, letture, eventi musicali, dove  trovavi Alberto Moravia, Arnoldo Foà, Dario Bellezza…

La sua vicenda si incrocia con molti grandi del ‘900, da Enzo Jannacci a Sédal Senghor, Léo Ferré, Alejandro Jodorowski…Vince il premio Alfonso Gatto per la poesia. Dal suo volume Il poeta che amava le donne, il regista Ricky Farina trae un film, e il nome della casa di produzione, Don Chisciotte, dice tutto. E alla don Chisciotte ma con più accortezza – al contrario del grande manchego, Beppe Costa ha un bel talento organizzativo – scende in campo in difesa di una grandissima scrittrice, Anna Maria Ortese, che nonostante libri come Il mare non bagna Napoli, L’iguana, e nonostante avesse vinto i più prestigiosi premi italiani, Viareggio e Strega, versava in condizioni drammatiche.

Beppe Costa, con l’aiuto di Adele Cambria, ottiene che per la prima volta sia applicata la legge Bacchelli  (la sovvenzione statale agli scrittori in difficoltà) in favore della Ortese. E convince Adelphi a ripubblicare la sua opera omnia, rilanciando la scrittrice quasi dimenticata.

Oggi Beppe Costa ha 77 anni, è indomito e geniale, ma senza mezzi, e travagliato dalle malattie. Spero che qualcuno pensi a fargli usufruire della Legge Bacchelli.  È bene salvare la vita della foca nana. Ma anche il poeta è una specie rara, e andrebbe protetto.

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